Intervista a Fabio Geda e Marco Magnone

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Cordiali, disponibili, entusiasti del progetto che stanno portando davanti in due e con tanta voglia di parlarne. Sono Fabio Geda e Marco Magnone, un bel mix di cortesia sabauda e frizzante vivacità. Entrambi torinesi - Geda è nato a Torino, dove vive, Magnone si è trasferito lì da Asti per l’università – hanno rotto gli schemi delle saghe postapocalittiche che arrivano d’oltreoceano e questo ci incuriosisce parecchio. Per saperne di più rivolgiamo alcune domande ai due autori, che gentilmente rispondono.




Come mai l’idea di scrivere a quattro mani?
Berlin è un progetto complesso. Ci sono sette libri da scrivere, una trama ricca di personaggi e avvenimenti, e un’epoca storica ben precisa in cui innestare la narrazione (Berlino Ovest alla fine degli anni Settanta) che ha bisogno di attenzioni e ricerche. E poi un sito web attraverso cui abbiamo già cominciato a condividere con i lettori materiale narrativo originale (i diari di cinque personaggi), e che useremo per approfondire il mondo e l’epoca della saga (c’è ad esempio una mappa che diventerà sempre più interattiva ed esplorabile) e per coinvolgere i lettori nella creazione stessa di quel mondo. Per non parlare poi dei laboratori nelle scuole e della gestione dei social. Insomma, ecco perché siamo in due. Perché c’è davvero tantissimo lavoro da fare.

Come vi siete divisi i compiti e avete organizzato il lavoro?
Noi due ragioniamo insieme su tutto: su ogni singolo aspetto del progetto, dalla trama generale a quella dei singoli libri, dallo sviluppo dei personaggi a cosa condividere sul sito, da come gestire i laboratori nelle scuole ai contest che stiamo pensando per far giocare i ragazzi con la saga. Poi però sul piano della scrittura ci siamo divisi i compiti in modo netto: Fabio si occupa di scrivere i libri, Marco si occupa di scrivere i contenuti web. Detto questo, ovviamente, ciascuno di noi legge ed edita ogni singola riga scritta dall’altro. Cerchiamo sempre di arrivare a un punto di vista condiviso, ma quando si tratta di lingua, di poetica, be’, alla fine ci dev’essere uno sguardo prevalente.

Sette volumi per una saga è un’impresa a dir poco impegnativa. Avete già in mente tutta la storia, finale compreso, o la state creando strada facendo?
Diciamo anzitutto che impegnativi non sono tanto i sette volumi, quanto il fatto che usciranno uno ogni sei mesi, e questo richiede una buona dose di concentrazione. Sì, certo, oltre al primo appena uscito abbiamo già scritto il secondo che uscirà a marzo (stiamo finendo l’editing) e siamo a metà del terzo che uscirà a ottobre 2016, quindi stiamo lavorando con il giusto anticipo, ma è scontato dire che non dobbiamo distrarci. Detto questo, abbiamo già in mente tutta la storia? Ipoteticamente sì. Volendo potremmo chiuderci in un bunker a Segrate per un anno e uscirne con tutti i volumi scritti. Ci chiuderemo in un bunker a Segrate per un anno? Assolutamente no. Perché pur avendo in mente quello che potrebbe succedere siamo aperti a qualunque consiglio, qualunque suggestione, qualunque contaminazione. Siamo convinti che incontrare i nostri lettori, discutere con i ragazzi e con gli adulti che si stanno appassionando alla saga ci costringerà a rivedere alcune nostre ipotesi. E sarà per noi un piacere rimettere mano alla storia e modificare, anche all’ultimo, le sorti di alcuni personaggi. Vedremo. Berlin è un cantiere aperto.

Perché scegliere Berlino come teatro della vicenda? E perché la Berlino prima della caduta del muro?
I motivi sono tanti. Anzitutto perché ci muoviamo in un mondo senza adulti e la madre di questo archetipo è ovviamente Il signore delle mosche di William Golding. Il signore delle mosche è ambientato su un’isola deserta in mezzo all’oceano. A noi piaceva l’idea di trasformare quell’isola naturale in un’isola urbana e Berlino Ovest tra il 1961 e il 1989 è stata esattamente questo: un’isola urbana nell’oceano della Repubblica Democratica Tedesca. E poi ovviamente per la carica simbolica della città: Berlino ha cambiato faccia almeno quattro volte in un secolo, è una città che si divora e rinasce in continuazione dalle proprie ceneri. Secondo noi è la Gotham City europea. Un luogo perfetto per un immaginario post-apocalittico.

Effettivamente I fuochi di Tegel inizia con una citazione tratta da Il signore delle mosche e Jakob, uno dei personaggi principali, si porta nello zaino questo libro. A parte l’analogia della situazione – un mondo di ragazzi senza più adulti – avete altri punti di contatto con la visione di William Golding?
Il fatto che i nostri protagonisti - ragazzi, bambini - non siano di per loro né buoni né cattivi, e che ci sia chi si abbandona alla violenza, all’anarchia, al nichilismo e chi invece tenta di calare sulla realtà uno sguardo etico, morale, ereditato dai genitori e dalla società di provenienza, ecco, questo ci accomuna alla visione di Golding. E poi l’attenzione alle relazioni tra i ragazzi e tra i gruppi, la tendenza a coltivare tanto i conflitti interni quanto quelli esterni, anche questo è un altro filo rosso. Poi, per il resto, come dicevamo nelle risposta precedente, il libro di Golding è il capostipite dell’archetipo con cui abbiamo scelto di giocare, e quindi era giusto dichiararlo e partire da lì.

A un certo punto viene ricordato anche Il Signore degli Anelli e alcune situazioni di battaglia fanno pensare a I ragazzi della via Pál. Quali sono gli autori che preferite o che vi hanno in qualche modo influenzati?
Una delle domande che ci siamo fatti all’inizio, che è anche uno dei motivi alla base di questo progetto, è stata: chissà perché gli scrittori europei hanno regalato ai loro colleghi americani un intero territorio narrativo, ossia quello delle saghe per ragazzi (e non solo). Hunger Games, Divergent, Twilight, Maze Runner, Percy Jackson: tutti prodotti di successo, tutti prodotti americani. Giusto Harry Potter arriva da questa parte dell'oceano, e comunque anche Harry Potter è scritto in inglese. Ecco, a noi piaceva l’idea di cercare una via europea alla saga per ragazzi e per questo l’eco che si riconosce nella storia è quello di libri straordinari come I ragazzi della via Pál o La guerra dei bottoni. Per questo motivo, tra l’altro, abbiamo scelto di passare dalla distopia all’ucronia, accettando di giocare con la Storia e con il passato recente.

Attualmente nell’editoria molte saghe sono destinate al pubblico young adult. Voi a quale fascia di età vi rivolgete principalmente?
Il nostro lettore ideale ha dai dodici anni in su: da dodici ai novantanove, ci piace dire. Berlin è stratificato: un ragazzino vedrà e comprenderà alcuni livelli del racconto, un lettore adulto si accorgerà di altre suggestioni. Però, ecco, siamo partiti dai ragazzi delle medie e scrivendo e immaginando la vicenda è soprattutto a loro che pensiamo. Ci piacerebbe accompagnarli dalla letteratura per l’infanzia a quella per adulti. Sulla categoria young adult nutriamo diversi dubbi. Ma è un discorso complesso. Magari una volta, se ti interessa, facciamo poi un’intervista solo su questo!

Ancora una domanda prima di salutarci: alcune delle serie che avete citato hanno avuto una trasposizione cinematografica. Succederà anche a Berlin?
Beh, sarebbe sciocco far finta che non ci farebbe piacere. Il problema ovviamente è la produzione. Ma noi siamo fiduciosi. Abbiamo già avuto degli interessamenti e crediamo che i tempi siano maturi perché anche in Europa ci si imbarchi in avventure produttive tanto ludiche e rivolte al grande pubblico, quanto raffinate e di qualità. Vedremo. Intanto noi si lavora a testa bassa sulla saga di carta. E a dirla tutta: ci stiamo divertendo un casino.


I LIBRI DI FABIO GEDA
I LIBRI DI MARCO MAGNONE


 

 

 

 
 
 
 
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