Intervista a Fausta Garavini

Fausta Garavini
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La solitudine, a volte, s'incarna in un luogo ben preciso, e veste i panni di una sensazione deliberatamente cercata e voluta. Fausta Garavini, studiosa di letteratura francesce e occitana, traduttrice e scrittrice, con all'attivo un lungo elenco di racconti e romanzi, ha un'idea ben precisa di cosa voglia dire allontanarsi da tutto e tutti, per ritrovare l'unica cosa che non possiamo permetterci di perdere: noi stessi.
Diario delle solitudini è il racconto silenzioso che il protagonista, un fotoreporter, fa a se stesso: la scrittura può davvero avere un effetto terapeutico, specie dopo un forte trauma?
Secondo la mia esperienza, può averlo in parte, mai interamente. Ma ogni esperienza è singolare.


C'è un luogo in particolare, vero e concreto, divenuto fonte d'ispirazione per la villa immersa nella nebbia lagunare?
Sì, c’è, ma è un segreto che non vorrei divulgare. Posso solo aggiungere che, almeno per quanto mi riguarda, un luogo è spesso all’origine delle mie narrazioni. E che comunque il paesaggio che mi emoziona di più è appunto quello lagunare. E’ sempre presente nei miei libri, negli Occhi dei pavoni  (le lagune fra Montpelllier e Narbonne), in Diletta Costanza (le valli di Comacchio), in Uffizio delle tenebre (Venezia), perfino un poco nel Nome dell’Imperatore (ancora Venezia). Sarà un fatto ancestrale, la mia famiglia è originaria della zona fra Ravenna e Ferrara...e forse in una vita anteriore ero una folaga palustre (è una battuta, non scrivete che credo alla metempsicosi!!!).


La vicenda del fotoreporter intreccia quella di individui che non ha mai conosciuto. Hai avuto modo di entrare in contatto con delle “reali” storie di famiglia, utilizzandole poi come materiale per il romanzo?

Assolutamente no. Quella famiglia è tutta inventata.


Si può dire che il libro sia incentrato sul tema della memoria e del recupero: quanto conta per la costruzione di una personalità?
E’ essenziale. Siamo fatti di passato.Tutte le generazioni precedenti sono in noi, da Neanderthal fino ai nostri nonni. Vivere senza memoria (e senza ricerca della memoria) è terribilmente riduttivo... Dirlo è perfino una banalità, basta pensare ai replicanti di Blade runner.

 
Il tuo lavoro di traduttrice, di interprete delle parole altrui, ti aiuta o ti ostacola nella scrittura?
Qualunque lavoro sulle parole può aiutare. Traducendo si cerca di capire qual è l’espressione più calzante per rendere quella del testo originale, quindi si riflette sul linguaggio, si arricchisce il proprio vocabolario, si prende coscienza delle sfumature. Questo,almeno, fanno i veri traduttori, che purtroppo sono pochi.

I libri di Fausta Garavini

 

 

 
 
 
 
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