Intervista a Federica Magro

Federica Magro
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Se la Mondadori è stata, ed è ancora oggi, un'istituzione intoccabile nel panorama editoriale italiano, i suoi Oscar appaiono come qualcosa di mitico ed irraggiungibile. A rendere più "umana" questa collana fatta di saggi, storia, classici, è il tocco professionale e femminile di Federica Magro, editor: dalle ricerche sui testi antichi alla "ricetta" per costruire un successo, il suo lavoro ha avuto sempre un unico filo conduttore:  la passione per la letteratura.





Come è iniziato il lavoro alla Mondadori? Che tipo di "gavetta" è stata necessaria per diventare editor?
Non so se è stata una gavetta, ma prima di fare l’editor, mi ero fatta le ossa sui testi degli antichi, lavorando in università a ricostruire con delle edizioni critiche  i primi testi delle letterature  europee. E poi con una virata all’oggi piuttosto decisa sono entrata in Mondadori per occuparmi del sito di vendita on line di libri (bol.it). E prima, durante e dopo ho continuato a lavorare ai testi (contemporanei) con traduzioni, revisioni, recensioni e letture per diversi editori… Sì mi sa che hai ragione tu, proprio una gavetta è stata.


Hai sempre voluto lavorare nell'editoria, e soprattutto, hai sempre desiderato diventare editor?
No, ho sempre nutrito abbondantemente  la mia passione per la lettura, la scrittura, la parola, ma non avevo previsto che che si sarebbe incarnata in questo mestiere.


Quali sono, dal tuo punto di vista, le qualità di un buon editor? Conta più l'intuito, la concentrazione o lo "studio"?
Credo che un buon editor oggi debba aver sviluppato una doppia sensibilità: verso il testo, a coglierne ogni potenzialità e vibrazione, e verso il mercato per catturarne umori e tendenze e magari anticiparle e stimolarle. Non so se queste due sensibilità sia affinino di più con lo studio o l’intuito, immagino ci vogliano  entrambi. E poi credo non guasti una gran dose di curiosità verso il mondo in generale.


In un paese come l'Italia, dove la schiera dei lettori si assottiglia giorno dopo giorno, che cosa possono fare le case editrici per conquistare nuovi adepti della letteratura?
Quello che stanno facendo, credo, cioè continuare a fare uno scouting attento delle nuove voci, ma anche di nuovi generi o contaminazioni tra generi. E proporre sia questi che i classici in una gamma più ampia di formati e prezzi. E’ quel che sta accadendo con il diffondersi dell’editoria digitale con tutte le sue virtuose, direi, implicazioni. Che sono, non solo di rendere disponibilI i libri in un nuovo formato, ma anche di differenziare l’offerta in termini di prezzi e - non ultimo – di stimolare la nascita di nuove tipologie di testi pensati ab origine direttamente ed esclusivamente per il formato elettronico, sfuttandone le diverse potenzialità. Tutto questo questo, a mio avviso, può stanare nuovi lettori.


Lavorando nell'editoria da molti anni, conoscendo bene, dunque, le dinamiche di questo mondo tanto affascinante, sei riuscita a capire che cosa decreta l'immortalità di un libro, che cosa lo rende durevole nel tempo, o addirittura un "senza tempo"? Che cosa lo fa diventare, dunque, un Oscar?
A questa domanda si può rispondere in molti modi. Quelli che restano sono i buoni libri, potrei dirti. Ma cos’è un buon libro?  Più fattori concorrano ad immortalare un libro. Volendo elencarne un paio, forse i principali, direi l’alta qualità assoluta o relativa al genere di appartenenza e l’originalità, cioè l’aver battuto strade prima inesplorate.


La grande macchina editoriale, oggi, si nutre più di passione o di pubblicità? Si tende a privilegiare una ricerca sui testi di carattere critico-letteraria o di puro marketing?
Non c’è o bianco o nero, nemmeno in questo mestierie. Però è la passione, direi, che ci guida un po’ tutti . Non solo perché non si finisce a fare questo lavoro se non si ha una grande passione per i libri, ma anche perché, anche volendo agire per mero calcolo, non credo sinceramente che nessun editore investirebbe grandi budget pubblicitari (a maggior ragione in questi tempi di magra)  su un libro che non ritenesse buono. Sarebbe una scommessa persa in partenza, è inutile montare la panna se il latte è cattivo. Resta il fatto che l’elezione del libro “buono” è un processo in parte aleatorio e soggettivo che afferisce alle qualità di cui si diceva prima, e dunque l’editore può sempre sbagliare nella scelta del libro su cui puntare. Ma questo è nella natura di tante  scommesse.

 

Infine, l'ultima domanda: da editor, da persona abituata dunque a lavorare sul testo, che cosa pensi del "self-publishing", dove quasi nessun filtro è posto tra l'autore e la possibilità di pubblicare?
Sottoscrivo il motto “più libri, più liberi”. E poi è al lettore che spetta sempre l’ultima parola su un libro. E’ il lettore alla fine che decreta se un libro è buono oppure no.

 

 

 

 
 
 
 
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