Intervista a Ferdinando Albertazzi

Ferdinando Albertazzi
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Ferdinando Albertazzi, che si definisce torinese di Bologna, non è più un bambino; eppure il suo segreto sembra essere proprio questo. Nonostante l'età anagrafica non stia dalla sua, in fondo in fondo è ancora un ragazzino. E forse è anche questo il trucco per essere uno scrittore di narrativa per ragazzi e riuscire a sfornare, in oltre trent'anni di carriera letteraria, un cifra davvero impressionante di titoli. Curiosità, coraggio, spirito di amicizia: sono i tratti caratterizzanti dei suoi piccoli personaggi. Che lo siano anche per lui?
Perché i protagonisti dei tuoi romanzi sono sempre tre ragazzini, e non uno, due, quattro o cinque?
No, non sono sempre in tre. A volte ce n’è uno solo, come ne Il correttore di destini dove il ragazzo è in combutta con un commissario. E come ne Il bonificatore di cuori, dove invece “se la intende” con un serial killer. Commissario e killer a loro volta protagonisti, ovviamente e il rapporto che il ragazzo ha liberamente con loro evidenzia le molteplici valenze, così corroboranti per la formazione, di un’intesa tra  ragazzi e adulti che non siano genitori o insegnanti. Quando i giovani protagonisti sono invece in tre, come nei tre titoli di questi gialli-noir, viene  messa in risalto la dialettica nei rapporti. Inoltre un “terzo polo” smussa frizioni e contrasti che magari si accendono tra due ragazzi e che senza un “elemento di raccordo” rischierebbero di generare incomprensioni e contrapposizioni ingessanti.


Secondo te il fatto che nella narrativa rivolta ai bambini e ai ragazzi il numero tre ricorra così spesso (Harry, Ron, Hermione; i tre porcellini; Qui, Quo e Qua; i tre moschettieri) ha un misterioso significato da scoprire?
Come dice Woody Allen, se si devono avere dei modelli tanto vale puntare in alto. E la Santissima Trinità è il vertice assoluto.


Qual è il tuo numero preferito?
Sette, un altro numero emblematico…


Perché hai scelto di parlare ai ragazzi attraverso il genere giallo e noir?
Già, le scelte: spesso si crede di compiere delle scelte, mentre poi si scopre che è stato il Caso l’artefice delle nostre scelte decisive… Succede anche con le storie in pagina: se sei autentico racconti soltanto ciò che è imprescindibile narrare, senza prefiggerti di farlo. Perché non sei tu a scegliere le storie, sono loro a venire a trovarti  con il “vestito” (cioè il genere) a loro più congeniale. Quando capita, devi semplicemente lasciartene permeare e metterti al loro servizio, raccontandole con la concentrazione e la dedizione che meritano.


Che cosa ti leggevano i tuoi genitori da bambino?
I grandi classici: Capitani coraggiosi, L’isola del tesoro, le straordinarie storie anche per i bambini di Oscar Wilde.


E tu, hai mai letto qualcosa ai tuoi figli o ai tuoi nipoti?
Non ho figli né nipoti.


Qual è il romanzo che ti piaceva di più da ragazzo?
Due, i titoli-bibbia: Una vita di Maupassant e Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.


Che significa esattamente “nonnità”?
L’età dei nonni, ma non solo. La condizione di chi ha in sé l’età dei ragazzi e degli adulti, più qualche altra primavera. Ma le due precedenti non le ha perse così agisce sommandole, non sottraendole.

I libri di Ferdinando Albertazzi

 

 

 
 
 
 
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