Intervista a Francesca Comencini

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Regista, scrittrice, promotrice del movimento culturale “Se non ora quando”, Francesca Comencini sembra nata con la macchina da presa in spalla e la penna fra le dita e non perché sia figlia d’arte, ma piuttosto per la sua abilità innata e ben coltivata  di osservare nel profondo e poi raccontare la società contemporanea, i suoi mali stagionali e i suoi modi peculiari di stare al mondo.




Il titolo del tuo secondo libro lascia intendere che alcuni amori sanno stare al mondo, altri no. È così?
Quando ho chiesto ad una mia amica cosa ne pensasse del titolo, mi ha risposto “ma tutti gli amori non sanno stare al mondo”. Allora, forse no, cioè, non esistono amori che sanno stare al mondo, esiste però un modo di non sapere stare al mondo diverso per ogni epoca. Per riuscire a stare al mondo serve un codice condiviso tra gli innamorati e il mondo: con quel titolo intendo proprio gli amori che non trovano il codice. Per le generazioni antecedenti alla mia, questo codice poteva essere il matrimonio, che era un assetto di un certo  tipo nei rapporti tra gli uomini e le donne, con dei ruoli abbastanza definiti. Questo, però, è stato fatto esplodere dal femminismo, dalla conquistata libertà delle donne, che nel mondo hanno preso un posto completamente diverso da quello che era stato loro assegnato. Si tratta di un cambiamento d’assetto enorme e di cui ancora non si è cominciato a percepirne l’importanza. Sono cambiati anche i codici tra gli amori e il mondo, perché le donne non corrispondono più al ruolo che è stato affidato loro, anche all’interno della relazione d’amore. In questo senso, gli amori che non sanno stare al mondo del mio libro, sono quelli in cui gli uomini fuggono un po’ e le donne cercano; e in questa fuga e ricerca c’è tutta la difficoltà di stare nel mondo.

Raccontare l’amore tra due donne è un’esperienza diversa dal racconto di un amore tra un uomo e una donna?
Ho raccontato questo amore esattamente come tutti gli altri amori e sono tre quelli che attraversano il libro. Un amore ormai alla fine, quello tra due cinquantenni, un uomo e una donna; due ragazze si imbattono nelle esistenze di questi due personaggi, che stanno ancora elaborando il lutto della loro relazione e che se ne innamorano a loro volta. Credo che la narrazione costruisca un spazio di immaginazione nella mente di chi legge e questa è una delle cose belle del narrare. I racconti sono spazi di immaginazione, di emozione, di identificazione, senza nessun precetto e nessuna morale, ma che tuttavia, hanno anche una grande importanza politica. Perciò, mi è sembrato importante raccontare con naturalezza e con un’apparente non differenza gli amori diversi, proprio per favorire quell’immaginazione che, forse, nella testa di qualche lettrice o lettore ancora non c’è.

Qual è il tuo sguardo di donna e di promotrice di “Se non ora quando” sugli aspetti di sottomissione e cedevolezza delle protagoniste femminili ritratte nel libro?
 Come scrittrice condivido gli spazi emotivi di tutti e quattro i personaggi, anche dell’uomo. Come donna ho fatto lo sforzo di raccontare personaggi problematici contraddittori e complessi e pur essendo donna, ho cercato di fare uno sforzo di identificazione anche con il personaggio maschile. Sono ambiti diversi quello della mia militanza politica, il mio essere femminista e quello di scrivere delle storie di umani che hanno spazi di sottomissione, come anche momenti di grande autonomia, di forza e di debolezza e l’ho fatto sia per i personaggi maschili che femminili. Delle tre donne, due sono piuttosto giovani, intorno ai 30 anni, la terza, che è la protagonista femminile, è una donna in cui io mi sono sicuramente più proiettata, ha la mia età e, probabilmente, mi somiglia di più. Sono donne che hanno delle contraddizioni ed elementi di grande cedevolezza, non vogliono rinunciare all’amore e questo le porta a volte ad avere dei comportamenti che non direi sottomessi, ma fragili, deboli. Ciascuna, in modo diverso, cerca di non trascendere sulla propria verità, ma piuttosto di raccontarla, di affermarla e di non fingere né al cospetto del mondo, né dei maschi. E questo credo che sia un elemento nuovo, uno spazio di libertà che le donne hanno taciuto, come hanno fatto con la loro fragilità.

Tra le pagine del romanzo due frasi si rivelano significative rispetto alla storia. Un’affermazione di Flavio, il protagonista maschile, che afferma: “soltanto se avessi la sensazione di essere indispensabile, accetterei di rimanere legato” e l’altra di Claudia, che dice: “volevamo essere libere, non volevamo essere sole”...
Sono due frasi che sento anch’io come molto importanti, perché si ricollegano a quanto dicevo sul cambiamento di assetto, di cui il libro parla molto, di come faticosamente gli uomini e le donne stiano cercando di darsi la possibilità di amarsi alla pari. Un’opportunità e una cosa complicata insieme. Flavio fugge dai legami: questo personaggio maschile non si assume la responsabilità dei suoi amori. E quando afferma “soltanto se…” intende dire solo a condizione di continuare a credere di potere dominare, di essere indispensabile nel senso di essere più forte… allora, sarò legato a te. Al contempo, la donna cinquantenne, che è stata un femminista, una che ha spaccato questo assetto con la sua militanza e il suo modo di essere arrabbiata, si ritrova a pensare che abbiamo fatto tutto questo per essere libere, non per essere lasciate sole; perché il prezzo che le donne della mia generazione hanno pagato, quando hanno cercato una forma nuova dell’essere donna anche all’interno della coppia, è stato spesso quello della solitudine amorosa, cioè rispetto agli uomini. Il femminismo, ossia, la ricerca della parità nella differenza non voleva dire volersi disfare degli uomini e quindi, rimanere sole, ma cercare qualcos’altro.

I libri di Francesca Comencini

 

 

 

 
 
 
 
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