Intervista a Francesca Pellegrino

Francesca Pellegrino
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È più facile uscire da un labirinto che orientarsi nella vasta giungla di testi poetici pubblicati da poeti esordienti. Crescono come funghi e imbattersi in quelli scadenti non è piacevole, né purtroppo infrequente.  Per questa ragione quando ne incontri una come Francesca Pellegrino, che rivela al contrario di possedere un indubbio talento, vale la pena chiudere il libro, salire in macchina e andare a fare due chiacchiere di persona. La raggiungo in una località balneare dove, neanche a dirlo, mi attende seduta davanti ad un tavolino occupato da alcuni libri di poesia. Le premesse sono davvero incoraggianti… 
Dimentichi ancora di dare l’acqua ai tuoi sogni o hai fatto progressi?
Solo di recente ho la netta sensazione, di non aver fatto altro, che dare acqua ai sogni. Insomma, come definire meglio questa lungimiranza che mi spinge a sognare, ancora? Come, se non così?


Nel frattempo si è verificata una Chernobylove. Il titolo lascerebbe presupporre una catastrofe amorosa di vaste proporzioni. Che è successo in realtà?
E’ successo che un sogno è morto. Quel sogno e tutti i suoi figli. Era come stare in guerra, quella con la paura delle bombe e che arrivino i soldati nemici alle porte per rubare l’amore. E’ successo che un sogno è morto, ma quasi non se n’era accorto nessuno. Ognuno era rimasto nella propria quotidianità, lasciandosi vivere così come gli slogan consigliavano di fare. Compresa io, capendo solo poi, che il sogno morto, non era mai esistito, perché non era che l’investimento di una società che ci vuole vendere una vita surrogata, spersonalizzandoci. Barbie, Cicciobello, le automobiline Majoret, per insegnarci che è tutto meraviglioso e fantastico e che basta un clik, per fare la luce nelle stanze buie. E’ successo in realtà, che il disincanto arriva un bel giorno e comprendi che tutta la verità che ci hanno propinato finora, non era che una bugia. Una bugia, come il cielo di Chernobyl, il giorno dopo il disastro, sbrilluccicante di stelle, col destino dell’orrore addosso.


Non è che adesso ti metterai a pubblicare un libro all’anno?
No, no, giuro che mi do una calmata. Ma, ogni due anni, forse, sì. Spero che quella che chiamiamo ispirazione, sia uno stato di permanente contaminazione con la vita. E, speriamo!


È stato difficile trovare una casa editrice disposta a scommettere su un’esordiente?
Non direi difficile. E’ successo che nel 2008, motivata dalla pubblicazione di una plaquette “l’Enunciato” per un concorso “Donne in Poesia”, curata da Elisa Davoglio, decisi di spedire il manoscritto Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni. Dopo due giorni lavorativi, una delle cinque case editrici a cui l’avevo spedito, la  Kimerik, mi ha proposto un contratto di pubblicazione  non a pagamento, che ho accettato. Le parole dell’editore, furono queste “noi vogliamo dimostrarle che ci crediamo”. Di lì a 4 mesi, il libro mi era nelle mani.

 
A che età hai iniziato a comporre i primi versi?
Dopo le elementari, ho iniziato a scrivere su due diari diversi. Uno era quello delle mie giornate e l’altro era il diario delle poesie. E poi, non ho più smesso.


Come nasce in te l’urgenza espressiva?
Arriva. La sento nello stomaco che preme, poi coinvolge anche tutto il resto e mi risulta davvero impossibile ignorarla. Quando per un po’ di giorni non arriva, mi manca tanto. Ma poi, ritorna. E rinasciamo insieme.


Che cosa rappresenta per te la poesia?
La poesia per me è come riuscire a risolvere, toccandoli contemporaneamente, l’assoluto e il relativo, l’estasi e l’esistenza. E’ la cosa che mi fa sentire l’Amore, come ad averlo dentro gli occhi.
Amore per dire, fuoco, pace, universo e la bellezza. Mica quella degli specchi, però.


Quali autori hanno indirizzato e influenzato maggiormente la tua formazione poetica?
Indirizzato, non direi. Li ho letti dopo le prime urgenze, colpa della mia mancata formazione classica. Approfondendo, poi, mi hanno innamorato, la Dickinson che è in prima linea, e ancora, Cèline, Prevért, Ungaretti, Saramago, Pessoa.


A quali poeti guardi oggi con maggiore interesse?
Ci sono state scoperte straordinarie nel panorama di poesia contemporanea. Poeti che mi sono entrati prepotentemente dentro. Poeti conosciuti navigando in internet, che mi meravigliano.


Come definiresti la tua poetica?
Per dovere di sintesi, vista la questione della fame originale, direi che la mia poetica è pane e pomodoro, appena una filo di olio di oliva e una bicchiere d’acqua, sulla sete.


Che cosa fai nella vita di tutti i giorni quando non componi poesie?
Tutti i giorni, sono la mamma di Luca, che ha dieci anni e ora calza il mio stesso numero di scarpe. Non è un dettaglio trascurabile, lo dico per la questione dei passi e della costruzione, di mattone dopo mattone, di una famiglia. Io e lui. Per pagare il costo della vita, invece, sono disegnatrice CAD di opere stradali. Quelle opere sulle quali si viaggia o si fugge: dipende dai casi o dai punti di vista. Ma, la sensazione che ho, è che non siano cose diverse dalla poesia.


Che importanza attribuisci al web nella promozione della poesia e dei libri in genere?
Trovo che sia fondamentale, specie per chi non gode di una distribuzione certa sul territorio, che è il “difetto” di tante case editrici. E nella promozione nel web, accade di scontrarsi con la magia di persone, che altrimenti non avrei mai saputo.

I libri di Francesca Pellegrino

 

 

 

 
 
 
 
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