Intervista a Francesco Giorgino

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Da diversi anni entra tutte le sere nelle case degli italiani riportando con precisione e accuratezza notizie belle e brutte, confortanti e drammatiche. Francesco Giorgino però non è soltanto il famoso anchorman del TG1 ma è anche docente universitario e autore di libri capaci di analizzare in profondità il complesso mondo dell’informazione. Di questo e di tante altre cose abbiamo parlato qui su Mangialibri.




Iniziamo subito “in medias res”. In un mondo e in un tempo in cui sembra sufficiente avere uno smartphone e trovarsi nel posto giusto al momento giusto per fare il cosiddetto “scoop” e in cui le ingerenze editoriali sono sempre più forti, qual è il ruolo del giornalista?
Nel mio libro Giornalismi e società – informazione, politica, economia e cultura edito da Mondadori Education ho posto al centro dell’attenzione degli operatori dell’informazione e degli studiosi di sociologia della comunicazione e del giornalismo il tema della mediazione fra la realtà rappresentabile e il pubblico. La questione di rendere sovrapponibili rappresentazione e percezione affonda le radici nel tempo ed è da sempre cruciale, come dimostra il lungimirante pensiero di Kant. Pensiero poi ripreso da quella letteratura sociologica che ha avuto e ha l’ambizione di ricercare una sintonia autentica fra ambiente reale (la realtà di cui abbiamo percezione diretta) e ambiente simbolico (di cui abbiamo percezione attraverso una ri-costruzione o costruzione simbolica). Con la pervasività delle nuove tecnologie e con le nuove piattaforme digitali (smartphone in testa) siamo stati chiamati a confrontarci con la definizione di un nuovo modello di giornalismo: il citizen journalism. Si tratta di un modello che da un lato ha allargato il numero dei protagonisti che concorrono alla sfera pubblica mediata, per dirla con Thompson, dall’altro ha posto e pone problemi inediti al giornalismo. Ad esempio, il dualismo fra selezioni rigorose e informazione fai da te; la contestualizzazione degli accadimenti dentro frames cognitivi ed emozionali orientati alla coltivazione di un orizzonte di senso versus schemi culturali che rischiano di alimentari visioni pre-esistenti. Insomma, logica del gatekeeping ad opera di soggetti professionalizzati versus dimensioni frutto di isolamento, espressione di quella “mosca nel barattolo” di cui parla Baudrillard. C’è dunque il tema del potenziamento del civic engagement e della partecipazione democratica ma anche del protagonismo personale e sociale che sta dietro il bisogno ormai antropologico di documentare e condividere la realtà ad opera di “chiunque”. E c’è il problema della difficoltà sempre più crescente del pubblico, che nella dimensione dei “prosumer” è al tempo stesso consumatore e produttore di notizie, nel discernere il grano buono da quello cattivo. L’informazione si regge su un assioma, il “dire per essere creduti”, la credibilità è elemento fondante, ma quando tutto viene messo sullo stesso piano anche l’elemento più strutturato diventa presupposto debole e fragile. Fatta questa considerazione di scenario, il ruolo del giornalista, anche nel XXI secolo, sta nella sua capacità di interpretare e rappresentare la complessità della realtà dentro un paradigma, quello della postmodernità, che ci invita alla sfida del cambiamento, ma anche a confrontarci con la globalizzazione: parola quest’ultima da intendersi come esito di un processo di rimodulazione delle categorie “tempo” e “spazio”, come “azione a distanza” e soprattutto come interconnessione fra sistemi. E’ evidente che per assolvere a questa funzione occorra un aggiornamento continuo delle chiavi interpretative del giornalismo, anzi dei giornalismi, visto che esistono tanti giornalismi quanti sono i linguaggi e le tecnologie a disposizione dell’informazione, i contenuti veicolati, i pubblici da raggiungere.

Le cosiddette “bufale” ‒ o, per usare uno dei tanti anglicismi che popolano la lingua italiana, le “fake news” ‒ sono uno dei principali nemici del giornalismo. Quali sono gli strumenti a vostra disposizione per evitarle e far sì che la professione di giornalista non venga screditata?
Hai ragione nel definire le “fake news” uno dei principali nemici del giornalismo, ma non dimentichiamoci che l’informazione mainstream ha delle responsabilità, se è vero come è vero che negli ultimi anni non ha saputo far comprendere la differenza che c’è fra un modello che ruota intorno a processi rigorosi di raccolta, selezione, gerarchizzazione, trattamento e tematizzazione delle notizie e un sistema senza regole, senza rispetto di routine produttive, svincolato da principi deontologici ed etici. Proviamo allora, sia pur in sintesi, a sviluppare un ragionamento intorno alla verità. Non appartengo certo alla schiera di quegli studiosi che considerano la verità giornalistica un assoluto e l’obiettività un mito. Ho colto molte similitudini fra la verità del processo e la verità della ricostruzione giornalistica. Magistrati e giornalisti lavorano sui dati di fatto che è stato possibile acquisire, seguendo regole e procedure frutto di valori professionali. Così come devo sottolineare che ho sempre ritenuto che la migliore forma di obiettività (cosa diversa dalla oggettività in quanto conformità piena e assoluta della rappresentazione all’oggetto rappresentato) sia quella connessa alla competenza tematica, almeno nell’intento di evitare di correre il rischio di essere strumentalizzati dalle fonti. Quindi, è vero la verità che propone il giornalismo non è una verità assoluta, ma relativa. E non può esistere l’oggettività, ma l’obiettività orientata allo scopo, per dirla con le parole di Max Weber. Tuttavia, pur dentro i limiti di questa visione, diventa essenziale ricordare che essa non può essere certo paragonata a quella zona grigia, fatta di verosimiglianza più che di verità, che si sedimenta giorno dopo giorno all’interno del sistema, fragile e discutibile, di chi, operando solo attraverso i social network, vuole prescindere da qualunque forma di intermediazione professionale. Il tema rileva anche ai fini dell’analisi degli effetti sociali. Chi rinuncia alla verità, pur parziale, del giornalismo in quanto sistema professionale di fatto sta alimentando la considerazione che ciascuno può bastare a sé stesso, che è vantaggioso muoversi lungo il tragitto tracciato da Beck con la sua teoria dell’individualismo libertario e da Bauman con il paradigma della società liquida. Essere concentrati nella realizzazione del personale percorso di autodeterminazione significa optare per la società degli individui più che per quella delle persone. Significa ricercare non la verità degli altri, ma essere confermati nella propria verità, nella propria opinione. Significa assecondare solo le proprie aspettative e gratificare solo le proprie opzioni e preferenze. Non è una differenza di poco. Le “fake news” mi spaventano soprattutto per questo.

Come ha reagito il mondo dell’informazione alla cosiddetta era della post-verità?
L’espressione post-verità è ormai diventata una convenzione. Non sono convinto che essa rappresenti realmente quello che sta accadendo. La verità non è tramontata. Ci sono molti ambiti dell’esperienza umana, penso alla ricerca scientifica, in cui il metodo è garanzia del merito e il merito è presupposto per un processo di convergenza autentico fra conoscenza, verità, libertà, come ci ha insegnato Wiesel. Prenda ad esempio l’espressione “post-modernità”, almeno nell’accezione proposta da Llyotard. Dire che viviamo nella condizione post-moderna non significa assistere al tramonto della modernità, ma ad un’evoluzione del suo concetto. Lo stesso vale per la verità. Devo sottolineare che mi preoccupa più la pre-verità, ovvero il pre-giudizio, il pre-concetto che la post-verità. Comunque, per rispondere alla sua domanda le dico che per contrastare i rischi connessi a quello che orami comunemente viene definita, appunto, “post-verità”, il giornalismo deve compiere un grande atto di coraggio. Deve riconoscere, con umiltà, che ha dato molte cose per scontate, che ha indugiato lungo traiettorie di interlocuzione con il pubblico frutto di eccessi di conformismi ideologici e culturali, di “politicamente corretto”, di autoreferenzialità. Serve uno scatto di reni per far capire ad un pubblico, ormai non più solo attivo ma anche interattivo, che la ricchezza dei linguaggi a disposizione, la cross-medialità, l’interstetualità sono la riprova di una disponibilità del sistema dell’informazione ad intercettare il cambiamento sociale e culturale.

Per anni il giornalismo è stato una sorta di cane da guardia per il potere, basti pensare a inchieste storiche che hanno fatto tremare alcune le autorità più potenti del mondo. Da diversi anni però, larghi settori dell’informazione sembrano rappresentare più degli strumenti di manipolazione a favore del potere che delle figure scomode in grado di dare risposte alle domande della gente. Ci si è forse accorti che la ricerca di una scomoda verità paga meno di una bella bugia oppure ci sono altre ragioni?
Nel mio libro affronto nel dettaglio il rapporto, anche in chiave diacronica, fra informazione e politica. Racconto i rapporti di forza fra i due sistemi, le dominanze reciproche, i fattori di condizionamento, gli sviluppi della teoria dell’agenda setting, l’evoluzione del concetto di potere, oggi molto più accessibile di ieri, ma proprio per questo anche più vulnerabile. Dobbiamo considerare certo le forme di distorsione volontaria della realtà, ma non possiamo trascurare quelle ancora più preoccupanti perché connesse alla distorsione involontaria, strutturale e produttiva. Siamo passati da una stagione di dominio della politica sui news-media ad una di segno opposto, contrassegnata dall’influenza della media logic sui processi decisionali pubblici. La politica oggi sembra essere interessata, a causa di questa situazione, più alla rappresentazione delle sue intenzioni (spesso però non si scorge l’azionalibilità delle proposte e ci si ferma solo agli annunci) che alla rappresentanza degli interessi dei propri elettori. Un tempo la copertura mediatica era la conseguenza dell’azione politica. Oggi è il presupposto. Va anche aggiunto che nel secolo scorso si è giustamente coltivata l’idea che la quantità dell’informazione sarebbe stata una delle garanzie principali della qualità della democrazia. Oggi il problema è opposto. A fronte dell’overload informativo dobbiamo difenderci, dobbiamo sviluppare capacità di discernimento. Per questo sono sempre più persuaso del fatto che la qualità della democrazia si raggiunga attraverso l’implementazione della qualità dell’informazione, più che della sua quantità. L’interpretazione post-moderna della vecchia idea del “cane da guardia della democrazia” sta nell’allungare lo sguardo analitico della professione giornalistica sulla complessità della realtà più che sugli elementi della logica della complicazione. Sta nel munirsi di chiavi interpretative più sofisticate, nel rinunciare all’iper-semplificazione.

Cosa pensi di Julian Assange e Edward Snowden, due figure controverse che hanno indubbiamente segnato il nostro tempo e polarizzato le reazioni?
Penso che siano vicende emblematiche delle questioni che mettevo in evidenza in precedenza.

Arthur Miller una volta ha detto: “Un giornale, suppongo, è una nazione che parla a se stessa”. Pensi che questa frase sia vera? E se sì, cosa racconta questa nazione a se stessa?
La citazione pone due questioni: l’identità e la capacità di racconto. Quanto all’identità, credo vada sottolineata l’esigenza di assicurare percorsi di narrazione che, in ossequio al paradigma sociologico dello struttural-funzionalismo, creino socializzazione e non de-socializzazione. Ha ragione Morcellini quando sostiene che viviamo dentro un paradosso: a fronte di una robusta bulimia di stimoli di conoscenza, assistiamo spesso ad una sorta di anoressia del senso comunitario. Il giornalismo, l’informazione, la comunicazione devono servire da collante di una comunità e non da deflagratori del potenziale relazionale. Dobbiamo maturare il convincimento (nell’ultimo capitolo del libro lo faccio) che accanto a fonti formali di trasferimento della conoscenza operano fonti informali che, tuttavia, non possono muoversi in modo de-correlato e de-contestualizzato. Quanto alla narrazione, ritengo vada considerato per buono quell’approccio in base al quale rileva più che la narrazione “su” un Paese, la narrazione “di” un Paese. Il giornalismo è solo uno strumento per realizzare questo obiettivo, se diamo per buona la considerazione della cultura come universo di conoscenze conoscibili.


I LIBRI DI FRANCESCO GIORGINO


 

 

 

 
 
 
 
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