Intervista a Francesco Lo Storto

Francesco Lo Storto

Siamo a Roma,  proprio dove la Garbatella sta per sconfinare nel più ferroso - ma non per questo meno affascinante - quartiere Ostiense. Più precisamente siamo davanti alla Scuola Internazionale di Comix, dove Francesco Lo Storto insegna - bene - fumetto. Sigaretta, caffè, aperitivo...  Francesco è foggiano, classe 1969 (gliene daresti quasi la metà), e di mestiere fa il disegnatore di fumetti. Nel 2003 vince il Concorso Xcomics, collabora con Coniglio Editore, ha disegnato fumetti didattici per l'infanzia per la FAO, ha realizzato storyboard per "Le Iene". Ha un Blog [http://francescolostorto.blogspot.com], ma credo non lo sappia, per questo non lo aggiorna.

Come sei finito a disegnare fumetti?
Perché per me era necessario. Ho capito che disegnare era il mio mondo a cinque anni: la maestra ci fece disegnare un cane; lo feci; poi guardai il disegno del mio compagno di banco e passai i due anni successivi a chiedermi perché il mio cane aveva quell'aspetto. A sette anni avevo coscienza che potevo e sapevo disegnare. Poi per un po' me lo sono anche dimenticato: ho preso un diploma, ho fatto il servizio militare, mi sono laureato in legge, poi il praticantato... Uno regolare, in poche parole. Per fortuna ho smesso e ripreso a disegnare.
 

Avvocato, poi disegnatore, ricorda un po' la storia di De André. Che rapporto hai con la musica? O meglio che rapporto ha la musica con il tuo disegnare?
De André e Fossati sono per me cantautori di riferimento, per motivi diversi. A volte scivolo su Tiziano Ferro... Ascolto molto la musica, molto. Sono cresciuto con il rock, il punk, i Depeche Mode. Quando disegno è un po' diverso, non può mancare la musica, ma creo una playlist - così non devo alzarmi troppe volte -, avendo cura di non scegliere mai cose troppo emozionali. La mia emotività, la mia concentrazione emotiva, deve stare sul/nel disegno.
 

Le storie che disegni contano molto sulla tua grande capacità di narrare montando in modo sequenziale inquadrature efficaci. Quanto pesa il cinema sul tuo modo di lavorare?
Molto. Nel senso che prima di disegnare qualsiasi cosa devo esattamente sapere come inquadrare una scena e come funzionerà il montaggio di quella con il resto.  Quando lavoro, scegliere come guardare una scena e i suoi dettagli, è per me la parte più difficile. Sicuramente il linguaggio cinematografico influenza il mio modo di guardare le cose e il mio modo di disegnare. A  volte un dettaglio dice molto di più di un campo lungo e viceversa, ma è una scelta importante che devo fare a monte, prima di poggiare la matita sul foglio.
 

Quali sono i tuoi riferimenti nel mondo del fumetto?
Per quel che riguarda il bianco e nero certamente Mandrafina, Cayenna, e in generale il fumetto argentino. Tra gli italiani mi piacciono Ivo Milazzo e Corrado Mastantuono; se, invece, penso ai più giovani: Fabio Pezzi. Mi piacciono certi autori del fumetto francese Régis Loisel, Mathieu Lauffray. Sono colpito da disegnatori dal segno un po' sporco,  Jordi Bernet, ad esempio.
 
Per quanto riguarda il segno lavori togliendo o aggiungendo?
Oggi preferisco lavorare sul segno, togliendone; per detrazione, dunque. A volte anche per una questione di velocità. Per poter lavorare così è necessario avere veramente le idee chiare su cosa si vuole disegnare. Quanto più le cose ti sono chiare meno hai bisogno di segni per rappresentarle.

 
I fumetti di Francesco Lo Storto

 

 

 
 
 
 
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