Intervista a Franck Bouysse

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Approfittando della presenza di Franck Bouysse al Noir in Festival 2016 di Milano, arrivato alla sua XXVI edizione, e grazie alla disponibilità dell’ufficio stampa di Neri Pozza e dell’interprete, intercetto l’autore all’ora di pranzo, interrompendo con ogni probabilità la sua meritata pausa. Il dispiacere di non poter essere fisicamente presente alla manifestazione lombarda si stempera grazie alla cortesia di Franck e dell’interprete, e i tre quarti d’ora di chiacchierata telefonica passano fin troppo velocemente, tra impressioni sul romanzo e considerazioni sulla letteratura contemporanea, sulla religione e il mondo moderno.




Bonjour Franck (e il mio francese finisce qui), comincio con la classica prima domanda: da dove hai preso spunto per raccontare la storia che è al centro del tuo Ingrossare le schiere celesti?
Se vogliamo parlare di uno spunto, direi che il punto di partenza è stata un’emozione. Un giorno, mi è capitato di vedere un documentario sulla regione delle Cevenne francesi. C’era un contadino seduto ad un tavolo, intento a guardare alla televisione le immagini del funerale dell’Abbé Pierre. Questa immagine è stata folgorante, mi ha trafitto, forse perché legata anche alla mia infanzia e poi da quel punto di partenza ho iniziato a scavare dentro la storia. Ma tutto il mio lavoro di romanziere si basa sulle emozioni. È come se io volessi mettere delle immagini da adulto su delle emozioni più infantili.

La storia è ambientata nei boschi tra Grizac e Pont-de-Montverd. C’è un legame con il tuo paese natale? Brive-la-Gaillard, se non sbaglio, non è molto distante da quei luoghi…
Diciamo che è quasi un paradosso perché, in questo caso, il luogo non è così importante. Il fulcro principale è costituito dai personaggi. Ho potuto visitare questa zona e mi sono innamorato dei luoghi ed è stata, come dicevo prima, un’emozione fortissima. È come se io conoscessi Gus, il protagonista di questa storia, e quando vado in altri paesi e lo descrivo, in molti dicono di riconoscere in lui persone che anche loro conoscono. Questo per dire che, appunto, non è importante il luogo quanto i personaggi, certamente legati a un clima e a un contesto specifico, ma che però devono essere trasportabili anche altrove. Per assurdo, se dovessimo spostare i due protagonisti, Gus e Abel, nel Montana, la storia dovrebbe comunque funzionare. Mi piace questo lato universale del testo, è la mia ambizione andare oltre il contesto geografico.

La religione entra in questo romanzo in maniera trasversale: si inizia con l’annuncio della morte dell’Abbé Pierre che sconvolge Gus, poi c’è la comparsa di alcuni predicatori misteriosi, che incutono timore più che reverenza e infine c’è la fede di Gus, che gli dona una specie di salvezza eterna personale. Tre livelli che presuppongono un tuo ragionamento particolare sulla religione?
Ricordiamoci che l’Abbé Pierre era cattolico e le Cevenne sono una zona storicamente protestante. È lì che gli ugonotti si sono fatti massacrare durante il regno di Luigi XIV, ma Gus, che fa parte di questa terra, è invece colpito dalla morte di questo prete cattolico. Ci si può chiedere il perché ed è come se lui cercasse di riconciliare due mondi, di metterli insieme e questo non c’entra niente con quel proselitismo evangelico dei predicatori che hai citato. Per me non è questa la vera religione. Conosco bene questi evangelizzatori che talvolta vengono a bussare anche alla mia porta e devo dire che li detesto. È come se Gus, invece, si lasciasse invadere dalla sacralità. Le Cevenne sono una terra ricca di templi e quando pensiamo a Gus possiamo vederlo seduto a un tavolo, quasi in preghiera, mentre si lascia sopraffare dalle emozioni e dagli eventi. Io preferisco persone così, come lui, piuttosto che quelli che cercano di imporre i loro dogmi nelle teste degli altri.

Gus è un uomo senza vita, eppure non chiederebbe che di essere lasciato in pace. Ma la sua solitudine sembra anche una sorta di protezione da un mondo nel quale non si riconosce ed è come se la tua fosse anche una specie di critica al mondo moderno, non è così?
Questa domanda mi fa pensare. Forse inconsciamente è stato così, ma mentre scrivevo non era mia intenzione dare giudizi sulla vita moderna. Piuttosto, è come se Gus e Abel avessero una vita ereditata da un passato ed è forse questa l’unica verità per loro accettabile e integrabile nella loro vita. Di conseguenza la modernità viene percepita come un’aggressione. Tutto questo per dire che ciascuno di loro vive in un mondo separato e che non c’è modo di avvicinare questi due mondi, che non si capiscono. Va comunque detto che io amo i luoghi lontani dalla modernità, dove io trascorro parte dell’anno e dove trovo la pace.

Abel è un protagonista nascosto nell’ombra. Su di lui si cambia radicalmente opinione durante la lettura del romanzo. A mio parere è l’archetipo dell’innocenza, come richiamato anche dal nome biblico. Uno che per difendere il suo mondo sacrifica sé stesso…
La tua è una lettura perfetta del personaggio e naturalmente il nome non è casuale. Si tratta di un nome molto usato nelle campagne francesi. Durante le mie visite nei paesi osservo i monumenti e i cimiteri e cerco di capire quali siano i nomi più frequenti. Abel davvero è pronto tutto affinché un segreto non venga svelato; un segreto che per lui è anche una duplice vergogna: nel presente e nel passato, per quello che lui non è stato in grado di fare.

Oltre al segreto, che come hai detto è la chiave del romanzo, un altro demone di questa storia è il sospetto, capace con la sua petulanza di scatenare la violenza negli uomini?
Effettivamente c’è questo sospetto che nasce con l’urlo iniziale che Gus sente. Abel e Gus vivono in fattorie vicine, eppure non si conoscono anche se in realtà questa non-conoscenza non è paritetica, perché Abel conosce Gus meglio di quanto Gus conosca Abel. Ma Gus sa che Abel ha un segreto e farà di tutto perché il vecchio glielo sveli. Quindi, è vero che il concatenamento degli eventi nasce da un sospetto, che poi si trasforma in una grande menzogna, la quale porterà a un’esplosione e allo svelamento del segreto.

Sei stato giustamente paragonato a Faulkner, London e McCarthy, ma io, nelle tue atmosfere, ho ritrovato tracce anche del grande Jean-Claude Izzo, sebbene siamo lontani da Marsiglia. Che ne pensi?
Quelli che hai citato sono naturalmente autori che mi piacciono. Non si può dire che gli autori scrivano sempre lo stesso libro, ma si può parlare di un’unica ossessione, o di alcune ossessioni, che tornano e ritornano durante la loro vita. Faulkner può essere un esempio, e per me è il padre di questo genere romanzesco. Ha creato un territorio, non fisico ma umano, e poi l’ha trasformato in territorio letterario. Faulkner, così come McCarthy che è un suo degno erede, sono grandi autori. Autori veri, sinceri e sono le persone che ci permettono di scrivere senza fare alcuna economia sulle cose da dire, grazie a questa sincerità di fondo. Perché quando si scrive non si può mentire.

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