Intervista a Franco Forte

Franco Forte
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La scrittura è parte integrante della sua vita in ogni suo aspetto: è sceneggiatore, traduttore, giornalista professionista, editor e, ovviamente, scrittore, con dodici romanzi all’attivo. Dal 2011 è anche alla guida delle storiche collane da edicola Mondadori. Lui è Franco Forte, milanese classe ’62, uno che sulla storia della sua città e sulle tecniche d’investigazione antiche e moderne la sa davvero lunga.




Da luglio 2011 sei direttore editoriale delle collane da edicola Mondadori. Parlaci di questa esperienza, vuoi?
Be’, si tratta di un incarico di grande responsabilità, visto che stiamo parlando di collane storiche, che esistono da decenni (Il Giallo Mondadori da più di ottant’anni, Urania compie sessant’anni a ottobre), e che hanno avuto direttori editoriali di altissimo livello, basti pensare ad Alberto Tedeschi, Laura Grimaldi, Fruttero e Lucentini, Alan D. Altieri e così via. Mi fa piacere entrare a far parte di un pezzo della storia editoriale del nostro paese, anche se avverto tutto il peso della responsabilità. Però per me è un sogno che si avvera, visto che da ragazzino sono cresciuto a pane e Urania, Gialli e Segretissimo, di cui casa mia è sempre stata piena, grazie a mio padre, fortissimo lettore di queste collane.


Sei scrittore, editor, traduttore, sceneggiatore. Praticamente, vivi di scrittura. Qual è il tuo rapporto con essa?
È un rapporto ossessivo. Non potrei vivere senza scrivere, e non ricordo un momento della mia vita, dai 14 anni agli attuali 49, in cui non abbia avuto un progetto di scrittura da rincorrere, che si trattasse di narrativa, saggistica, giornalismo, cinema, televisione o altro. Ho persino scritto un libretto per un musical, e credo che nel campo della scrittura mi manchi solo il teatro per poter dire di aver scritto di tutto.


Il tuo ultimo romanzo, Il segno dell’untore, è un giallo storico ambientato nella Milano del Cinquecento, vessata dalla peste e dalla dominazione spagnola. Hai già scritto un romanzo con la medesima ambientazione. Sembra che la tua città ti sia molto cara e tu ne voglia recuperare la memoria, i momenti storici che l’hanno segnata.
Certo, Milano è una città straordinaria, di cui però si parla sempre troppo poco. Tolto il Manzoni, non ricordo molte altre opere di valore sulla Milano del passato. Da anni studio i documenti storici che riguardano la capitale lombarda, e con Il segno dell’untore e I bastioni del coraggio, entrambi ambientati a Milano nel 1500, credo di avere trovato il periodo storico che più mi interessa approfondire. Un momento, soprattutto dalla metà del 1500 in avanti, condizionato da situazioni ambientali molto difficili, come le epidemie di peste, la dominazione spagnola, la pressione del Consiglio dell’Inquisizione spagnola che cercava di difendersi dalla Santa Inquisizione di Roma, che voleva soppiantarla. E poi personaggi di primaria grandezza come Carlo Borromeo, che poi diventerà San Carlo, che non manco di portare nei miei romanzi, seppure con una certa deferenza.


Leggendo Il segno dell’untore, infatti, si respirano le atmosfere de I promessi sposi del Manzoni: la peste, i monatti, la brama di potere, l’inquisizione. Ti sei in qualche modo ispirato al Manzoni? E ad altre opere?
Il Manzoni è una pietra miliare non solo della nostra letteratura, ma della mia città. Purtroppo, il fatto che I promessi sposi lo si studi a scuola ha portato molti a odiare questo romanzo, eppure la sua forza permea ancora molta cultura moderna. Io mi sono ispirato a questo libro, certo, soprattutto per le atmosfere di contorno dei miei romanzi, ma in realtà la vera fonte ispiratrice de Il segno dell’untore è stato un altro testo del Manzoni: Storia della colonna infame, che racconta la tragedia di un uomo condannato a morte per avere sperimentato gli effetti della paura e della superstizione durante la grande epidemia di peste del 1576, coagulati in un’accusa di “unzione”, ovvero di essere stato uno di questi fantomatici untori che si sarebbero aggirati per Milano a diffondere la peste ungendo le case con umori infetti. A quel tempo ne uccidevano di più la paura e la superstizione, della spada.


Ricostruisci in modo puntuale i costumi dell’epoca, i modi di pensare, i cibi, il vestiario. Quali sono state le tue fonti storiche?
Moltissime, dato che da più di vent’anni frequento biblioteche, studio testi antichi, approfondisco con gli esperti. Ma un libro su tutti ci tengo a segnalarlo, perché mi ha dato la possibilità di raccogliere moltissimo materiale sulla Milano del 1500: un’edizione del 1948 dell’Enciclopedia Treccani interamente dedicata a Milano. Dodici volumi zeppi di informazioni preziosissime, per chi fa il mio lavoro.


Niccolò Taverna, il protagonista del tuo romanzo, è un notaio criminale: una figura che utilizza tecniche d’indagine particolari e che oggi non esiste più. Parlaci di questa figura.
I notai criminali erano degli investigatori paragonabili ai commissari d’oggi, e sfruttavano tecniche investigative documentate, che ho recuperato dai testi dell’epoca. Sono dei personaggi a mio avviso molto affascinanti, se non altro perché rappresentano delle figure del tutto inedite, nel mondo della “crime novel”. Sono il primo a sfruttarli a fondo e a descrivere i loro metodi investigativi, e questo non può che farmi piacere.


A proposito di tecniche d’indagine: hai collaborato a “RIS” e “Distretto di polizia”. Quali sono, secondo te, le differenze tra le indagini che si svolgevano nel Cinquecento e quelle attuali?
Oggi ci si basa molto (forse troppo) sulle prove documentali, su test scientifici molto complessi ma non sempre infallibili, come per esempio quello sul DNA. Nel 1500, invece, i notai criminali dovevano usare soprattutto la loro testa, sfruttare capacità deduttive molto simili a quelle rese celebri da Sherlock Holmes, ma su un campo di battaglia che era ben più cruento e difficile di quello della Londra vittoriana di Conan Doyle. E oltre a questo impiegavano tecniche d’indagine apparentemente molto all’avanguardia, come lo studio delle macchie di sangue sui luoghi dei delitti, la balistica applicata alle armi da lancio, l’analisi delle ferite per l’identificazione delle armi da taglio che le avevano provocate. Tutte tecniche che il mio Niccolò Taverna sapeva gestire con grande precisione e professionalità.


Nelle note conclusive c’è un piccolo giallo che ruota attorno alla figura di Niccolò Taverna. Ce ne vuoi parlare?
Semplice: i notai criminali sono esistiti davvero, e le loro tecniche d’indagine sono documentate, così come sono documentati alcuni casi eclatanti che hanno risolto (primo fra tutti l’arresto di Gerolamo Donato, l’ex frate umiliato che cercò di uccidere il Cardinale Borromeo nel 1569). Ma non me la sono sentita di svelare se Niccolò Taverna, il protagonista del mio romanzo, sia un personaggio di fantasia o abbia riscontri nella documentazione storica che ho raccolto. Un piccolo giallo nel giallo, che forse un giorno mi deciderò a svelare al pubblico.


Il segno dell’untore si conclude con un nuovo inizio. Torneremo quindi a leggere le avventure del notaio Taverna?
Sì, l’epilogo del romanzo non è altro che l’incipit del prossimo, su cui sto lavorando adesso. Succede qualcosa di terribile, a Milano, e Niccolò Taverna sarà costretto a occuparsi di un altro caso molto difficile. Anzi, due…
 

Con Gengis Khan – Il figlio del Cielo si allarga l’arco storico della tua produzione narrativa. Come nasce l’interesse per la figura di Temugin?
Ne sono rimasto affascinato fin da bambino, quando guardando una cartina su un libro che comparava l’impero di Gengis Khan alla sua massima espansione con quello di altri famosi imperi, ho scoperto che quello di Gengis era stato più vasto di quelli di Roma antica, Alessandro Magno e Napoleone messi insieme. Un’impresa immane, non solo per conquistare un territorio così vasto, ma soprattutto per governarlo e mantenerlo unito, cosa che a Gengis Khan è riuscita benissimo. La voglia di raccontare la storia di questo condottiero mi è rimasta dentro per trent’anni, poi finalmente si è sublimata su carta.

Il tuo è un romanzo d’avventura. Ma anche di formazione. Cosa ne pensi?
Be’ sì, di formazione del personaggio, di quest’uomo che da bambino ha dovuto vivere nelle condizioni difficili in cui i mongoli gettavano i loro figli, abbandonati a se stessi fin dalla tenera età perché imparassero a combattere e a sopravvivere, e per cui non sprecavano nemmeno una lacrima, se morivano uccisi da qualche coetaneo o sbranati dai cani che si disputavano insieme a loro gli avanzi del cibo lasciato dagli adulti. E romanzo di formazione anche per ciò che riguarda uno dei momenti culturali e storici più importanti dell’avventura umana su questa terra, visto che la ‘pax mongola’ estesa da Gengis Khan su tutto il mondo conosciuto nel 1200 fu uno dei più grandi esempi di ecumenismo che illuminarono un periodo altrimenti buio e da dimenticare. E poi romanzo di formazione per me, che sono cresciuto anno dopo anno insieme a Temugin, poi diventato Gengis Khan, fino a quando non l’ho visto staccarsi e raggiungere da solo gli scaffali delle librerie.

Anche questa volta le fonti per la costruzione del romanzo saranno state molteplici...
Ho esaminato tutte le fonti storiche possibili, che sono per la maggior parte di origine mongola o cinese. Fonti che in realtà non diversificano troppo tra loro, e dunque possono considerarsi attendibili. In realtà non è stato difficile raccoglie materiale su Gengis Khan. L’impresa è stata condensare in solo settecento pagine una vita così piena di avventura, mistero e imprese gloriose come ben poche volte mi è capitato di leggere.

Quanto la storia che tu racconti si avvicina alla verità storica?
È tutta verità storica. Ciò che ho inventato sono stati solo quei momenti di emozione relativi ai personaggi e ai loro rapporti che la storia non ci può raccontare, ma di cui la narrativa si abbevera e alimenta. Ma sempre con la massima coerenza con le fonti storiche ufficiali.

Nei tuoi romanzi affronti spesso figure storiche importanti...
Di Annibale e Scipione l’Africano ho già scritto, nel romanzo Carthago. Altrettanto ho fatto con Nerone, che nel mio libro Roma in fiamme emerge in modo più moderno, secondo le nuove interpretazioni storiche che lo rivisitano e ridisegnano in modo diverso dall’icona hollywoodiana che tutti ricordano. E poi Alberto da Giussano, di cui mi sono occupato nel romanzo La Compagnia della Morte, e Carlo Borromeo, che attraverso longitudinalmente diversi miei libri, da I bastioni del coraggio all’ultima mia fatica, Ira Domini – Sangue sui Navigli, passando per Il segno dell’untore. E in questo momento sto scrivendo di un altro personaggio controverso e per certi versi affascinante: Caligola. Come vedi, non disdegno certo di costruire romanzi intorno alle grandi figure della Storia. E non smetterò di farlo tanto presto!

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