Intervista a Franco Ricordi

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Franco Ricordi, laureatosi in filosofia alla scuola ermeneutica di Gadamer, si è votato alla carriera teatrale sotto la guida di Luca Ronconi. Dopo aver recitato accanto ad attori del valore di Paolo Stoppa, Gabriele Lavia e Eduardo de Filippo, si è dedicato tra interpretazioni e regia in prevalenza ai drammi shakespeariani, con cui ha riscosso ampi consensi di critica e di pubblico. Persona riflessiva e gentile nelle relazioni personali, dotato di un sorriso di garbata cordialità nelle esibizioni dialettiche,  Franco Ricordi risponde alle domande che gli poniamo con un aria tra l’affabile e il condiscendente.




Com’è nata l’idea di scrivere questo Shakespeare filosofo dell'essere?
Mi sono laureato in filosofia e, anche se mi sono dedicato all’attività teatrale, non ho mai trascurato questa mia passione. La lunga frequentazione con i testi shakespeariani mi ha sempre più convinto che tutta l’opera del drammaturgo inglese sia attraversata da una corrente di pensiero filosofico di assoluta continuità.

Dunque il bardo era in verità un filosofo?
I personaggi delle sue opere, anche quelli apparentemente minori, esprimono quel comune dilemma esistenziale tra essere e non essere, tra essere e apparire. Una dimensione esistenziale che non cambia mai, anche quando l’ironia cede il passo al dramma. È un’atmosfera fiabistica che riesce tuttavia ad articolarsi con la realtà.

Quale idea ti sei fatto a proposito della vexata quaestio sulla sua reale identità?
Sono fermamente convinto che l’intero corpus delle opere sia stata composto da una sola persona. E ritengo verosimile che un talento straordinario, animato da grande passione per la cultura, possa aver messo radici anche nell’animo del figlio di un guantaio.

In Italia Shakespeare è l’autore più rappresentato a teatro. Come te lo spieghi?  
Considero Shakespeare un autore anglo-italiano. Quasi tutte le sue opere sono ambientate nel nostro paese: nell’antica Roma, in Sicilia, a Napoli, a Verona, a Venezia, a Padova etc. Credo sia dovuto al fatto che l’Italia è il teatro dell’amore (pensiamo a Romeo e Giulietta), quello che meglio si adegua alla sua ricerca sul senso dell’esistenza. E anche al rapporto tra potere e condizione umana. Credo dipenda in larga parte da questa ragione.

Tu dici che l’Italia è il teatro dell’amore. Ma nei suoi drammi i rapporti d’amore finiscono sempre in tragedia…
Più che altro non troverai mai un’opera contenente una situazione matrimoniale idilliaca. Pensa al Macbeth, la sola in cui i protagonisti sono marito e moglie. Ritengo sia dovuta al fatto che il bardo si sposò a soli 18 anni con una ragazza di 26. Mi sa che lei lo aveva un po’ intortato e lui ha finito per sentirsi un po’ Macbeth.

La prefazione di Emanuele Severino costituisce un prezioso sigillo di garanzia. Come l’hai ottenuto?
Ho telefonato a casa sua. Mi era stato detto che risponde sempre di persona. Mi era nota la sua tesi che il nichilismo, prima di trovare chiara esposizione in Nietzsche e Heidegger, trova espressione in Eschilo e Leopardi. Gli ho detto che a mio avviso ai due antesignani occorreva aggiungere anche William Shakespeare e l’ho convinto.

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