Intervista a Fredrik Backman

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Aspettavo l'evento di Fredrik Backman a Pordenonelegge con impazienza. Il tema a lui dedicato portava il titolo “Promettere, mantenere” ed era stato costruito sulla presentazione del libro di Backman insieme ad un intervento di Mauro Corona, artista e uomo poliedrico, scrittore seguito dalla massa, scultore, alpinista e personaggio pubblico riconoscibile anche per la perenne maglietta senza maniche quattro stagioni e la bandana a nascondere la folta chioma riccia. La delusione nell'apprendere che Fredrik non sarebbe stato presente per ragioni di salute è stata grande e l'entusiasmo nel partecipare all'evento nel teatro Verdi si è spento di parecchio, lasciandomi un'insoddisfazione colmata però dalla lettura di Backman. Approfitto quindi della possibilità datami dallo staff Mondadori per rivolgergli per tramite loro le domande che volentieri gli avrei fatto di persona.




Leggendo le prime pagine del tuo L'uomo che metteva in ordine il mondo, la prima impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi davanti a un nuovo Ebenezer Scrooge e alla versione letteraria del vecchietto di UP, il cartone animato candidato all'Oscar della Pixar. Da dove ha origine, in realtà, il personaggio di Ove?
Da un sacco di persone. Probabilmente e soprattutto da me stesso. Ma molto anche da mio padre e dai padri dei miei amici, o anche solo da persone che ho incontrato per caso e con cui ho avuto a che ridire quando aspettavo in coda al supermercato. Infatti, il primo capitolo è nato proprio in seguito a un’esperienza che ho avuto in un negozio Apple dov’ero andato a comperare dei bei cavi bianchi. Ero in coda dietro a un uomo arrabbiatissimo, che stava cercando di farsi spiegare dal giovane commesso se un iPad fosse “un computer oppure no!” Sono rimasto in piedi dietro a lui per dieci minuti, mentre la discussione andava avanti e mi sono detto “questo sarebbe un gran primo capitolo per un libro”. E da lì il personaggio si è sviluppato. Ciò che piace di Ove è che probabilmente lui ha tutti quei principi che la maggior parte di noi pensa di avere; come pensare che “quel che è giusto è giusto” e che “tutti devono seguire le stesse regole altrimenti la nostra società non funzionerà!” È solo che le reazioni di Ove sono sempre insane e spropositate. Lui, non solo si arrabbia quando qualcuno infrange le regole, ma comincia una vera e propria guerra. E questo lo rende divertente, ma è anche ciò che lo rende un tipo al quale le persone sentono di potersi relazionare e capire. Perché tutti noi abbiamo dei principi che potrebbero sembrare stupidi agli occhi degli altri, ma che per noi sono questione di vita o morte. Io, ad esempio, odio sul serio quando la gente parcheggia in mezzo alla strada e quando i miei figli, con il coltello, scavano un gran buco in mezzo alla confezione del burro mentre facciamo colazione.


La solitudine di Ove deriva anche dall'essere stato allontanato dal lavoro, perché considerato inutile. La società italiana emargina chi non può più restare al passo con la tecnologia e i ritmi moderni. Qual è la tua opinione sul comportamento della società svedese?
È difficile per me dare una risposta, perché è un argomento molto ampio. Ma non penso si tratti di qualcosa di unico per il periodo che stiamo vivendo, penso sia sempre stato un problema crescere in una società ed essere lasciato indietro dalle nuove tecnologie. Perchè c’è sempre stata una nuova tecnologia a spaventare la maggior parte di noi, perché non la capiamo e ci fa sentire stupidi. Scommetto che nel periodo della rivoluzione industriale nel Diciannovesimo secolo il mondo era PIENO di persone come Ove.


Mi è molto dispiaciuto non poterti incontrare in Italia, in occasione del festival Pordenonelegge 2014. Il tema dell’evento era “Promettere, mantenere”, evidenziando la perdita di capacità dell'uomo di utilizzare le proprie mani per creare oggetti di uso comune, ma anche opere d'arte, oppure anche solo per aggiustare le cose. Tu scrivi che “Ove è il tipo di uomo che verifica lo stato delle cose tirando loro dei calci.”. Che intendevi dire esattamente? E ti trovi d'accordo con il tema dell'evento del festival dedicato al tuo libro?
Wow, questo è un argomento davvero ampio. Non sono nemmeno sicuro di quello che questa definizione implichi. Ma sicuramente Ove è capace di aggiustare le cose con le sue mani e l’argomento del libro è centrato sul fatto che per le persone non è importante SAPER FARE QUALCHE COSA, non più ormai. Le nuove generazioni tendono a essere davvero brave in una o due cose, e poi è sufficiente ingaggiare qualcuno che faccia le cose al posto nostro. Non sappiamo come cambiare l’olio alle nostre macchine, o come assemblare i nostri mobili, o come procurarci il cibo. Lavoriamo con i computer e ordiniamo il cibo su internet e impariamo tutto quello che c’è da sapere su Game of Thrones. Se scoppiasse la Terza Guerra Mondiale e le armi nucleari distruggessero la terra,  se ci fosse un’apocalisse e dopo cinquant'anni i pochi superstiti rimasti alzassero lo sguardo dai loro rifugi e capissero che c’è da costruire di nuovo la nostra civiltà ricominciando da zero, tutte le loro conoscenze sarebbero inutili fintantoché qualcuno della generazione di Oves non reinventasse l’elettricità.


Questo libro nasce da un blog e dalla spinta dei lettori a che questa storia diventasse un romanzo. I blog letterari, e quindi i loro visitatori, hanno una grande valenza sul piano letterario? Oppure è stato solo un caso fortunato?
Non penso che debba essere o l’una o l’altra cosa. A volte è bellissimo avere un riscontro e ricevere suggerimenti dai propri lettori, a volte non lo è affatto. Penso sia una cosa bellissima quando i lettori riescono a spingere gli autori a sviluppare personaggi di cui altrimenti non avrebbero mai scritto, ma sono anche sicuro che questo può evolvere negativamente quando un autore comincia a scrivere quello che i suoi lettori vorrebbero leggere. Perché è raro che i lettori vogliano quello che tu pensi possano volere. Invece, molte cose che non credevo importanti durante la scrittura sono risultate essere le più apprezzate dai lettori. Come il gatto, che nella prima bozza della storia non compariva prima del quattordicesimo capitolo. È stato il mio editore ad adorarlo talmente tanto da dirmi che “il gatto deve essere lì dall’inizio!”. Così l’ho inserito già dal secondo capitolo, solo per zittirlo, e adesso sento persone dirmi quanto io sia stato geniale a capire che tutti si sarebbero innamorati di quel personaggio. E io rispondo: “Sì che lo so, infatti è stata un’idea tutta mia”.

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