Intervista a Fulvio Abbate

Fulvio Abbate
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Palermitano di nascita e romano monteverdino d'adozione, Fulvio è uno che non le manda a dire. Ha scritto a lungo di Arte su una marea di testate, si è sposato a Las Vegas, ha scritto libri e piéces teatrali, è Auditeur Réel du Collège de ‘Pataphysique. Dopo tanti anni a L'Unità ha concluso la sua collaborazione in malo modo con l'avvento alla direzione del giornale di Concita De Gregorio. Dagli schermi di Teledurruti, la televisione 'monolocale' fondata da lui medesimo, lancia strali sarcastici contro il potere. Qualcuno lo lancia pure qui da Mangialibri, nel nostro piccolo.




Intanto anche Dicembre è passato segna il tuo ritorno al romanzo dopo qualche anno di progetti alternativi e i tuoi lettori più affezionati hanno potuto trovare in esso, per certi versi, i prodromi di Zero Maggio a Palermo, il tuo esordio come romanziere, nel quale ricostruivi la tua militanza giovanile nella Federazione Giovanile Comunista Italiana, non lesinando incursioni nel surreale.  Nella fase di stesura del libro hai tenuto presente la tua opera prima, quasi a segnare un ritorno alle origini, oppure sei stato spinto da molle differenti?
Ho sempre pensato a Céline che ha scritto la sua autobiografia tramite i suoi libri. Io volevo raccontare la mia famiglia e in particolare la perdita, così ho parlato della mia infanzia. Questo romanzo racconta i primi anni ’60 della mia storia familiare. Mi manca, volendo immaginare una costruzione autobiografica, di raccontare dal 1964 al 1969 e penso di farlo col prossimo romanzo.


L’opera è pervasa di una vena nostalgica e sognante, che rimanda a una vita diversa, più semplice ma non per questo più banale. Senti maggiore nostalgia per la tua infanzia, vista come un età di meraviglia e di innocenza, oppure per quel periodo storico, gli anni ’60?
In realtà se c’è un periodo per il quale provo nostalgia sono gli anni ’70. Degli anni ’60 non ho nostalgia perché furono gli anni delle vaccinazioni, delle punture e dei clisteri quindi non li ricordo in modo particolarmente felice. Ricordo però lo sguardo che avevo sulle cose, il sogno di visitare e conoscere Parigi che è poi il dispositivo magico che muove tutto il libro.


Nel romanzo vi sono descrizioni minuziose di Palermo e Parigi. Queste due città, oltre all’iniziale, cos’altro hanno in comune per te? E cosa rappresentano?
Sono la madre. Palermo perché sono palermitano e figlio di palermitani. Parigi invece la associavo a mia madre che era insegnante di francese. Quel teatro immaginifico e magico era un po’ come se fosse la prosecuzione dell’utero di mia madre.


Lo stretto legame con la tua terra d’origine, la Sicilia, traspare forte e solido da ogni pagina del tuo libro. Qual è la Sicilia che vedi oggi?
Guardo alla Sicilia con uno sguardo proustiano. Quello che vedo oggi sono le tracce di qualcosa che non esiste più.


Intanto anche Dicembre è passato è denso di riferimenti al mondo dell’arte, del cinema e della letteratura. Un artista, un film o un autore che ti hanno influenzato nella stesura del romanzo?

In particolare François Truffaut, cineasta abilissimo nel raccontare i bambini e l’infanzia. Nel libro c’è un omaggio dichiarato al suo film I quattrocento colpi, poiché ho riportato interamente una pagina che mia madre poco prima di morire scrisse per un associazione di insegnanti di lingua francese in cui parlava del film. Truffaut narra l’infanzia e la Parigi in bianco e nero di Place Clichy; del basso Montmartre;  la Parigi dei furgoncini Citroen;  dei flic, i poliziotti, che oggi non indossano più i képi.


Adolf Hitler e Ettore Majorana sono degli effettivi personaggi del tuo libro, anche se calati in un contesto totalmente diverso da quello in cui siamo stati abituati a vederli. Il primo infatti è impegnato a ritinteggiare le pareti della vostra casa mentre il secondo ti dà ripetizioni di aritmetica. Come mai hai scelto di inserire proprio queste due figure per introdurre la componente dell’ assurdo in un’opera autobiografica?
Non dell’assurdo, della grande storia. Negli anni sessanta, aprendo rotocalchi come Gente e Oggi, trovavi articoli in cui ci si interrogava se quel signore fotografato sulla spiaggia dell’Argentina potesse essere Hitler. Allora era ancora plausibile l’idea che figure come Hitler o Martin Bormann fossero ancora vive e potessero trovarsi da qualche parte.  Majorana invece l’ho inserito perché volevo introdurre la tragedia delle difficoltà scolastiche. Stavo per raccontare della signora Lo Guercio che mi dava ripetizioni ma poi mi è venuto in mente il geniale fisico Majorana, impegnato a farmi entrare in testa le divisioni.


C’è un passo del tuo romanzo che recita così: “Noi scrittori siamo duchi, marchesi, conti: abbiamo a disposizione le immense baronie dell’immaginazione, dell’estro, del travestimento, dell’ingegneria fantastica…”. Su quali “baronie” preferisci esercitare il tuo dominio? Quali sono i temi che preferisci trattare quando scrivi?
Mi ha fatto piacere che questo frammento del libro sia stato rilevato da molti. Per me la narrazione è soprattutto invenzione e in questo senso le baronie sono quelle del fantastico.


Quando si parla di te non si parla solamente di una vasta e articolata produzione letteraria, ma si parla anche della tua WebTv, la televisione “monolocale” Teledurruti, nella quale con ironia parli di attualità, politica e cultura, senza tralasciare il piglio polemico e beffardo che ti contraddistingue. Questo progetto è ormai attivo da diversi anni e, purtroppo, è stato anche recentemente danneggiato da un attacco informatico. Qual è il bilancio che tracci finora in relazione a Teledurruti?
Teledurruti mi ha permesso di dimostrare di essere un attore, l’attore di me stesso. Sono riuscito a essere polifunzionale, come un coltello svizzero. Ho lavorato sull’invettiva e su un progetto di narrazione poetica del mondo. Sto pensando per esempio a  Storia del mondo attraverso le portinerie,un progetto con il quale mostravo varie portinerie e riprendevo ciò che venne in mente a  Walter Benjamin prima di morire con il suo lavoro sui passage di Parigi.


Situazionismo e libertà, il movimento politico da te fondato, animato da slogan come “Aboliamo il lavoro!” e “Abbasso la realtà”, ricorda, quantomeno nella sua carica provocatoria, le avanguardie artistiche del primo Novecento. In un’età in cui tutto può diventare forma di espressione artistica, in una celebrazione totale e orizzontale del pressappochismo, quali sono i punti da cui ripartire per “abbattere” questa realtà?
Innanzitutto la gioia personale, quindi vedere l’arte come dimensione gioiosa. Attraverso Situazionismo e libertà ho creato dei multipli d’autore, come lo stuzzicadenti d’oro o le tessere di Situazionismo e libertà. Prossimamente realizzerò anche le valigette di Situazionismo e libertà. Questa idea mi è venuta in mente ripensando ai film dell’agente segreto 007 e alla sua valigetta superaccessoriata. Tempo fa realizzai addirittura dei giochi da tavolo come Piazzale Loreto o Casa Ceausescu; li ho creati entrambi per par condicio, in modo da far indignare tanto il fascista quanto il comunista. E’stato molto divertente costruirli. Purtroppo però di tutto questo non c’è più traccia perché un attacco informatico ha cancellato l’archivio di Teledurruti.


Il libro è accompagnato, provocatoriamente, dalla fascetta “Contro la P2 di sinistra. Sostieni il romanzo di Fulvio Abbate al Premio Strega”. Qual è questa P2 di sinistra contro la quale ti scagli?

E’ quella che determina le scelte culturali. Ci sono sempre gli stessi nomi che alle rassegne hanno il posto garantito. Com’è possibile che gli autori presentati siano sempre gli stessi? Esiste una sorta di controllo del territorio. Io sono molto felice di non essere più associato a quella sinistra perché credo che gli artisti abbiano un solo dovere, quello di essere effrazione del senso comune. L’arte deve essere un piede di porco e pensare che Veltroni, sia pure per interposta persona, abbia vinto per tre volte il Premio Strega dà la misura di quello che dicevo prima. Io ho fatto una auto-candidatura al Premio Strega ma quelli che avrebbero dovuto accettare il mio libro perché entrasse nella sfera dei dodici sono, in quanto parte attiva, compromessi con quel sistema ed era quindi ovvio che non sarei andato oltre. 


A un certo punto del romanzo tua madre ti dice: “Fulvio sei ricco! Hai la fantasia”. Quanto è importante la fantasia nella vita di tutti i giorni, in particolare in un periodo in cui regnano pragmatismo e specializzazione settoriale?
Dice anche “Hai la casa”. Secondo lei, con due case non avrei mai avuto motivo per preoccuparmi. Devo ammettere che aveva ragione.  Narrare è innanzitutto un fatto di fantasia ma il fantastico non appartiene alla tradizione letteraria italiana. I miei romanzi vengono spesso definiti surreali ma nonostante espedienti come la gattina con le stimmate o il paracadutista sospeso nel cielo sopra il Colosseo  sin dal 1944, ciò non suscita stupore. Siamo il paese del Verismo e poi del Neorealismo pur potendo vantare una figura come Zavattini di “Miracolo a Milano”, che meriterebbe di stare sull’Altare della Patria al posto della statua di Vittorio Emanuele II.

 

Come è nato quella sorta di diario di un inverno italiano che è Reality e che ritratto ne vien fuori del nostro Paese?
Sbuca da una sollecitazione minima, da una domanda di questo tipo: ma come mai nei reality televisivi non parlano mai di guerra ma neppure di cazzo e di fica in modo rispondente alla realtà, adesso mi ci metto io a dire qualcosa. Un reality letterario, vissuto (provatamente, certo) da uno scrittore. Un paese di analfabeti, stretto fra gioco del pallone e l'ammirazione per Benigni o Nanni Moretti, un paese che non conosce la laicità. Colpa della chiesa cattolica e dei comunisti, cioé la stessa cosa.


 

Come si spezza questo incantesimo di demenza di cui sembriamo tutti vittima?
Non si spezza, ci si sottrae, si diventa altro. Tipo modellisti d'alianti o collezionisti di cimeli del Terzo Reich. O dedicandosi alla fica.


 

Quale segreto si nasconde dietro al messaggio registrato dell’arrotino?
Il mistero persiste, anche dopo il mio libro.


 

Dalla Rivoluzione con la R maiuscola alla rivoluzione della cellulite quanta distanza c’è?
Molta, ma sono state sconfitte entrambe.



I libri di Fulvio Abbate

 

 

 
 
 
 
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