Intervista a Gabrielle Zevin

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Lei appare quasi sempre vestita di nero e, complice anche la lunga chioma corvina, fa pensare ad un’anima un po’ da dark lady. In realtà dalle sue parole traspare sempre una grande serenità, solarità persino,  e fiducia nella vita. Certo le è giovato l’enorme successo che ha riscosso fin da giovanissima ma sospettiamo che non si tratti soltanto di questo. Soprattutto perché ogni tanto ha fatto affermazioni curiose: “Mi piace indagare sulle letture preferite degli altri, mi piace ascoltare quello che mi rispondono anche quando sospetto che mi stiano mentendo”. Abbiamo provato quindi a carpire qualche segreto a Gabrielle Zevin, l’autrice di uno dei romanzi più letti dell’estate.




Ti definiresti un’ottimista? Credi davvero che la vita offra sempre una seconda chance?
Io sono un’ottimista. Ma - ecco – diciamo che ci devo lavorare un po’ su. È molto più facile scivolare nel pessimismo. Credo che la vita ci dia un numero infinito di chance, ma non sono sempre le stesse chance e soprattutto non sempre quelle che ci aspettiamo. Ciononostante, finché c’è vita c’è una chance.

Giudizio professionale. Da sceneggiatrice quale sei, credi che La misura della felicità possa diventare un film di successo?
Certo che lo credo. Mi auguro che il romanzo abbia anche solo qualcuno dei sentimenti che si trovano nei miei film preferiti. Però credo che potrebbe non essere facile trasporre sul grande schermo l’amore per la lettura: leggere è un’attività estremamente solitaria e non particolarmente “cinematografica”.

Qual è il tuo personaggio preferito de La misura della felicità e perché?
Direi Daniel Parish. Scelgo lui perché non è mai il preferito di nessuno. Praticamente a tutti gli eventi in cui presento il romanzo incontro un lettore o una lettrice che mi dice più o meno “Ho amato tutti i personaggi tranne qual bastardo di Daniel Parish”. E come scrittrice, ho il dovere di amare anche i miei cattivi. Tra l’altro mi sono divertita tantissimo a scrivere di lui, quindi glielo devo.

Il segreto del successo di un romanzo è il passaparola. L’incredibile successo de La misura della felicità ti ha colto di sorpresa? O nel profondo del tuo cuore sentivi sin dall’inizio che quel libro poteva essere un bestseller?
La misura della felicità è il mio ottavo romanzo, il quarto a essere pubblicato in italiano. Ogni volta che scrivo un libro spero che sia un successo, ma più libri pubblico più imparo che le probabilità di insuccesso sono di molto superiori alle probabilità di successo. Quando ho scritto La misura della felicità speravo che in qualche modo comunicasse con le persone, ma onestamente non mi facevo troppi problemi sul fatto del bestseller o meno. Naturalmente sono strafelice che lo sia diventato, un bestseller. Ovvio!

Perché l’idea delle schede di libri che introducono ogni capitolo? E perché hai scelto quei particolari libri e non altri?
Ho pensato che potessero funzionare come quei cartellini che si vedono in certe librerie, quelli che consigliano certi libri spiegando il perché, dando delle informazioni al pubblico. Trovo siano utilissimi, anzi che siano un atto intimo, quasi come lettere d’amore tra il libraio e i suoi clienti. I titoli consigliati da A.J. sono i libri che egli ritiene essenziali per Maya nella sua strada di lettrice che vuole diventare una scrittrice.

Quando eri bambina amavi i libri come e quanto Maya?
Oh sì. E sospetto che sia stato lo stesso per la maggior parte di coloro che poi da grandi sono diventati scrittori.

Ritieni che esista un modo per “insegnare” ai bambini ad amare i libri?
Sì, credo di sì. Gli adulti devono essere infaticabili nell’infilare i libri nella vita quotidiana dei bambini. E soprattutto devono leggere libri loro stessi. Genitori che amano la letteratura portano a figli che amano la letteratura. I miei mi portavano in libreria ogni settimana, come fosse andare in chiesa.

Cosa ne pensi dei diritti del lettore stilati da Daniel Pennac? http://www.broad-street.com/images/uploaded/Ten%20rights%20of%20readers%20poster.pdf
Sono sostanzialmente d’accordo, anche se immagino che su qualche punto A.J. avrebbe qualcosa da ridire! Aggiungerei un punto, che potremmo definire “la speranza del romanziere”: una persona che ritiene di non amare la lettura lo fa solo perché non ha ancora trovato il libro giusto. Ah, e poi “la condizione dello sceneggiatore”: è OK leggere un libro perché ti è piaciuto il film.

Le librerie tradizionali come quella di A.J. sono destinate a scomparire? Il futuro ormai è rappresentato solo da e-commerce, catene di bookstore ed ebook?     
Beh, spero di no. Ma non so predire il futuro. Mi trovo spesso a discutere di questo argomento, ed è una questione terribilmente complicata. Una mia relazione completa sul tema di solito dura circa mezz’ora, te la risparmio! Ma per dirne una, quando acquisti un ebook, non stai davvero comprando il libro, stai pagando per una licenza d’uso. Così, se vuoi per te e solo per te un libro, la forma cartacea è ancora quello che ci vuole. Una cosa la posso dire però: credo che la gente ami le sue librerie. E credo che le nostre città siano più belle se hanno tante librerie.

I libri di Gabrielle Zevin

 

 

 

 
 
 
 
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