Intervista a Gaetano Buompane

Gaetano Buompane
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Gaetano Buompane con la m è un filmmaker e critico cinematografico per il periodico “White Light Magazine”. Le sue origini toscane traspaiono dalla guascona simpatia con al quale risponde alle nostre domande che vogliono indagare sul suo esordio come scrittore, un romanzo che ha acceso i riflettori su un periodo forse trascurato della storia recente italiana.




Perché la scelta di ambientare il tuo libro Bomba libera tutti negli anni novanta?
Perché è il periodo dei miei vent’anni. Alla soglia dei 40 ho sentito l’esigenza di analizzare, col senno di poi, quel periodo della mia vita e cercare di dare una mia personalissima opinione sul perché i ventenni di allora non siano riusciti a vivere da protagonisti i venti anni successivi. In realtà non ho ambientato la narrazione in un momento qualsiasi degli anni ’90, bensì nell’autunno del 1994. Come il protagonista, Buondì, in quel periodo ho lasciato la provincia di Livorno, dove ho vissuto fino alla fine del liceo, per raggiungere Roma. Anche io come lui ero pieno di dubbi e incertezze e del mio futuro avevo solo un’immagine vaga. Ma oltre questo aspetto personale, il 1994 è stato, secondo me, un anno topico che ha segnato le coscienze di molti. A parte la discesa in campo del cavaliere (come ricorderai in dicembre il suo governo cadde e tutti erroneamente pensammo che la sua avventura politica non fosse stata altro che un fuoco di paglia), Don Diana fu ucciso per mano della Camorra, Ilaria Alpi assassinata a Mogadiscio (vicenda stravolta da depistaggi e segreti di Stato), e poi il genocidio in Rwanda e la morte di un vero mito come Kurt Cobain dei Nirvana. La mia maturazione è stata segnata anche da questi avvenimenti, ho iniziato a capire quanto la nostra società sia influenzata dalla malavita, che spesso la verità può portare alla morte, che il mondo, quello che sta oltre le porte delle nostre case, è tutt’altro che un luogo felice. Il romanzo, che accenna in maniera molto indiretta a questi fatti storici, ne è comunque influenzato nei sentimenti.


Come hai costruito i protagonisti di questa vicenda?
Le caratteristiche fisiche e psicologiche sono quelle di persone reali, che ho incontrato e frequentato nel corso della mia vita, non necessariamente nel periodo a cui fa riferimento il libro. I personaggi delle mie storie sono sempre un miscuglio di elementi di persone che conosco e ho conosciuto. In sostanza creo dei mostri, prendo pezzi di varie persone e le assemblo secondo le mie esigenze narrative. Credo che non riuscirei a fare altrimenti, i personaggi risulterebbero finti, bidimensionali, senza interesse. È una delle parti più divertenti. Questo mi permette anche di tratteggiarli con piccoli dettagli, tic, ossessioni che li rendono più veri. In questo modo si ottengono, inoltre, dei personaggi unici, capaci di fare cose incredibili, atti eroici, mosse spericolate, ma anche gesti atroci e cattiverie disumane. I protagonisti di Bomba libera tutti hanno una loro precisa evoluzione. Ho costruito su di loro un dramma nascosto che durante la storia li porta ad agire in un certo modo fino allo svelamento e alla relativa evoluzione. In questo caso, però, mi interessava che fosse il vero protagonista, Buondì, all’inizio immaturo e cialtrone, che con la sua stessa maturazione aiutasse gli altri a superare i loro ostacoli. Tutti ruotano intorno al suo punto di vista, ma tutti, allo stesso tempo, sono estremamente legati ai loro problemi. Che poi è un po’ quello che capita nella realtà: tutti viviamo le nostre vite, ma perché qualcosa accada l’interazione con gli altri diviene indispensabile.


Quanto sei in linea col pensiero di Buondì?
Il libro, seppur nasconda un’anima seria, un messaggio in qualche modo profondo, non vuole certo essere un’analisi sociologica, né tantomeno assumersi le responsabilità di spiegare un’epoca. È il punto di vista di un ragazzo che vive un’avventura rocambolesca. Ho cercato di immedesimarmi nella mente di un ventenne andando a ripescare nei miei sentimenti di allora che solo in parte rispecchiavano i suoi. Io sono più in linea con il Tommy-pensiero, l’altro personaggio fondamentale del romanzo, quello più contrastato e drammatico che ha perso fiducia nel genere umano e per questo ne soffre fino a sfiorare la codardia, a smettere di lottare. Per fortuna, nel finale, ci si aggrappa ad un filo di speranza. Sono sulla stessa linea di Buondì quando si affronta un tema allo stesso tempo universale e intimo, ovvero il desiderio di poter ritornare indietro nel tempo alla ricerca di quello stato di innocenza, che ognuno di noi è destinato prima o poi a perdere, nel quale è conservato il nostro Io più limpido, puro, non ancora contaminato. In questo caso ho compiuto una vera e propria incursione da 40enne rivolgendomi, attraverso i pensieri del personaggio principale, a quelli della mia generazione. D’altronde il libro è più che altro dedicato a loro, anche se sarei felicissimo se lo leggessero anche i ragazzi.


Cosa significa essere ribelli oggi?
Purtroppo nel nostro Paese significa ben poco, perché oggi di veri ribelli non ce ne sono, e chi cerca di ribellarsi vivendo in controtendenza è considerato un alieno. Siamo una società profondamente borghese, che anela al benessere e alla tranquillità delle proprie case. Sempre più spesso per raggiungere tale tranquillità si compiono soprusi, illeciti, chi può, addirittura, si avvale della connivenza dei poteri forti, o l’avallo delle corporazioni. Più le cose vanno male e più tutti quanti ci arrabattiamo, ci arrangiamo come meglio possiamo, ognuno smuovendo le proprie conoscenze, ovviamente fregandosene altamente del prossimo. La nostra è una società che si basa sì sull’interesse privato, ma soprattutto sull’interesse individuale, per poi magari elargire una parte di quel benessere conquistato ai conoscenti più prossimi. Ribellarsi significa vivere la propria vita come una missione, annullare la propria esistenza in favore del prossimo, o addirittura in favore di chi deve ancora nascere. Una vera ribellione è fatta da questo tipo di uomini e di donne. Sono convinto che una ribellione non debba essere necessariamente violenta, che una reale ribellione sociale e culturale oggi sarebbe molto più semplice di quanto lo siano state in passato. Non occorrerebbe impugnare le armi, nascondersi fra i monti, mettere a soqquadro le città o sovvertire i governi. Intanto potremmo iniziare ad insegnare ai nostri figli l’importanza di leggere, approfondire le proprie conoscenze, così da poter evitare come la peste la stupidità in ogni forma essa si manifesti. C’è una frase nel romanzo che sintetizza al meglio il mio pensiero. La dice Michela, una giovane studentessa che il protagonista incontra all’Università: “Scegli il tuo indirizzo di studi in base a ciò che è meglio per la tua testa e non in base a chi vorresti che fosse il tuo datore di lavoro. Dammi pure della stupida idealista, ma in un paese allo sbando come il nostro questa mi sembra davvero l’unica vera rivoluzione culturale possibile”.


Quanto di autobiografico c'è? Ammesso che qualcosa di autobiografico ci sia tra queste pagine?
Di autobiografico non c’è niente. Se un giorno mi venisse in mente per qualche motivo di raccontare la mia vita ne verrebbe fuori una storia poco interessante, persino noiosa. Ci sono delle situazione descritte nel libro che ho realmente vissuto, ma sono comunque rielaborate e romanzate in base alle esigenze narrative. Nei sentimenti, nelle emozioni, invece, c’è tanto. Diciamo che ho ricostruito tutto al loro servizio. È da questo punto di vista che lo definisco un romanzo simbolico. Il personaggio di Nils, ad esempio, che vive come un eremita in una sorta di macchina del tempo che aspetta solo il momento di essere rimessa in funzione; l’occupazione della scuola abbandonata e mezza diroccata, come baluardo contro la sopraffazione sul più debole; il box in cui il signore ormai solo, abbandonato dalla moglie e dalla figlia, ha ammassato e accantonato i ricordi di una vita ormai passata. Su tutti il tema del viaggio, dell’allontanamento da casa come esperienza di vita per crescere e prendere coscienza di se stessi.


Quanto il tuo essere regista e sceneggiatore ha condizionato la stesura del libro?
Molto. Il ritmo della narrazione, lo sviluppo della trama e dei personaggi potrebbero essere facilmente adattati ad una sceneggiatura cinematografica. Credo che anche in questo si nasconda la forza del romanzo. Tutto torna, tutti i personaggi trovano la direzione del loro destino in un ritmo crescente di situazioni e colpi di scena. Ti dirò. Se in Italia ci fossero i soldi per fare cinema, se ci fossero i produttori disposti ad investire su storie come questa, molto probabilmente avrei scritto direttamente una sceneggiatura.

I libri di Gaetano Buompane

 

 

 
 
 
 
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