Intervista a Gaja Cenciarelli

Gaja Cenciarelli
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Gaja, chioma fulva e occhi grandi, è donna dai mille talenti: scrittrice, traduttrice esperta di letteratura irlandese ed anglofona e caporedattrice di Vibrisselibri, casa editrice dedicata alla pubblicazione in Rete nata dalla costola di un popolare lit-blog. All'attivo, oltre all'ultimo suo romanzo pubblicato per i tipi della Nottetempo, Gaja ha già due libri e numerosi racconti pubblicati su riviste ed antologie: a colpire, positivamente, è la straordinaria disponibilità a farsi trovare, a dar conto del libro e, in qualche modo, di sé.

Il tuo ultimo lavoro, Sangue del suo sangue, tocca un nervo ancora scoperto nel tessuto socio-politico italiano: l'attività e il ruolo delle Br nella destabilizzazione del Paese. Ritieni che gli strascichi di quella stagione siano arrivati fino a noi? Siamo tutti, in qualche modo, figli della tensione, degli assassini?
Non credo siamo tutti figli degli assassini. Credo che quel periodo sia una ferita non ancora rimarginata, ci siamo ancora dentro, e ancora ci manca quella distanza, figlia del tempo, che si tramuta in storia e che ci permette di avere una visione precisa del quadro d'insieme.


Sangue del suo sangue, intriso di dolore e silenzi, intreccia due temi ugualmente complessi: quello della famiglia (qui quanto mai invadente, prigione più che rifugio) e quello della politica, con i raggiri, i maneggi, la poca trasparenza. Quale dei due è stato il primo a prender forma, a definirsi?
In effetti nessuno dei due. Piuttosto direi che sono state due figure a portarsi dietro i temi della famiglia e della politica: Bruno Chialastri e Margherita Scarabosio. Li nomino nell'ordine in cui sono apparsi nel mio orizzonte narrativo.


Con questo libro, che tanto bene indaga la psiche degli attori, le loro paure, i rapporti conflittuali, hai voluto anche proporre una visione diversa del terrorismo, lontana dai soliti cliché sull'argomento?
No, la mia intenzione non era questa. E proprio perché non era il terrorismo la base su cui intendevo fondare l'architettura della storia, ho scelto di rappresentare i cosiddetti terroristi come una banda di epigoni scalcinati delle Brigate Rosse.


Ci sono state delle figure in carne ed ossa che ti hanno ispirata nella creazione dei personaggi, dal generale Scarabosio ai nuovi brigatisti, dalle vittime ai carnefici?
Sì, una, quella che poi mi ha ispirato il personaggio di Bruno Chialastri.


Nonostante i molti protagonisti, il romanzo sembra ruotare attorno alla figura di Margherita, il vero fulcro del romanzo. Se la sua vita non fosse stata toccata così tanto dal dolore, dalla solitudine, che donna sarebbe stata?
È una domanda cui non riesco a rispondere. Margherita è Margherita, come ciascuno di noi è quello che è a seconda della vita che ha vissuto. L'unico interrogativo che mi porrei su di lei, considerando la fine del romanzo, è che donna sarà.


Un'ultima domanda: sempre parlando di solitudine, proprio a questo stato d'animo è dedicato il libro. Che ruolo ha, nella tua esistenza, e quanta parte ha avuto nella scrittura del libro?
Nella mia esistenza è fondamentale. E, dato che considero la scrittura un atto necessariamente e consapevolmente solitario, direi che la solitudine nella mia vita ha un ruolo del tutto creativo.

I libri di Gaja Cenciarelli

 

 

 
 
 
 
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