Intervista a Gian Ruggero Manzoni

Gian Ruggero Manzoni
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Pittore, scrittore, poeta, avventuriero harleysta amante della natura. Manzoni è tutto questo e ancora altro, una vita vissuta tutta d’un fiato, sempre conservando il proprio animo, sempre lottando conto  incubi e  sofferenza. Ruggero in queste righe ci racconta tutto ciò che ha dovuto subire, la merda che ha dovuto ingoiare: ma è riuscito a cavarsela e ora è tornato, più forte di prima.
L’albero di Maehwa è un pugno nello stomaco, ha tutti i requisiti per essere un bellissimo libro pulp . Il francese invece è una stupenda storia di umanità e di amicizia e di natura. Come riesci a passare da un argomento a un altro così facilmente?
Come il regista Stanley Kubrick passava da un film di guerra a un film di fantascienza, come un artista quale Gerhard Richter passa da quadri astratti a quadri figurativi o come un trombettista come Miles Davis fluttuava tra free jazz o fusion. Non ho mai sopportato la letteratura definita “di genere”, gli scrittori “seriali”, quindi vado libero. Mi viene in mente una storia e la tratto come in quel momento mi piacerebbe leggerla o vederla svolta in un film. Reputo, infatti, che i miei romanzi siano molto filmici, forse perché sono anche pittore. Sinceramente non saprei mettermi alla scrivania e dirmi: ora scrivo un giallo, perché, sinceramente, non so scrivere un giallo, non conosco l’architettura di un giallo, come poi quella di un noir, o di un libro intimista, solo a seguire, colui che mi legge, poi potrà dirmi se quel che ho narrato vive questa o quella dimensione, io lo ascolto, rifletto, quindi mi stupisco e in testa mi ripeto: guarda te, ho scritto un noir!… oppure un racconto poetico naturalista… o che altro. Infine quel che m’interessa è che ciò che metto su carta possa avere più piani di lettura. Decido per un romanzo storico? Bene, mi documento, creo la struttura… di solito traccio una sorta di telaio composto da infiniti appunti, come fosse uno scheletro umano con tanto di arti e appendici, dita, falangi, falangine, falangette, quindi comincio a mettere la polpa… i muscoli, i nervi, il grasso… che ne so, carne filosofica, carne teologica, carne psicologica… quindi sparo in quel corpo, a cui ho dato forma, una serie di pallottole che si vanno a conficcare là dove m’interessa di fare bersaglio… gergalità, dialoghi più o meno serrati, assenza totale di dialoghi… di certo come la vedo in quel momento, o, meglio, come la sento, e quelli sono ulteriori piani di lettura, ulteriori varianti, tangenze, fughe. Infine viene fuori una sorta di altare barocco, ma non perché i miei romanzi siano “barocchi”, quanto, perché, sono molte le forme che li vengono a definire e ad alimentare. Magari, l’anno dopo, mi sento “minimale”, allora quel che scrivo sarà tronco, smozzicato, ansimante, o procederà a singulti. Scrivo, quindi, come mi sento, molto visceralmente. Logico che a monte c’è un progetto, logico che per chi conosce tutta la mia opera poi trova i fili conduttori della stessa, i motivi guida, ma il dare forma agli stessi muta. Del resto sono uno di quelli che crede che ormai, sull’uomo, sia stato già scritto e detto tutto, quindi a noi cosa resta se non lavorare non tanto sulla componente etica, cioè sulla sostanza, quanto su quella estetica, cioè sul linguaggio? Ecco, sono un mimetico, nell’accezione greco antica del termine, cioè uno che applica la mimesi. Potrei costruire un romanzone alla Eco, dando sfoggio del mio sapere, come scrivere raccontini semplicissimi, diretti, privi di fronzoli. Infine scrivo come sto. Sono un mimetico fisico, un mutante formale.


Quanto c’è di autobiografico in questi due libri?
Molto, il protagonista de L’albero di Maehwa sono io così come il ragazzo che vive l’amicizia col protagonista de Il francese, anch’egli personaggio realmente vissuto, ma, nello stesso tempo, sono anche tutti gli altri personaggi della storia, uomini, donne, ermafroditi, gay, asessuati, bestie, oggetti che siano. Sono tutto. Sono molto pirandelliano in questo. Mi diverto a essere tutti e forse nessuno. Scrivere è faticoso, almeno io la vivo così la scrittura, mi prende fisicamente, l’ho già detto, ma quando arrivi in fondo a una pagina, quando finalmente hai delineato un personaggio, ecco che esplode l’orgasmo. E’ come fare il pornoattore, sul set del film è un lavoro, fatichi, pompi a comando, cambi posizione, sudi, martelli, stai ad ascoltare il regista, devi mantenere sempre la tensione e l’erezione, devi stare in luce, ma la venuta finale c’è, come porno attore maschio non puoi barare, e anche quella si deve vedere, ma c’è, e anche se il piacere è breve, beh, è comunque un piacere. Su quello non fingi.


Guardando le tue foto sul tuo profilo di Facebook ho notato che hai molte ferite e cicatrici riportate durante azioni di guerra, mi hai raccontato che sei stato in diverse missioni all’estero, l’ultima in Afghanistan. Come mai questa scelta di vita? Queste esperienze ti son servite anche per scrivere?
Non sono nato avventuriero, ma pantofolaio. Sono un sedentario, uno da poltrona e gatto sulle ginocchia, vicino al caminetto, con un libro in mano, con un cognac sul tavolino, poi la vita mi ha stranamente portato a fare cose impensabili, così che ho  iniziato a credere che veramente il destino esista, che il fato ci sovrasti, che siamo ingabbiati in quella dimensione  che si riferisce all'insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità o all’assurdo. E che quindi mai nulla succeda per caso, o, ribaltando il tutto, che l’esistere sia a tal punto casuale che, da casalingo, per una serie infinita di eventi, quindi di cause ed effetti che infine si esulano dal tuo volere, tu ti ritrovi a diventare Rambo. E così è stato. Da contestatore quel tanto goliardico, come si poteva vivere il Movimento Studentesco nella Bologna degli primi anni ’70, mi sono trovato con un’arma in tasca, mi hanno beccato, mi hanno messo in galera, ho commutato la pena con il Servizio Militare, sono entrato nei Corpi Speciali, sono stato reclutato dai Servizi d’Informazione Militari, mi sono fatto il Libano, la Bosnja, e tante altre missioni, sono stato ferito in combattimento, sono sopravvissuto per miracolo e avanti così. Per me è andata in  questo modo, mentre, per chi mi ha visto da fuori, allora ero un turbolento, un sovversivo, un terrorista, poi un killer, poi altro e altro ancora, e magari è anche così, infatti spesso non mi spiego come abbia fatto a cavarmela sempre, come sia stato spietato quando necessitava, come abbia anche comandato degli uomini che in me hanno creduto e io li abbia ripagati non venendo mai meno al mio ruolo. Sì, mi domando se, in effetti, sia due persone, o più persone, considerato lo spirito di adattamento che ho sempre avuto e la capacità di entrare in certe situazioni e sapermele gestire. Nei militari, l’ho fatto nel Battaglione San Marco, ho sempre battuto la fiacca, ero in sovrappeso, quando tutti gli altri erano tirati a balestra, mi muovevo da paraculo, facendo il meno possibile, avrò fatto due volte il percorso di guerra, poi, quando mi sono trovato sul campo, ho sempre avuto una lucidità folle nel gestire le situazioni. I Rambo tremavano sotto le bombe, i loro bei muscoli bronzei erano diventati carne da cannone e nulla più, e invece io tenevo la posizione, sostenevo i compagni, li portavo avanti, facevo bersaglio sui nemici, poi, usciti da tali situazioni, di nuovo ciondolavo tra lo spaccio, la fureria, l’infermeria. Ero un anarchico anche nei militari, ma i capi mi avevano capito, mi lasciavano fare, perché sapevano che poi, nei momenti che contavano, diventavo peggio dei super motivati. Non so, mi sembrano lontani quei tempi. Comunque, seppure ulteriormente ingrassato, fumatore, indolente, padre, lo scorso ottobre sono partito per Herat, in Afghanistan, perché due che erano con me in Bosnja mi hanno domandato se potevo raggiungerli al fine di sbrigare certe cose. Io non sono più a disposizione delle Forze Armate dal 2002, lo Stato mi ha tenuto per le palle venticinque anni con quella storia della galera poi mi ha congedato, ma sono andato lo stesso, del resto loro erano amici, mi avevano parato il sedere in più di un’occasione, quindi non potevo trovare scuse. Mi sono imbarcato su un aereo militare a Verona e dalle pantofole mi sono ritrovato nell’Inferno. Come una volta. Credo di essere matto. E, per risponderti, certo che quelle esperienze hanno inciso sul mio scrivere. Folle sì, ma i segni, sul corpo, ci sono tutti. Mah! Ti ringrazio che ora tu mi abbia fatto ripensare a queste storie. In effetti do sempre letture nuove a quella mia parte di vita. Che sia nel vero un violento? Sai cosa? Io penso di avere un senso del limite maggiormente spostato in avanti degli altri, cioè, mi spiego meglio, quello che per me, allora, a Bologna, nel 1977, erano cazzate che ci stavano, perché indubbiamente ero arrabbiato contro tutto e tutti, e così quello che facevo rientrava nella norma… nella mia norma… non in quella degli altri… invece era, appunto per i restanti, un atteggiamento da fuori di testa, da esaltato, ma non perché sia un incosciente, capiscimi bene, quanto, perché, ho una mia visione del bene e del male dilatata. Che sia un ‘nietscheano’? Che in me, nel profondo, non esista l’istinto di sopravvivenza?  Che alla fine questa vita sia per me una tale coglionata che se anche uno muore crivellato non è che cambi molto? Di sicura tutto questo e buona ciccia per i miei romanzi… per la mia scrittura… ma non rientra nella consuetudine, assolutamente non ci rientra, non trovi?

 

No, infatti, un po’ come un moderno D’annunzio.Nei tuoi libri salta subito all’occhio il tema portante dell’amicizia. Un sentimento che descrivi però in modo carnale. Ne L’albero di Maehwa un nobile decaduto ha come amico un vecchio ex pugile ormai povero. Ne Il francese un vecchio guardiano delle Valli di Comacchio, ex partigiano, sceglie come compagno di avventure un ragazzo. Descrivendo queste amicizie agli antipodi vuoi farci capire che non esiste diversità di ceto e di età? Che questo sentimento genuino nasce senza forzature, coinvolgendo anche persone che hanno vite oltremodo diverse?
Sì, certamente, io ho amici della mia età, ma anche amici molto più vecchi di me, e, ora, amici molto più giovani. Nel sentirmi con gli altri non ho mai fatto alcuna differenza, se un tipo o una tipa mi va a genio può essere un poveraccio oppure un  principi che per me non fa alcuna differenza. Se sto con dei vecchi capisco i vecchi, se sto con i giovani capisco i giovani e in un attimo entro nei meccanismi di chi mi sta davanti. Lo stesso è quando ho insegnato nelle Accademie di Belle Arti… quasi tutti i miei studenti di allora sono, adesso, dei cari amici o delle care amiche. Lo stesso è stato quando ero nei militari. L’essere uomini ci accomuna tutti, così il dolore, il male di vita, quelle poche gioie, la morte, quindi se un qualcuno mi piace io mi sento legato a lui. Se poi comprendo che lui o lei ha bisogno di me, mi lego ancora di più. Detto questo posso stare anche solo. Non mi è mai pesata la solitudine. Forse perché, se esco da casa ed entro in un bar, dopo cinque minuti mi sono già organizzato, sono già dentro al ritmo. Dove mi metti sto. Mi adeguo agli spazi, ai luoghi, alle persone, ma non perché non abbia un’identità, ma perché so stare ovunque e con chiunque. Poi tutto e tutti mi interessano, altrimenti non sarei da oltre dodici anni in web, prima con un mio blog ora in Facebook. Io ascolto, quindi parlo, poi va da sé. Penso di essere un po’ sciamano in questo. Non esiste alcuna diversità fra gli uomini, o forse sono infinite, ma le differenze, per me, non sono mai di tipo sociale, quanto di sensibilità, di intelligenza, di gusto. Io divido gli uomini in maniera manichea, chi è degno e chi non è degno di vivere. Chi è degno capisce, comprende, rispetta, si dà, dona, lotta contra le ingiustizie, ama l’arte, il bello, la poesia, è libero, è obiettivo, chi non è degno viaggia sul binario contrario. Io sto coi degni, anche se sono dei barboni, dei delinquenti, magari dei ladri, delle puttane, ma gente che, però, mi ha dimostrato di essere sincera e conscia di ciò che è, e che quindi non è ipocrita. Ecco, io odio gli ipocriti, mentre amo chi sa andare fino in fondo, oppure, cristianamente, chi subisce a tal punto la vita che anche se in miseria o se sbaglia è giustificabile, perdonabile. Invece odio i ruffiani, i leccaculi, gli arrivisti, gli opportunisti, i falsi, i finti, chi si accanisce contro gli indifesi, chi fa del male ai bambini. Odio i mafiosi, in generale, cioè chi fa congrega per succhiare il sangue agli altri. Non sopporto le cricche. In questo caso sono un cane sciolto, come poi lo sono in arte, in letteratura, nel pensiero, in vita.

 

Parlami del tuo amore per l’arte, dei tuoi disegni e del tuo progetto (tra l’altro davvero ben fatto) di fondare una rivista di arte, letteratura, idee ("ALI", ndr) dalla mirabile fattura in un’epoca dove ormai queste pubblicazioni hanno poco spazio a causa della velocità ed economicità di internet...
La rivista ALI rientra nello spirito che ho descritto sopra… quello di stare insieme, di confrontarsi, di parlare appunto di arte, di poesia, di scienza, di società, dando spazio ai giovani che, secondo me e gli amici con cui la faccio, esprimono un valore, hanno del talento, credono ancora nell’opera, nella qualità, nel poter vivere in un mondo in cui dignità, rispetto e unione risultano ancora valori inalienabili, sacri, unici. Io sono nato in una famiglia in cui a pranzo e a cena si mangiavano arte e letteratura. In questo sono stato fortunato. Mio padre era uno storico. Nostro cugino Piero Manzoni era il famoso inscatolatore di merda, un altro nostro cugino, Bartolomeo Manzoni, era un valente pittore, mia cugina Pippa Bacca è morta due anni fa in Turchia mentre stava facendo una performance artistica, uccisa da un balordo di là, poi abbiamo avuto degli antiquari, dei galleristi, degli Storici dell’Arte, dei musicisti. Così che l’arte e la vita, per noi, sono sempre stati un tutt’uno. Ancora, quando ragioniamo sul fare una gita oppure sul fare un investimento, subito pensiamo a un luogo d’arte oppure a un quadro o a una scultura. Perciò ogni progetto, anche di vita, diventa un progetto artistico. Anche per questo amo scrivere romanzi i cui personaggi sono realmente vissuti o ancora vivono. Mi piace questo continuo scivolare tra scrittura, pittura, musica, teatro, architettura ed esistenza, vita di tutti i giorni. ALI è questo. Vola di qua e di là, non ha confini, non ha etichette, non ha limiti. Viene tirata in 2400 copie, ricalca le riviste di inizio 900, perché aventi quello spirito di avanguardia o di retroguardia che ho sempre amato, viene spedita gratuitamente a 2000 fra artisti, poeti, narratori, filosofi, galleristi, attori, critici italiani, esce un due o tre volte l’anno, in base ai soldi che abbiamo, non ha padroni e come fine ha il portare su carta anche quello che di buono scoviamo in web. Perché poi alla carta e all’oggetto libro ancora crediamo… carta riciclata, ovviamente, visto che siamo anche molto ecologisti.


Questa è una curiosità del tutto mia personale, molto spesso gli scrittori, i poeti, non parlano delle loro vite credendo forse di annoiare il lettore. Io invece voglio sapere come si svolge una giornata tipo di Gian Ruggero Manzoni. Posso?
Di solito dormo quattro o al massimo cinque ore a notte. Se vado a letto alle tre del mattino mi sveglio alle otto, se vado a letto alle quattro mi alzo alle nove e via così. Subito faccio colazione con tè e biscotti per poi potermi accendere la prima sigaretta… ne fumerò un pacchetto e mezzo al giorno. La prima me la fumo seduto sul water, quindi mi lavo la faccia, ingoio le pastiglie che mi fanno restare al mondo, visto che un altro dei regali che mia ha lasciato la guerra è il Morbo di Crohn, con cui già convivo da anni, ma seppure il morbo i Servizi non mi hanno mai mandato in pensione fino a quando, secondo loro, non ho per intero pagato il mio debito allo Stato, quindi, tornando al mio tran tran, prese le pastiglie vado nel mio studio e accendo i due pc che ho sulla scrivania, il portatile e il fisso e, dopo aver guardato la posta, entro in web col fisso mentre col portatile scrivo, e così vado avanti fino all’ora di pranzo, lanciando un occhio al web tra una frase e l’altra. Di solito pranziamo tardi mia madre, mia figlia ed io, perché aspettiamo che mia figlia torni da scuola. Io sono separato da ormai quattro anni e mia figlia abita con me, e ciò mi rende molto felice. Dopo pranzo mi metto in poltrona nel mio studio e, tra una sigaretta e l’altra, sbrigo la posta cartacea, sfoglio i libri che mi arrivano, le riviste, poi leggo il giornale fino a quando non mi addormento, mentre la TV va e mentre mia figlia si balocca coi pc. Mi sveglio dopo un’oretta e, se devo, cioè se mia madre non può, accompagno mia figlia là dove deve andare… lei ora ha quindici anni. Se ho cose da sbrigare fuori le sbrigo, lasciando per ultimo un passaggio in libreria dall’amico Massimo Berdondini che, oltre che libraio, è anche l’editore di ALI nonché uno dei responsabili del Caffè Letterario di Lugo di Romagna. Parlo un po’ con lui e con gli altri librofili che perennemente stazionano tra quegli scaffali, riprendo mia figlia e torno a casa. Di nuovo studio e pc. O rileggo quello che ho scritto in mattinata, oppure navigo un po’, o mi metto a leggere un libro o che altro fino all’ora di cena. Di solito, alla sera, mangio pochissimo, spesso un altro tè coi biscotti. Dopo cena telefonate varie con la TV che va. Poi di nuovo leggo oppure mi guardo un film. Nel mio studio sono immerso in un campo elettromagnetico da bomba atomica perché ho sempre i due pc accesi, la TV che va, a volte anche lo stereo, poi ho il cellulare, l’aspiratore-ionizzatore mangiafumo (si dice così?), quindi il modem ad antenna, il dvd e non so cos’altro… al punto che presto mi verrà un tumore al cervello. Verso le 23 mi metto di nuovo al pc e scrivo. Bevo alcolici raramente, solo quando esco a pranzo o a cena con gli amici. E così vado avanti fino a quando non crollo. I giorni che non scrivo, dipingo. Stessa prassi, ma questa volta nel mio studio da pittura.  Il fine settimana mi vedo con la fidanzata e, se non siamo in giro per lavoro, per mostre, per presentazioni, ci concediamo un concerto jazz, il teatro o il cinema. Ovvio che i giorni in cui tengo conferenze, presentazioni o insegno, adesso a contratto, sono in giro per l’Italia, altrimenti la mia giornata è quella che ti ho descritto. Come svaghi… considerato che non devo marcare il cartellino mi prendo una giornata ogni tanto per andare a pescare con la canna oppure inforco l’Harley e mi lancio per le strade della Pianura Padana, vado a trovare questo o quell’amico pittore o scrittore oppure mi vado a fare un aperitivo al mare, che dista da casa mia una trentina di chilometri. Viaggi pochi, ho già viaggiato abbastanza in vita mia, e, se decido di andare, massimo resto fuori tre o quattro giorni, ma poi sono viaggi per modo di dire, perché, quasi sempre, sono legati a impegni di lavoro. Abito come sai in provincia e la provincia è il mio ambiente naturale. Negli anni ’80 mi volevano a Roma, negli anni ’90 a Milano, ma non ho mai abbandonato la campagna, giusto quando insegnavo a Urbino ho abitato nelle Marche, a Fano poi a Grottammare, ma anche là ero nel cuore della provincia, quindi nessun problema. Le grandi città le sopporto al massimo due giorni, poi fuggo. Ovvio che se sono a Londra, a Parigi, ad Amburgo, a Berlino, a New York me le godo, ma in Italia le città me le vivo al massimo due giorni. Questo è quanto. Le varianti in tutta ‘sta faccenda risultavano le chiamate da parte delle Forze Armate. Quando trillava il telefono e partiva la convocazione dovevo muovermi e in dodici ore ero operativo. I Carabinieri si prendevano l’incarico di comunicare all’Istituto in cui insegnavo la mia partenza… di solito la scusa erano i famosi soccorsi in zona di guerra o altre storie simili… e andavo. La missione più lunga fu la seconda, in Bosnja, nel 1994. Rimasi tre settimane. Ma il tutto, di solito, si risolveva in pochi giorni. Dal parlare di Picasso all’Inferno nell’arco di una mezza giornata, il fare quello che dovevamo fare, poi, dopo quattro o cinque giorni, il tornare e di nuovo riprendere il discorso sul grande artista là dove l’avevo lasciato in sospeso. Robe indubbiamente da matti, ma sono ancora qui a raccontartela.

I libri di Gian Ruggero Manzoni

 

 

 
 
 
 
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