Intervista a Giancarlo De Cataldo

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Magistrato, scrittore, sceneggiatore, Giancarlo De Cataldo da Romanzo criminale passando per Suburra fino a La notte di Roma è riuscito come nessun altro a raccontarci, spesso anticipando addirittura gli eventi di decenni, un’Italia che più nera non si può. I torbidi intrecci tra malavita, tessuto sociale, malaffare politico e persino clericale che arrivano dalla cronaca sono diventati non solo romanzi ma film e serie di culto esportati in tutto il mondo. Nella splendida cornice della rassegna “Fermo sui libri”, abbiamo avuto il piacere di scambiare una chiacchierata con De Cataldo su questo ed altro.




Mentre scrivevi Romanzo criminale avresti mai immaginato che quel romanzo avrebbe dato origine non solo a un filone narrativo che tutt’oggi va alla grande, non solo a film e serie tv di enorme successo ma addirittura a un fenomeno sociale?
No. E non immaginavo non solo questo, ma anche che alla fine scrivere quel libro mi avrebbe anche cambiato la vita, trasformandomi da scrittore conosciuto da qualcuno a scrittore conosciuto da tanti. No, non immaginavo niente di tutto questo. L’unica cosa che posso dire è che mi ricordo quel periodo come un periodo di trance, in cui ero comunque posseduto dalla scrittura e avevo giurato a me stesso che avrei detto nel libro tutto quello che avevo da dire e che lo avrei fatto al massimo e che se non fosse andato bene non avrei mai più scritto niente.

Cosa rispondi a chi accusa Romanzo criminale ieri e per esempio Gomorra oggi di aver trasformato in eroi e in un certo senso in modelli dei criminali?
Quello che ho scritto oggi, per l’ennesima volta, sul quotidiano “la Repubblica”. Se volete che la gente smetta di identificarsi con i criminali, fatela vivere meglio.

Quanto è stato lungo il passo da vedere la cronaca con occhi da magistrato a raccontarla poi come narratore?
Aiuta sicuramente essere un magistrato, perché ti fa comprendere dei fenomeni, delle dinamiche umane. Tanti scrittori del passato frequentavano tribunali perché secondo me son luoghi dove l’uomo è posto in una condizione di stress, quindi è messo a nudo, in sostanza. Questa recita processuale paradossalmente rivela degli aspetti di verità dell’uomo. Ma la verità narrativa, ‒ se verità si può definire ‒ per me come scrittore viene sicuramente prima, mentre scrivo, della verità giudiziaria.

La realtà è sufficiente per fare una grande storia o serve qualcosa di più?
La realtà può essere anche completamente ignorata per fare una grande storia. Per fare una grande storia bisogna scrivere. Per scrivere bisogna possedere un talento e incoraggiarlo.

Come è cambiata, se è cambiata, la scena criminale capitolina da Romanzo criminale a La notte di Roma?
Diciamo che quello dell’inizio è ancora un mondo in cui il criminale sogna la normalità. Oggi siamo entrati in un mondo pericoloso, l’ha raccontato molto bene Walter Siti nel romanzo Il contagio, forse è stato il primo a cogliere questa dinamica, anche perché Siti è uno studioso di Pasolini e quindi ricordava le osservazioni di Pasolini sulle degenerazioni della borgata: oggi siamo in una realtà in cui il modello criminale è attraente. Viviamo in un contesto in cui tutti noi ci domandiamo dove stia realmente il potere. È difficile identificare oggi chi abbia le leve del controllo, è difficile poter dire questo governo piuttosto che questo ministro o persino questa azienda, perché c’è un continuo gioco di rimando, tanto è vero che se tu te la prendi con un politico ti risponderà che abbiamo delle regole economiche, se te la prendi con un economista ti risponderà che è il sistema che funziona così. E il sistema è composto da tante variabili, inclusa la variante criminale, che ti mettono in una situazione di spaesamento. A questo spaesamento poi il crimine dà la sua risposta, una risposta che è nella sua cultura, una risposta feroce, violenta, che certo suscita un’indubbia attrattiva. Ecco oggi siamo forse più attratti noi “persone normali” dalle dinamiche criminali perché ci sembrano le stesse dinamiche del potere ufficiale, piuttosto che i criminali ‒ che un tempo sognavano di essere come noi.

Come vi siete organizzati il lavoro tu e Carlo Bonini dal punto di vista della scrittura in Suburra e La notte di Roma?
Beh, bisogna innanzitutto essere amici e quindi condividere una visione non tanto del mondo quanto della storia che si è deciso di raccontare. Poi ci si divide dei blocchi narrativi e ognuno entra nel blocco dell’altro e poi uno dei due, in questo caso io, armonizza il tutto, finché alla fine si legge il tutto a voce alta. Che forse è il vero segreto di questo modo di scrivere insieme, perché la voce alta ti da il senso del ritmo, annulla le ripetizioni, le lentezze, gli errori.

Qual è il vero lato noir di Giancarlo De Cataldo?
Il mio lato noir è che sono in sovrappeso di dieci chili!


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