Intervista a GianCarlo Onorato

gianCarlo Onorato
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Artista eclettico e profondo conoscitore di musica, letteratura e pittura, GianCarlo Onorato già da giovanissimo leader degli Underground Life (gruppo culto dell'art-rock degli anni Ottanta) dopo aver pubblicato dischi da solista, racconti e romanzi, ora torna per narrarci la storia di un adolescente inquieto che forse - certo - gli assomiglia. Noi l'abbiamo incontrato, ecco cosa ci siamo detti.




Cosa rappresenta per te la bellezza?
Bellezza è il senso profondo delle cose, qualcosa che dobbiamo eternamente cercare, e che non è affatto detto si possa trovare, o meglio sì, lo si trova, ma sempre in divenire, mai come punto fermo, mai come punto d’arrivo. La bellezza è il senso stesso di qualunque vita, anche di chi non lo sa solo perché non ha avuto gli strumenti per intendere di stare cercando la propria bellezza, la propria giustezza, la propria visuale ideale delle cose. In questo senso, qualunque libro, disco, film, qualunque opera parla immancabilmente di bellezza, e se non ne parla per presenza o per aspirazione, ne parla come mancanza o come negazione. Bellezza e libertà sono i due unici temi fondanti di qualunque narrazione. Ma cercare di darne spiegazione logica ed esaustiva, non è
possibile. Molto meglio abbandonarsi al sentire.


Punk-rock, musica contemporanea, cinema, avanguardie estetiche e filosofia della scienza come si fondono nel tuo ultimo libro?
Il mio è un punk dello spirito, niente di precisamente riportabile all’idea specifica del punk che
genericamente abbiamo, piuttosto, come si vede negli sviluppi del testo, punk è stato un atteggiamento di scardinamento di ogni regola, un sistema aperto di ideazione che dalla musica si è propagato alla videoarte, alla narrativa, al cinema, al teatro, e sino ai nostri giorni. Quando sono punti di rottura, diversi slanci creativi di ogni tempo si assomigliano: punk, scapigliatura, fauve, dadaismo, ogni autentica rivoluzione ha punti di contatto con altre forme lontane nel tempo, ma vicine o del tutto similari nello spirito. La musica contemporanea può tornare a raccontarci l’uomo e la storia solo se stacca con qualunque accademia e con qualunque atteggiamento dogmatico o da élite. Con semplicità, nel testo cerco di dimostrare che parte del migliore rock ha sostituito se non sbaragliato per importanza storico-musicale molte prove ormai masturbatorie da templi esoterici cui la musica “colta” ha teso a rinchiudersi. Il cinema che prendo in esame è invece necessariamente, per adesione storica, il frutto di un artigianato altissimo, quale è stato il cinema italiano nel poco più che decennio che va dal 1967 al 1979, circa. Naturalmente nel mondo già allora si faceva e dopo di allora si è fatto grande cinema, ma io racconto le riflessioni di certo cinema sull’animo in formazione del mio personaggio. Con qualche puntata sul cinema dei nostri giorni, ma solo in relazione a fatti intimi e legati alla narrazione. Non sarebbero bastate mille pagine se avessi voluto allargare il discorso al cinema nel suo insieme. Quanto alla branca della filosofia della scienza, essa è la svolta più paradossalmente vicina ai sentimenti dell’uomo comune che una disciplina composita e sconfinata potesse mai compiere. La narrazione del mio testo parte nel 1977, lo stesso anno in cui si cominciano a lanciare sonde nello spazio attivando un ipotetico, speranzoso, velleitario dialogo con eventuali altre forme di vita intelligente che ipotizziamo disseminate per l’universo. Allora l’aspirazione alla comprensione e al dialogo che l’uomo tenta di attuare con se stesso, e che nella musica trova una sintesi ideale, diventa in un balzo l’aspirazione di tutto il genere umano a compiere il miracolo della comprensione della vita attraverso un contatto ideale con altri mondi. Ma nel finale vi è ancora di più, in fatto di sonde: altri contatti, ancora più speciali. Per scoprirlo è però necessario porsi di fronte al mio libro non come davanti ad un libro di
musica o sulla musica, non un testo su questo o quel periodo, bensì come davanti ad un testo che si occupa di conoscenza: quella di sé, che coincide sempre con la conoscenza in senso assoluto.


Protagonista di Ex - Semi di musica vivifica è un ragazzo “inquieto e particolare e diverso dai suoi coetanei”: la diversità oggi è valore o limite?
Posto che l’analisi attenta di un diverso svela sempre una grande vicinanza a tutto e a tutti, la diversità è sempre un valore. Per anni siamo stati bombardati dal messaggio che voleva l’adesione a stilemi, la standardizzazione, l’omologazione come sinonimi di stabilità e sicurezza. Gli anni che viviamo stanno finalmente svelando che non esiste alcuna normalità, né garanzia, sicurezza o altro. La vita è un divenire senza niente di certo e stabile, e l’unica cosa sensata da farsi è quella di cercare e inseguire se stessi, senza perdere di vista ciò che ti circonda né il prossimo. Molta parte dell’ansia che attanaglia l’uomo comune, e che una volta era un sofferto privilegio di uomini speciali, temo derivi proprio dall’illusione diffusa che possa esistere un comportamento che garantisca l’immunità, la sospensione dal dolore, la garanzia, eccetera. Diversità e incertezza sono invece veri toccasana, se si vuole abbracciare la vita nel suo aspetto più schietto e vero. In definitiva, se tutti tendono verso l’idiozia, chi agisce in modo più sensato è considerato uno spostato. Guardate cosa accade alla miglior letteratura, alla miglior musica: la maggioranza dei fruitori va verso cose insignificanti, perdendo di vista un arricchimento prezioso quanto il sangue buono, l’ossigeno. Allora la diversità è un valore da ristabilire o da instaurare, se si vuole avere un futuro.


Parlaci della genesi di questo Ex – Semi di musica vivifica: come sei arrivato a scriverlo?
Anni fa fui invitato da una rivista a scrivere un pezzo che prendesse in esame la nascita del rock
indipendente in Italia. Lo feci dal punto di vista della mentalità, più che da quello della musica e ne venne fuori un lungo articolo profondamente critico nel senso più proprio del termine. Per anni avevo letto o sentito parlare di quel periodo con due diversi e opposti atteggiamenti: distruttivo o esageratamente nostalgico. Naturalmente sono entrambi approcci sbagliati. Mi era venuta voglia di darne una visione interna, come fosse un flusso d’animo, attraverso gli occhi di un protagonista che, come me, ha mosso passi importanti in quel periodo, e ha, suo malgrado, contribuito a inventare qualcosa. Ma non è affatto una biografia e tantomeno una autobiografia, per quanto sia chiaro che il miglior modo di raccontare un periodo è farlo attraverso le esperienze dirette, vissute sulla propria pelle. La seconda e terza parte del libro, affondano le mani nella materia magmatica dei giorni più prossimi a quelli attuali. Non ho alcuna nostalgia del passato, sono molto più interessato al presente, ma credo che si debba la massima attenzione per quanto è accaduto dietro di noi, per trarne il massimo insegnamento. Devo riconoscere che scrivere questo libro mi è costato sofferenza e tantissimo lavoro.
 

Si può mai essere liberi in una società governata dal mercato come la nostra?
No. Questo è infatti il nostro principale problema, ed anche un paradosso, poiché la storia si è sbarazzata lentamente, come di malattie esantematiche, di molte brutture che attanagliavano gli uomini, e proprio ora che si potrebbe cominciare a respirare un minimo di consapevole emancipazione, siamo ancora e più di prima vittime della convinzione che tutto debba tendere a una produzione, perlopiù inutile o dannosa, che possa essere venduta. Mercato è una sorta di fissazione, è la convinzione idiota che si debba necessariamente realizzare qualcosa che, sfruttando la debolezza, vada a portare capitali nelle tasche di chi è più furbo, agile, veloce, abile, scaltro, organizzato eccetera. No, non si può essere liberi, semplicemente perché per esserlo sarebbe necessario comunicare ai piccoli una visione più liberata e naturale della vita. E noi non sappiamo ancora farlo. Per essere liberi, dovremo, se mai ci riuscirà, smaltire del tutto l’ossessione del profitto, sostituendolo con lo scambio, un sistema in cui nessuno possa prevaricare o tendere ad atteggiamenti deviati allo scopo di ottenere utili e potere smisuratamente più concentrati rispetto ad altri. La libertà è figlia del disinteresse verso l’utile personale, per spostarlo sulla crescita propria e collettiva. Non credo che la nostra contemporaneità sia ancora prossima a guarire da quella deformazione.
 

Che valore ha e che valore dovrebbe avere la cultura?
Col termine “cultura” genericamente intendiamo una somma di contenuti importanti per tutti. Purtroppo i termini rischiano di finire usati a sproposito, e questo genera confusione e produce altri danni. Appoggiandomi a Popper, parlerei di attitudine all’informazione libera e trasparente, responsabile. Questo tipo di veicolo ha, o meglio avrebbe, un ruolo fondamentale, se fosse davvero in vigore come una legge naturale. Chi agisce in nome dell’informazione è mediamente più felice e disposto a migliorare, ma anche mediamente più esposto a subire torti da parte di chi si muove in modo meno etico o niente affatto etico. In quel caso, che è il caso più diffuso, se io agisco in nome di un bene mio e insieme collettivo, mentre altri agiscono solo per proprio volgare tornaconto, ingannando e disattendendo, allora io risulterò “fesso” e svantaggiato. Ancora una volta: guardate cosa accade a chi dedica i propri sforzi ad esempio a fare dischi di valore, rispetto a chi confeziona giochetti ritmico-melodici su larga scala. Ma sarebbe imperdonabile non tendere al meglio, e chi può, deve farlo anche per gli altri. Se mi chiedessero qual è il più alto artificio che l’uomo abbia escogitato per portarsi davvero in alto e raggiungere i risultati che tutti vorremmo e per i quali pochi sono disposti ad agire davvero, direi senza dubbio l’etica. L’etica è qualcosa che non esiste in natura, ma d’altra parte in natura non esisteva neppure una sonda in grado di dire in un futuro impensabile ad altri mondi chi siamo stati noi, ex uomini.

I libri di GianCarlo Onorato

 

 

 

 
 
 
 
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