Intervista a Gianfranco Cambosu

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Sguardo vispo, sorriso smagliante, modi garbati. Ho voluto conoscere questo insegnante della mia terra, scoprendo, tra l’altro, che ha insegnato nella scuola che, anni e anni fa, ho frequentato. Deciso, mai una parola di troppo – e questo depone a suo favore, sia chiaro – e grande amante della letteratura. Ciò che invece non ama sono le mode, le etichette e le classificazioni. La scrittura è per lui una forma di libertà e un’esperienza liberatoria, in ogni caso uno svago. Non una professione, ma una sorta di diversivo piacevole che, spesso, assume le forme di una sana dipendenza alla quale, pare, non intende porre rimedio.
Chi è Gianfranco?

La mia età comincia ad essere un po' avanzata: ho quarantaquattro anni. Per il resto  sono un tipo abbastanza comune: sposato e con una figlia piccola. Detesto le forme di imbecillità collettive e l'incapacità di sollevarsi dalla mediocrità. Ho problemi con coloro che pensano che esista Babbo Natale. E in Italia sono tanti, purtroppo, anche se poi si vergognano di ammetterlo.

 

Il tuo approccio alla scrittura a quando risale?
Non sono stato precocissimo, infatti ho iniziato a scrivere racconti intorno ai ventidue anni, durante il servizio militare che mi aveva costretto a interrompere gli studi universitari (poi ripresi con successo). C'era stata una necessità impellente con i pochi mezzi che avevo a disposizione: un notes e una penna. Poi ho interrotto e ripreso più volte, fino a mettermi sul serio intorno ai 34 anni. Ma solo a 40 sono riuscito a pubblicare il mio primo romanzo, Menzogna dell'arca (finalista del premio Deledda), ormai introvabile.

 

Come mai il genere noir e Pentamerone barbaricino?
Il noir, come lo ha definito il mio editore riferendosi al testo che gli avevo proposto, è stata una specie di “giacchetta” che ho messo indosso a una storia che non aveva la pretesa di appartenere a un genere. Con questo non voglio dire di disdegnare questo genere, che annovera pregevoli autori che non sapevano di essere noiristi, e penso a Dostoevskij. Nel mio caso la scelta era stata inevitabile dal momento che avevo in mente le imprese poco lodevoli di un gruppetto di delinquenti con conseguenti spargimenti di sangue.


I protagonisti del tuo romanzo sono totalmente frutto della tua fantasia o si basano su persone conosciute realmente?
A questa domanda, che mi è stata posta anche in altre interviste, ho risposto all'inizio con un po' di cautela. Diciamo che inventare dal nulla non è sempre facile. Un paio di personaggi sono reali.


Cosa rappresenta per te la scrittura?
La scrittura è un momento liberatorio. So di essere poco originale nel dirlo, ma è così. A volte ho persino un rapporto di dipendenza. Quando non riesco a scrivere per delle settimane (talvolta per dei mesi), non sto molto bene: è peggio che se mi mancassero i dolci da colazione la mattina quando mi sveglio.


Quali sono gli scrittori che maggiormente hanno influito sulla tua formazione?
Sono tanti. Stilare un elenco sarebbe un'operazione lunga. In primis, Moravia. E' stato quello della linearità e dell'introspezione. A seguire Calvino con la sua fantasia dirompente e senza preclusioni. In tempi più recenti Michel Faber, Andrea de Carlo e Ammaniti. Non trascuro però Ray Bradbury e Simenon. Insomma tutti autori molto diversi tra di loro. Da ognuno ho ricevuto preziosi consigli di stile.


Pensi che ti soffermerai sempre su questo genere o intendi anche buttarti in generi differenti?
Il noir è stata un'avventura intensa e a tratti sconvolgente. Non lo abbandonerò ma non amo certi legami fissi. La storia a cui sto lavorando attualmente è mainstream, ossia non di genere.


Tu sei un insegnante di Lettere, che rapporto c’è – se esiste – tra la tua professione e la scrittura?
Un rapporto inizialmente avrebbe dovuto non esserci, almeno nelle mie intenzioni. Amo insegnare e scrivere quasi con la stessa intensità, ma ognuna di queste attività ti fagocita e vuole l'esclusiva. Non posso dirti di non aver risentito della mia professione quando ho cominciato a scrivere. Insegnare significa comunicare agli altri con chiarezza. Scrivere comporta anche usare linguaggi un po' criptati. Ho scelto una via di mezzo. Certo, quando descrivo omicidi o scene di sesso (che non sono poi tante), mi sforzo di chiudere le porte al professore che è in me.


Cosa si prova nel vedere le proprie opere esposte in libreria?
Che cosa si prova? La stessa sensazione che provai quando assistetti per la prima volta a un concerto di De André: euforia, trepidazione e chi più ne ha più ne metta. E' una situazione magica.


Tu sei sardo, quanta Sardegna c’è nei tuoi romanzi?
La Sardegna è presente ma nel modo più autonomo possibile dalle formule che altri miei colleghi (in verità più importanti di me) propongono nelle loro opere. Adesso è inevitabile parlare di mode, di momento favorevole per la letteratura sarda. Perciò sembrerebbe che per uno scrittore sardo scrivere di cose sarde sia inevitabile. Io, come ho detto prima, non amo molto certi legami fissi, neppure se in sé li trovo amabili. La differenza tra uno che vive di scrittura e uno che, come me, ama la scrittura come svago dovrebbe consistere nel potersene infischiare delle scelte più convenienti. La storia che sto proponendo ora ad alcuni editori, ad esempio, è ambientata a Genova, e non vi compare una sola parola in sardo.

I libri di Gianfranco Cambosu

 

 

 

 
 
 
 
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