Intervista a Gianni Canova

Gianni Canova
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È un pomeriggio di fine autunno plumbeo e piovoso a Roma. Mi dirigo verso la fantastica e un po’inquietante Villa Borghese, dove sorge la Casa del Cinema. Non c’è posto più adatto per incontrare Gianni Canova, critico cinematografico per le maggiori testate italiane, docente di Storia e critica del cinema alla IULM di Milano, preside della facoltà di Comunicazione della stessa università e studioso d’immagini, alle quali ha dedicato vent’anni della sua vita. Quella che mi trovo davanti è una persona schietta, diretta e senza peli sulla lingua, la quale, a fine intervista, mi lascia degli interessanti spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda.

Ti occupi da una vita di cinema. Come è nata l’idea di un romanzo thriller?
L’idea di scrivere un thriller nasce dall’esigenza di trasferire in forma narrativa alcune riflessioni e, soprattutto, alcune ossessioni che abitano in me da una vita. Ossessioni relative al rapporto che noi abbiamo con ciò che vediamo, con le immagini, prevalentemente quelle filmiche, ma anche le immagini televisive e fotografiche, che segnano il paesaggio del nostro mondo.


Il tuo campo d’indagine, quindi, si concentra sull’immagine. Qual è il tuo concetto d’immagine?
Le immagini non chiariscono le idee, le complicano, per questo vale la pena occuparsene. L’uomo contemporaneo è caratterizzato da un ingorgo d’immagini; siamo passati da un consumo medio di quaranta immagini nel corso di una vita durante il medioevo a seicentomila immagini artificiali al giorno, oggi. Ciò che dobbiamo capire è cosa ci succede nell’entrare in contatto con una tale mole d’immagini. Ci sono due teorie al riguardo: qualcuno dice che tale visibilità rende il mondo più comprensibile; qualcun altro che nessun’epoca è stata meno informata su se stessa come la nostra. Palpebre vuole essere un tentativo di riflessione su quelle forme di ottundimento della percezione che sono legate all’immagine. L’ho fatto con un romanzo perché ero divertito dall’idea di cambiare genere di scrittura, perché con i saggi non vai da nessuna parte, li leggono cento persone. Devo dire che ho avuto più riscontri con questo romanzo nel giro di pochi mesi che in trent’anni di carriera.


Palpebre compie un’incursione all’interno delle paure e delle ossessioni. Secondo te di cosa si ha paura oggi?
Si ha paura di aprire gli occhi veramente.


Quanto le tue conoscenze cinematografiche hanno inciso sulla stesura del romanzo?
Le mie passioni cinematografiche hanno inciso molto. Mentre scrivevo mi venivano in mente le immagini dei registi e dei film che amo: Cronenberg e Lynch soprattutto. Sento molto vicino a questo libro un film che pochi hanno visto, “Il coraggioso”, unica regia di Johnny Depp e penultima interpretazione di Marlon Brando. La storia narra le vicende di un indiano d’America poverissimo che non sa come mantenere la propria famiglia e allora decide di vendersi per uno snuff movie. La domanda che nasce da Palpebre è: che cosa spinge un uomo a spendere tantissimo denaro per uno snuff movie? Qualcuno afferma che questo fenomeno sia solo una leggenda metropolitana mentre io credo che il mercato degli snuff esista realmente. Ho dei dati che non posso rendere pubblici che dimostrano che esistono delle persone disposte a spendere una cifra enorme per un video in cui si vede un proprio simile che viene torturato, sventrato, fatto a pezzi, decapitato, ucciso. Questo pone un problema relativo al nostro rapporto con quello che vediamo e relativo all’essere umano in sé. Forse non potremo più dire “è disumano Auschwitz” o “è disumano Ground Zero”, perché quello fa parte dell’umano. La cultura cattolica ha dato delle risposte a questo ma io cerco, da ateo, delle risposte laiche. Non mi basta il “non farlo perché vai all’inferno”. Palpebre è un tentativo di riflettere su questo.


Ultimamente abbiamo assistito a scrittori di romanzi, soprattutto thriller e noir, che vengono da professioni disparate. Penso ad esempio a Faletti o a De Cataldo. Cosa pensi di questo fenomeno?
Questo è un bene. Diffido degli scrittori di professione, quelli che fanno solo gli scrittori di romanzi, quelli che quando li chiami ti rispondono “ah, sto scrivendo” e magari il loro romanzo esce due anni dopo. Sì ma nel frattempo vivi, cazzo. Quindi, che una persona faccia il magistrato, lo showman, il cantante o il professore, come nel mio caso, è un bene perché è a contatto con il mondo, con degli squarci di vita e di realtà molto forti che possono avere delle aperture feconde e positive sul romanzo che sta scrivendo.

 

Hai intenzione di cimentarti ancora nella narrativa?
Ho già cominciato. Io ho cinquantacinque anni e una figlia di cinque. Da quando lei ha un anno ogni sera non si addormenta se non passo almeno mezz’ora con lei ad inventare delle storie. Ogni sera una storia diversa. Se lei dice “stasera voglio ridere”, devo inventare una commedia, se dice “stasera, papà, voglio aver paura”, invento storie gotiche per bambini. Questo esercizio quotidiano di riscoperta della narratività mi ha permesso di riscoprire lo stupore del raccontare, l’età dell’innocenza del racconto. Dopo quattro anni di storie per bambini mi è venuta voglia di raccontare una favola nera e Palpebre è una favola nerissima, non la racconterei mai a mia figlia.

 

I libri di Gianni Canova

 

 

 

 
 
 
 
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