Intervista a Gianni Caria

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Gianni Caria, a differenza di tanti magistrati che fanno anche gli scrittori, è uno scrittore che fa il Procuratore della Repubblica a Sassari. Piacevole conversatore, affabulatore ispirato e miniera inesauribile di aneddoti, è un uomo però alquanto ritroso quando si tratta di parlare di sé. Ci ho chiacchierato a lungo nei giorni del Pisa Book Festival 2019 prima di venire a sapere che non era un impiegato della casa editrice presso il cui stand l’ho incontrato, ma uno scrittore. E che scrittore: i suoi libri sono tra i migliori che abbia letto negli ultimi anni, la sua vena creativa una delle più originali del panorama letterario italiano.




Sei un magistrato, ma a differenza di quanto accade per le opere di altri tuoi colleghi, i temi che tratti non sono neanche lontanamente tangenti al tuo lavoro. Scrittore, magistrato: quale delle due casacche ti fa sentire più a tuo agio?
In qualche modo viene prima lo scrittore, nel senso che ho letto moltissima letteratura fin da ragazzo e il desiderio di scrivere è sempre stato latente. Avrei anche voluto studiare Lettere, ma i casi della vita mi hanno portato a laurearmi in giurisprudenza e poi a vincere il concorso di magistratura. La passione per il lavoro di magistrato è venuta in corso d’opera, ed è stata una vera fortuna, perché mi ha arricchito molto umanamente e culturalmente. Lo scrittore stava sempre là in attesa, ed è spuntato fuori quando mi stavo avvicinando ai cinquant’anni. È stato meglio così: sicuramente da giovane non sarei riuscito a scrivere nulla di interessante. È vero che i miei due romanzi affrontano tematiche apparentemente staccate dal mio lavoro, nel senso che non parlano di delitti. Però parlano di umanità, di istituzioni, di rapporti sociali, familiari e più in generale affettivi, di gioie e di dolori: tutto questo entra quotidianamente nel lavoro di un Pubblico Ministero.

Hai scritto due opere originalissime. Partiamo da Il Presidente addormentato, che ha per protagonista la prima donna ad assumere la carica di Presidete della Repubblica nell’ordinamento italiano. Hai però deciso di usare l’articolo al maschile. Nel libro affidi alle parole del comandante dei corazzieri una possibile motivazione. Ci dici cosa ti ha spinto a una scelta così provocatoria?>br /> Il comandante nel romanzo dice che il Presidente è il Presidente e basta. Ci sono aspetti linguistici e più in genere comportamentali che mi interessano e, a volte, mi divertono. La femminilizzazione dei nomi tradizionalmente maschili è un tema attuale su cui si può scherzare. In genere la lingua si modifica con l’uso e non con forzature o imposizioni, ma sarà inevitabile e auspicabile che il primo Presidente della Repubblica donna (chissà quando lo vedremo…) venga definito “la Presidente”. Come dico nel romanzo, è molto più comodo per gli Stati di lingua inglese.

Mi ha molto colpito la tua estrema bravura nel raccontare l’animo delle donne e i loro conflitti con i comprimari maschili delle loro vite. Da cosa ti viene questa sensibilità e perché prediligi protagoniste femminili?
Ti ringrazio per il giudizio. In entrambi i libri mi sono calato in personaggi femminili, facendoli parlare in prima persona. Mi è sempre piaciuto prestare attenzione alle dinamiche maschio/femmina, e ho sempre ascoltato con interesse, fin da bambino, le conversazioni fra donne. Mi chiedo sempre quali siano le ragioni profonde dei comportamenti e con l’esperienza mi sono sicuramente affinato. Il paradosso è che ne Il Presidente addormentato all’inizio ho avuto più difficoltà a calarmi nei panni del Corazziere, che parla ugualmente in prima persona: per me è più misterioso e insondabile il pensiero di un giovane di 25 anni che di una donna più o meno mia coetanea, con cui ho una possibile comunanza di esperienze generazionali.

Le donne protagoniste delle tue opere in qualche modo hanno tutte conflitti irrisolti con qualche figura maschile della loro vita: padre, amante, marito. Quanto è stato difficile per te analizzare queste conflittualità astraendoti dal tuo essere uomo?
È proprio il contrario, non mi sono astratto dal mio essere uomo. Non potevo scrivere di un rapporto di conflittualità senza, per così dire, sentire le ragioni delle due parti in conflitto. Ho dovuto necessariamente analizzare il mio essere uomo, per capirne falle e limiti. In ogni caso, il rapporto padre-figlia è una sottocategoria del rapporto genitori-figli, e ha necessariamente similitudini con le altre sottocategorie (padre-figlio, madre-figlio, madre-figlia), per cui nella narrazione si può pescare da esperienze personali e di tante persone che conosco. Spesso fra genitori e figli ci sono rapporti irrisolti, anche nelle famiglie apparentemente più felici dove non è mai mancato l’affetto reciproco. In un certo senso, non smettiamo mai di essere figli, come chi ha avuto figli non smette mai di essere genitore. Ciò che noi siamo deriva molto da quel rapporto, è la cosa che più modella la nostra vita, anche quando non sembra.

Ne La badante di Bucarest immagini uno scenario economico-finanziario nel quale la crisi impone agli italiani di emigrare in Romania per cercare lavoro. Hai scritto il libro molto prima della crisi economica. Hai lavorato solo di fantasia per accrescere l’empatia dei lettori o hai la sensazione che quella che racconti non sia una realtà così fantascientifica?
Il libro è uscito nel 2012, ma la prima ideazione è del 2009, quando ancora la crisi economica era apparentemente di là da venire, ma a ben vedere stava proprio dietro l’angolo. Dopo otto anni dal libro la situazione non è cambiata radicalmente in peggio, ma neanche in meglio. Ciò significa che è come stare comodamente seduti a conversare sul ciglio di un baratro. La gente pensa ai problemi solo se è costretta a calarsi nei panni altrui; ci si abitua a un certo benessere collettivo, e si ritiene sempre che tutto potrà migliorare, mai peggiorare. Soffermandoci sul punto di vista economico, ai primi del Novecento la Romania era uno Stato ricco e florido, oltre che molto avanzato culturalmente. Nello stesso periodo la Cina o altri Stati asiatici erano al Medioevo, per non parlare dei ricchissimi Stati della Penisola arabica. Le condizioni possono sempre mutare. Ciò non significa vivere nell’incubo e nell’angoscia, ma nella consapevolezza: le nostre conquiste devono sempre essere consolidate, perché possono sparire da un momento all’altro.

In entrambi i tuo libri ricorrono i nomi Maria e Margherita (Margareta), è un caso o hanno un significato speciale per te?
Maria non è un caso, è un nome che ho dato alla protagonista del primo romanzo perché fortemente emblematico e rappresentativo di una tipica donna italiana. Nello stesso libro Margareta è stato più casuale, mi è rimbalzato in mente senza un perché. Nel secondo romanzo Maria e Margherita sono due personaggi secondari, anche se importanti nell’evoluzione della storia del Corazziere. Mi sono autocitato volontariamente, come se le conoscessi già e potessi avere con loro un’empatia immediata. Prometto che nel prossimo romanzo nessun personaggio si chiamerà Anita, come la protagonista de Il Presidente addormentato.

Scriverai mai un romanzo ambientato in Sardegna, dove vivi, o pensi che sia più facile per uno scrittore non narrare di cose troppo vicine?
In realtà il prossimo romanzo sarà ambientato in un non luogo che potrebbe essere la Sardegna. Ho anche un’altra idea narrativa per un altro romanzo che avrà un’ambientazione sarda. Il problema è intenderci sull’ambientazione: la Sardegna è molto composita dal punto di vista culturale e ambientale. Ci sono punti in comune fra le varie zone della nostra isola e allo stesso tempo profonde differenze. Io sono nato e lavoro a Sassari, che è una città di provincia, la seconda per abitanti, con sue peculiarità: ha differenze profonde con Cagliari, con gli altri centri abitati più importanti, per non parlare di intere zone della Sardegna come la Gallura o la Barbagia. C’è una sardità comune ma una esigenza di distinzione. Ciò da cui fuggo, prima di tutto come lettore, è la rappresentazione folcloristica e sostanzialmente falsa che spesso si ha della nostra terra. Non a caso, a mio parere il più grande scrittore sardo della seconda metà del Novecento, primi anni di questo secolo, è stato Salvatore Mannuzzu, purtroppo scomparso alcuni mesi fa. Nella sua produzione ha sondato con maestria soprattutto Sassari e Stintino, oltre che una zona della Sardegna bellissima e caratterizzata come il Montiferru. In ogni caso, mi intriga molto ambientare storie lontano dalla Sardegna, è come fare un’esplorazione in prima persona mentre scrivo.

Ci dai un’anticipazione sulla tua prossima opera? Sarà scritta dal punto di vista di un uomo?
Qualcosa ti ho già detto. Posso solo aggiungere che i protagonisti saranno un uomo maturo e una donna molto giovane, quindi vi saranno sicuramente due punti di vista principali diversi, ma anche voci di personaggi di contorno. Di più non dico per scaramanzia.

I LIBRI DI GIANNI CARIA



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