Intervista a Gianni Miraglia

Gianni Miraglia
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Sfreccia sulla sua bicicletta a Milano, su via Padova. In testa il flusso di pensieri che riverserà, senza punteggiatura e con tutti gli errori tipici della dislessia sul suo blog http://noncicapisco.splinder.com dove i suoi post a volte sono tanto incomprensibili da aver spinto una sua amica a “editarli” e postarli su un altro blog dal nome programmatico http://www.capiscononcicapisco.splinder.com. Genovese, 43 anni, una bella faccia espressiva (ha all’attivo anche qualche comparsata in spot), Miraglia lavora nel settore pubblicitario, ed assomiglia molto al protagonista del suo primo romanzo.

Gianni Miraglia nasce a Genova e vive a Milano. Possiamo aggiungere che ha un blog e che scrive per una rivista musicale. Quando e come è diventato uno scrittore?

In realtà ho avuto un vero blog che non aggiorno da anni. Con l’uscita del libro ne ho aperto uno nuovo, ma per rappresentanza , visto che forse bisogna avere qualcosa di fintamente intimo che parli di te on-line. Devo molto però al vecchio blog perché mi ha regalato l’eccitazione di scrivere a getto verità soggettive che approfondivo per il piacere di venire poi commentato. Ho iniziato a scrivere in intimità solo successivamente, quando probabilmente l’intento meta-analitico del blog era esaurito. Ma principalmente devo questa mia impresa a Piero, un mio amico con la fissa della palestra oltre che della lettura. E’ lui che mi ha convinto a scrivere la cosiddetta narrazione e farlo col cuore e non per l’effimero commento. Mi ha detto di vedere in me un talento fatto apposta e per fortuna gli ho creduto.

 

Six Pack trasuda nichilismo, nonostante i pensieri chiusi in bagno che ogni tanto si infilano nella narrazione cercando di bilanciare il disprezzo del protagonista per tutto ciò che lo circonda. Mi chiedo quanto quegli intermezzi siano stati messi apposta per tranquillizzare il lettore (“in fondo in fondo quest’uomo un cuore ce l’ha”). Perché è stato importante per te “umanizzare” un personaggio così cinico?

La tenerezza presunta dei pensieri in bagno mi ha provocato anche momenti di rabbia perché immaginavo che avrebbero in un certo senso tranquillizzato il lettore sulla natura in fondo “buona” e “umana” dell’io narrante. Ma avevo il bisogno di scriverli, mi sono venuti a raffica nel procedere dell’intero corpo narrativo e sono indissolubili dall’anima e dal cuore. Insomma siamo tutti esseri umani, volevo dire.

 

Una delle cose che colpiscono del romanzo è questa rigidità della struttura di una scheda di allenamento a cui fa da contrappunto il flusso di coscienza della voce narrante… dove e perchè nasce questa griglia narrativa delle serie e delle ripetizioni? (Non puoi rispondere “In palestra”!)

Perché quel mio figlio - o forse fratello o forse alter ego - che urla in quelle pagine è una persona che cerca di costruire una sua anima partendo dal corpo. E quando costruisci la materia procedi a tempi e step, diventi una sorta di macchina umana che prende forma nel tributo alla forza di un atto supremo. E’ una ricerca di pace zen, se ci pensi. Il mio personaggio fa pesi, scarica rabbia, la libera e la ammette, ma lo fa lì e tra sé. Una forma di pace zen in una società che ha come presupposto l’infelicità altrui.

 

L’io narrante non dice mai il suo nome. E già questo è un incentivo fortissimo a pensare che si tratti dello stesso nome dell’autore. Leggendo il tuo blog le affinità poi emergono in modo evidente. Non hai mai pensato di “distanziare” un po’ il personaggio del tuo romanzo da te, dandogli un’identità, un nome, un corpo differente dal tuo?

Io parlerei più propriamente di fantabiografia, come ho detto prima un alter ego. Una proiezione di me stesso che è libera di spaziare e rompere limiti e realtà dei fatti per creare un percorso narrativo ampio, direi un'epica della quotidianità, un enorme spazio in cui traslare la bellezza di nodi emotivi che diventano creature immaginifiche. Sono consapevole che c’è comunque molto di me in quel libro, indipendentemente dal fatto che non dico mai chi sono. Ho cristallizzato una parte di me che risale a un sei-sette anni fa. tenevo tutto dentro e, in buona fede, credevo che nell’implosione dolorosa avrei trovato la mia via più sincera.

 

E dopo aver deriso ideali e sistemi di valori altrui (in modo, per altro, condivisibile), con toni che sfiorano il grottesco il protagonista ci presenta la sua etica: quella di un corpo dagli addominali scolpiti, una opposizione fisica e tangibile al prolasso della società moderna. Un ripiegamento totale dell’individuo sul suo ombelico oppure una barriera necessaria per resistere?

Sono contento che tu condivida. Il mio personaggio dissacra e distrugge, ma lo fa ammettendo la sua complicità col gioco meschino del sistema. L’evoluzione della storia e il finale lo dimostrano, in fondo lui cede e diventa “uno come tutti gli altri” per l’impellente bisogno di un contatto fisico, e forse si inventa pure una specie di infatuazione per la ragazza “muscolare”, come tanti altri esseri umani nel groviglio dei rapporti umani. Confesso che dopo aver stampato il libro l’ho riletto un po’ di volte. Volevo provare la sensazione del lettore x che mi stava leggendo, una masturbazione che però mi ha permesso di intravedere una forma di Gesù Cristo nel mio personaggio. In fondo lui è chiunque e si immola per tutti noi. La gloria che ne trae è invisibile tranne che per se stesso.

 

Che cosa penserebbe di un libro come Six Pack l’Alfamen di cui parli? Lo leggerebbe? Lo spezzerebbe in due per mostrare la forza dei suoi muscoli? E’ necessario che un Alfamen sappia leggere? Perché sa leggere, vero?

Un Alfamen proverebbe a distruggerlo, materia e basta. Al limite lo metterebbe sotto il piede di un tavolo che balla, se mai lo avesse. 


I libri di Gianni Miraglia

 

 

 

 
 
 
 
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