Intervista a Gianrico Carofiglio

Gianrico Carofiglio
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La prima impressione osservando Gianrico Carofiglio è di un uomo timido e riservato, invece appena sale su un palco - magari per presentare un suo libro - inizia a parlare e non la finisce più. Comincia parlando di una cosa, poi ci infila in mezzo un episodio o un aneddoto divertente e torna al punto di partenza. E' stato così anche alla presentazione del suo Il paradosso del poliziotto. Camicia azzurra, seduto su una sedia in mezzo al palco centrale di "Roma si libra", la festa dell'editoria romana quest'anno alla sua prima edizione, con un leggero accento meridionale ha snocciolato davanti al pubblico episodi riguardanti la sua ultima creazione, arrivando a parlare di temi come la scrittura e la verità.

Come è nato il tuo Il paradosso del poliziotto?
E' una storia particolare, come quella di tutti i libri. Inizialmente, parlando con Ginevra Bompiani, fondatrice e direttrice editoriale di Nottetempo, si ipotizzava di pubblicare una sorta di lezione sulle tecniche di interrogatorio investigativo, ovvero su come ottenere una confessione. In passato questo genere di lezioni mi capitava di farle spesso. Poi con il tempo mi sono accorto che l'idea di pubblicare una cosa di quel tipo non funzionava.
 
Perché? Che cos'era che non funzionava?
Faccio un esempio. Sin da piccolo volevo fare lo scrittore. Ho continuato con questa convinzione e attorno ai 37 o ai 38 anni mi venne in mente l'idea per un racconto. Scrissi tutta la notte (una cosa come 7 o 8 pagine). Il giorno dopo, stanco ma felice, chiesi a mia moglie di leggere il mio racconto. Lei lo fece con la spiacevole sensazione di percepire la presenza dell'autore alle spalle. Quando finì mia moglie rimase immobile. Al che io, un po' preoccupato, le chiesi: - Che te ne pare? - E lei: - Vuoi la verità?. Quando ti dicono così è sempre brutto segno, e infatti poi disse: - Guarda, è veramente proprio brutto. Quel racconto (che conservo ancora) è brutto perché è falso. Non rispondeva a una necessità di narrare qualcosa ma di esibirlo. Infatti, mi ricordo che quando finii di scriverlo ero soddisfatto. Quando si è soddisfatti significa che che le cose non vanno bene. Se c'è disagio invece è segno che si sta parlando di quello di cui si dovrebbe parlare. E questo è più o meno quello che mi è capitato con Il paradosso del poliziotto. L'oggetto necessario alla scrittura narrativa deve essere quello di cui non si conosce. Nelle scuole di scrittura ti dicono di scrivere di quello che conosci bene, ma questo è vero solo in parte. Quando una persona si mette a scrivere significa che sta cercando di capire qualcosa. Ciò di cui si vuole parlare è implicito nel percorso di scrittura.
 
E quindi quale è stato il percorso di scrittura di questo specifico libro?
All'inizio, quando mi è venuta l'idea di raccontare un dialogo tra due personaggi, i protagonisti erano un poliziotto e un PM, poi ho voluto cambiare l'identità del secondo personaggio per motivi imperscrutabili. Il titolo di lavoro era Rispetto per gli assassini. Volevo che il tema centrale fosse il racconto della verità. La verità intesa come narrazione dei fatti non ha mai una struttura unitaria. Mi viene in mente il film di Kurosawa “Rashomon” dove un singolo fatto viene raccontato da diversi personaggi, e ognuno lo racconta in modo diverso pensando, ovviamente, che la sua versione corrisponda alla verità. La verità non è mai separabile dal modo in cui viene raccontata. Basti pensare che la locuzione “la verità” ha 22 anagrammi e tre di questi sono “rivelata”, “relativa” e “evitarla”.
 
Per tanti anni hai fatto il Pubblico ministero. Quanto c'è del tuo vecchio mestiere in quello che fai oggi come scrittore? 
Quello che accade nei processi (così come nelle storie) è una sorta di ricerca della verità. Mi vengono in mente le parole di un personaggio di un mio libro che si intitola Ragionevoli dubbi: "Le storie sono uno strumento per dare senso al caos. Le storie sono tutto quello che abbiamo”.
 
I libri di Gianrico Carofiglio

 

 

 

 
 
 
 
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