Intervista a Giordano Tedoldi

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Romano classe 1971, Giordano Tedoldi non è autore incredibilmente prolifico, ma che fa della qualità della scrittura la sua cifra distintiva. Dopo un’antologia di racconti e un romanzo che lo hanno segnalato alla critica e al pubblico come una delle voci più interessanti e personali della narrativa italiana, esce un suo nuovo libro che suscita riflessioni e discussioni. Abbiamo contattato Tedoldi che con grande gentilezza ha accettato di rispondere alle nostre domande.




Io odio John Updike, I segnalati, Tabù. Ci sono stilemi ricorrenti nei tuoi lavori, per esempio una certa solitudine del protagonista che si dissolve in una miriade di incontri che cambiano la piega degli eventi in maniera inaspettata. Dovendo tracciare un percorso ideale, cosa diresti a proposito di ognuna di queste tappe e della tua evoluzione?
Voglio principalmente sottolineare un paradosso, o forse più esattamente una contraddizione: sì, credo che ci sia una evoluzione – non è scontato – nei miei lavori, ma al tempo stesso credo che non ci sia un’evoluzione nel senso di una maggiore maturità. Evoluzione, in altre parole, non è maturazione e, pertanto, non mi sento di collocare l’ultimo lavoro, Tabù, a un ipotetico punto più avanzato del mio percorso, né ritengo gli altri, in alcun modo, gradini o tappe che hanno portato a dove mi trovo oggi. Questa idea di evoluzione che consuma e distrugge quanto precede mi è molto sgradita. È piuttosto come la scala di Giacobbe nel dipinto di William Blake, in cui gli esseri che salgono dal basso si incontrano e si abbracciano con quelli che si trovavano ai gradi superiori. Allo stesso modo, ad esempio, trovo problematiche quelle periodizzazioni in opere giovanili, opere di mezzo, opere tarde; mi convincono quando servono a distinguere e isolare un tono, un’emotività dominante in un gruppo di opere più o meno coeve, non mi convincono affatto quando impongono dall’esterno una continuità, una maturazione per fasi concatenate di cui l’ultima assorbe le prime. Del resto, sento oggi di stare in tutti e tre i punti corrispondenti a ciascuno dei libri che hai nominato, e in nessuno. Anche l’osservazione di un protagonista solitario che si dissolve in una pluralità di incontri inattesi, se non la respingo affatto come una caratteristica riconoscibile dei miei libri, non posso però elevarla al rango di qualità dominante. Almeno se si chiede a me, che di questi libri sono inevitabilmente responsabile, che cosa ho voluto cercare ed esprimere attraverso di essi, e che cosa credo che essi siano: molte cose vi si trovano, una dialettica della solitudine tra queste, ma poiché io nella solitudine mi trovo anche molto bene, indicherei non solo i momenti di dissoluzione, ma anche quelli di forte resistenza e sottrazione a questa dissoluzione da parte dell’eventuale personaggio solitario.

Tabù ha avuto una genesi travagliata e una lunga gestazione per tua stessa ammissione, ne hai parlato anche sui social quando ancora non avevi trovato un editore. Per quanto tempo ci hai lavorato e quanto sei soddisfatto del risultato finale?
Francamente non saprei essere preciso, perché sono questioni delle quali mi interessa molto poco, ma penso di averci lavorato, complessivamente (cioè comprendendo tutte le fasi dalla concezione, all’esecuzione, alla revisione) non meno di tre anni. Del risultato finale sono pienamente soddisfatto. Tutto quello che avrei voluto dire ho potuto effettivamente dirlo. Questa per me è l’unica misura del successo.

Qualcuno aveva definito I segnalati come il romanzo borghese che in Italia si attendeva dai tempi di Moravia. A Tabù hanno appiccicato quasi subito l’etichetta di romanzo filosofico. Cosa pensi al riguardo? Sono definizioni che condividi o sono solo mere costruzioni da critici?
A proposito di queste definizioni, sono sicuro che i primi a esserne insoddisfatti, e in una certa misura a imbarazzarsene, siano gli stessi che le hanno date.

Sesso e amore, amoralità e tabù, sentimenti infimi ed elevazione dello spirito. In un certo senso, tutto il romanzo è un gioco di dualismi, di contrapposizioni che fanno da sfondo alla ricerca di Piero che con le sue azioni saggia la solidità dei valori nel mondo attuale…
Direi così: la tentazione sta insieme ad una ricerca, il desiderio sta insieme ad uno sguardo in una direzione. Ogni tentazione e ogni desiderio, dunque, pur nella loro promessa di libertà e appagamento, non sono indipendenti da un atto di volontà, da un progetto, da una scelta, che a quel desiderio e quella scelta non vuole e non può, per sua essenza, concedere il primato. La contrapposizione fondamentale e, credo, insolubile, sta in questo: che desiderio e scelta, ricerca e tentazione, si tengono insieme, ed entrano in contatto per immediatamente rivelarsi inconciliabili.

Spesso ci raccontano, o ci raccontiamo, di un’età moderna in cui tutto crolla a pezzi, in cui il nichilismo imperante sta abbattendo ogni certezza e ogni totem morale, religioso o ideologico. Si può dire che in questo disfacimento i tabù – e segnatamente il tabù di cui si parla nel romanzo – sono l’unica “istituzione” che resta in piedi?
Che i tabù fossero le forme originarie assunte da ciò che poi si sarebbe presentato come legge, lo diceva già Freud, e credo con ragione. In questo passaggio dal tabù alla legge, alcuni atti, alcuni comportamenti, si sono trovati in una situazione incerta, contraddittoria, in cui non sono più completamente accolti né dall’oscurità istintuale del tabù né dalla chiarezza ordinatrice della legge. Non sono né accettati né banditi. Né demonizzati né regolamentati. A causa di questa ambigua collocazione hanno perso l’antica funzione stabilizzatrice e anche dal punto di vista simbolico non sono più legati a significati univoci, e dunque tantomeno possono, e rispondo alla tua domanda, essere questi atti e comportamenti (nella fattispecie, il tabù dell’adulterio) l’unica istituzione residua. Stanno nel limbo di cui si descrive nel romanzo, né fuori né dentro la legge morale, né previsti né trascurati dalle nostre vite, nella crisi del simbolico. Avrei anche qualche osservazione circa quello che chiami il nichilismo imperante, ma ci porterebbe lontano e, rispetto al nostro tema, fuori strada.

Sin dal tuo esordio ti sei creato una voce che risulta unica e immediatamente riconoscibile. Quanto c’è di invariabile e definito nel tuo modo di scrivere e di essere scrittore, e quanto è soggetto a divenire e cambiamento?
Non lo so, perché non potrei mai essere certo che ciò che ora ritenessi invariabile domani non potrei variarlo.

I LIBRI DI GIORDANO TEDOLDI



 

 

 
 
 
 
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