Intervista a Giorgio Meletti

Giorgio Meletti
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Giorgio Meletti è una firma scomoda del giornalismo italiano. Il suo unico scrupolo è solo quello di raccontare, anche a costo di far attorcigliare il doppio petto del potere e pestare in questo modo qualche mocassino raffinato. La coscienza però è pulita, senza remore. Pertanto, le sue pallottole d'inchiostro le conserva per la politica e l'economia, ha dato infatti grande risalto nei suoi pezzi a intrecci tra affari e amministrazione pubblica. Oltre a riempire le colonne de Il Fatto Quotidiano, gli è capitato pure di insegnare Economia e gestione delle imprese come professore a contratto all’Università di Pisa. E questo è quanto.

Con Nel paese dei Moratti hai deciso di parlare della Sardegna. Una terra che conosci bene proprio perché ci sei nato. Da dove è scaturito quest'intento e "a caldo" quali sono state le reazioni più significative alla tua inchiesta?  

Ho deciso di scrivere questo libro quando ho notato che i media nazionali consideravano tre operai sardi morti in una cisterna in Sardegna morti di serie B. E il mio scopo era di dimostrare che l'incidente di Sarroch era a pieno titolo una storia esemplare del declino del capitalismo italiano. Come prevedevo, le reazioni più significative sono state quelle dei lettori sardi, divise in due correnti: una maggioranza che ha accolto positivamente il libro, con commenti del tipo "finalmente qualcuno parla di argomenti tabù", e una minoranza che ha trovato il libro "offensivo". Ma questo è normale: c'è sempre una quota dell'umanità che odia essere dipinta come vittima.


L'intera indagine ruota attorno a un fatto di cronaca nera sul luogo di lavoro. Quanto conta il coinvolgimento emotivo quando ci si trova a parlare di vittime e responsabili? E soprattutto, quanto incide sulla ricostruzione dei fatti? 
Faccio il giornalista da 30 anni, mi occupo da sempre di economia, di lavoro e di aziende, per cui sono abbastanza abituato a tenere sotto controllo il coinvolgimento emotivo. Che in casi come questo pesa solo all'origine: vedere da vicino una tragedia del genere, immergersi nel dolore di genitori che hanno perso un figlio non ancora trentenne può colpire emotivamente e dare la spinta decisiva alla voglia di scrivere un libro del genere, che non è un grande affare nel rapporto costi-benefici, e in termini di affermazione professionale dà più problemi che vantaggi. Ma chi fa il mio mestiere quando si mette davanti alla tastiera a scrivere ritrova facilmente una assoluta freddezza, senza la quale non riuscirebbe a ascrivere neppure le prime tre pagine. 


Secondo te, la responsabilità dell'inquinamento ambientale è imputabile ai soli raffinatori, come nel caso della Saras, o deve
essere presa in considerazione anche una visione sistemica dell'uso quotidianamente viene fatto dei combustibili fossili (riscaldamento abitativo, mezzi di trasporto, ecc.)? 
Tutti i combustibili fossili che inquinano escono da una raffineria come la Saras, ma forse inquinano più auto e caldaie della raffineria. Il tema è complesso, e personalmente non condivido l'idea che la raffineria sia in sè il "demonio" ambientale. Nel mio libro ho affrontato il tema da un altro punto di vista, quello della cosiddetta "responsabilità sociale dell'impresa": nel bilanciamento tra le ragioni del profitto e i doveri verso la società, le aziende italiane, in questo caso la Saras, fanno abbastanza per difendere l'ambiente e la sicurezza dei lavoratori? E' questa la domanda da porsi, prima di arrivare a domande millenaristiche sull'abolizione del petrolio, delle raffinerie e magari delle auto.


Talvolta poni l'accento sulle contraddizioni "cerchiobottiste" della famiglia Moratti. È davvero fondamentale l'appello alla coerenza per un raffinatore al punto da considerare irrilevante il suo possibile impegno civile volto sensibilizzare l'opinione pubblica circa l'uso consapevole delle risorse combustibili? 
Nel libro non ho accusato i Moratti di incoerenza. Fanno benissimo, e la società deve esserne loro grata, a finanziare Emergency e San Patrignano, e a sostenere i numerosi impegni sociali che figurano nel loro curriculum. Il problema riguarda l'opinione pubblica, e quindi il sistema dei media: si fa l'errore di dedurre dal generoso impegno in favore di Emergency l'impossibilità che alla Saras ci sia qualche problema sulla sicurezza dei lavoratori. Insomma, in Italia abbiamo un sistema dell'informazione talmente provinciale e subalterno da considerare possibile l'esistenza dell'imprenditore perfettissimo. 


Al di là delle responsabilità oggettive, in quali termini è possibile parlare di "etica d'industria" per un consiglio di amministrazione in casi come quello della Saras? 
L'etica imprenditoriale è scritta nella storia del capitalismo degli ultimi due secoli. Un faticoso cammino che ha portato dall'idea dello sfruttamento selvaggio di uomini e ambiente teorizzato nell'Inghilterra del '700 a un senso del dovere dell'imprenditore verso la società, che ha avuto varie storiche tappe: la legislazione sul lavoro, le prime forme di welfare state, le stesse leggi antitrust sono state introdotte nei Paesi più avanzati fin dall'800. Il problema è che in Italia su certi aspetti dell'etica dell'impresa abbiamo anche un secolo di ritardo. Per cui ci si sorprende, o si considera astratto utopismo, o addirittura eversivo immaginare un capitalismo sottoposto alle stesse regole della Germania o degli Stati Uniti.

I libri di Giorgio Meletti

 

 

 

 
 
 
 
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