Intervista a Giorgio Nisini

Giorgio Nisini
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Giorgio, classe 1974, saggista e docente di Sociologia della letteratura all'Università La Sapienza di Roma, con La città di Adamo è al suo secondo romanzo - dopo il fortunato esordio de La demolizione del Mammut vincitore del Premio Corrado Alvaro Opera Prima e nella cinquina di finalisti del Premio Tondelli - grazie al quale ne ha già bissato il successo di critica e pubblico. Abbiamo fatto una chiacchierata con lui.
Sei tra i candidati al Premio Strega 2011. Un premio che muove enormi interessi commerciali e sposta milioni di copie di vendite ha ancora una valenza letteraria credibile? Come lo stai vivendo?
Con emozione, certo, ma anche con un po’ di sana distanza. Non si può affidare il destino di un libro solamente a un premio letterario, però sono senz’altro molto felice di essere arrivato fin qui.


Tema portante del tuo libro La città di Adamo è il rapporto padre-figlio. Come mai hai deciso di partire da questo?
Più che il rapporto padre-figlio m’interessava l’impossibilità di comunicazione tra un padre (ormai deceduto) e un figlio (che inizia a dubitare di lui). Come si fa a processare un individuo che non può difendersi più, mi sono chiesto. E come si fa a condannarlo in maniera assoluta sapendo che quell’individuo è tuo padre.


Dai dubbi sul padre il protagonista del tuo libro Marcello finisce per mettere in discussione la sua stessa esistenza. E' il fallimento di una generazione in crisi d'identità?
Forse sì, la generazione di Marcello è figlia del benessere. A un certo punto è lui stesso a intuirlo: “mio padre Vittorio Vinciguerra aveva la vittoria nel nome e nel cognome, io invece ho la vittoria solo nel cognome”. La sua, insomma, è una vittoria ricevuta dall’alto; e quindi anche un’identità – e cioè un mestiere, un luogo in cui vivere, un benessere materiale - ricevuto dall’alto.


Come si combattono le città di Adamo?
Qualche giorno fa ho partecipato a una tavola rotonda sulla legalità. C’era una giornalista, un costituzionalista, un magistrato. Ognuno utilizza i propri strumenti. Uno scrittore non può fare altro che raccontare le zone d’ombra tra bene e male, mettere in luce le contraddizioni senza moralismi. Il male ha il suo fascino, tutti sentiamo, come il protagonista del mio libro, attrazione per la città di Adamo. Negarla non serve a nulla, come una malattia bisogna prima riconoscerla.


Sei al tuo secondo romanzo. Quali sono i tuoi capisaldi letterari?
Tra gli italiani Fenoglio, Morselli, Moravia, Sciascia; tra gli stranieri Dostoevskij, Kafka, Auster, ma è una scoperta che non finisce mai, i modelli si rimodulano continuamente. E poi sono attratto dagli sguardi che vengono dai linguaggi extraletterari: architettura, cinema, arti figurative.


Hai già in cantiere altri progetti?
I progetti sono sempre tanti, troppi, ci vorrebbero molte vite per portarli avanti tutti. Di certo un altro romanzo, che forse inizierò a fine estate.


Quali temi ti piacerebbe esplorare in futuro?
Sono molto interessato ai rapporti tra scienza e letteratura. E poi mi piacerebbe raccontare i complessi meccanismi della seduzione e dell’erotismo, ma è una sfida più che un proposito, che nasce da molte cose già dette da altri (L’odore del sangue di Parise, L’uomo che amava le donne di Truffaut) e cose che mi piacerebbe poter dire. [foto di sabrina manfredi]

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