Intervista a Giorgio Vasta

Giorgio Vasta
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Giorgio è un affabulatore nato: quando parla mi incanta con lo stesso stile evocativo e tagliente che mi aveva colpito nella sua scrittura. Ho incontrato questa giovane promessa della narrativa italiana a Firenze in occasione del festival letterario ULTRA e non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di fare due chiacchiere con l’autore del miglior libro che ho letto quest’anno, Il tempo materiale. Da editor abituato a maneggiare con cura le parole, Giorgio Vasta è un perfezionista del linguaggio che ama andare a fondo ai concetti, con una poetica originale legata alla memoria storica e alla sua terra: la Sicilia.

Il tempo materiale – ambientato nel 1978 a Palermo – racconta la storia di un gruppo di undicenni che fondano una cellula della BR: come mai hai sentito la necessità di raccontare la fine degli anni Settanta e perché hai scelto di farlo attraverso gli occhi di un ragazzino?
La prima ragione è d’ordine storico: la fine degli anni Settanta ha significato per l'Italia un momento di passaggio fondamentale dal punto di vista sociale e culturale. Ci sono termini della nostra identità nazionale che sono mutati – forse in maniera irreversibile – in quell'arco di tempo. La seconda ragione è d'ordine più personale: aver attraversato gli anni Settanta da bambino significa averli conosciuti senza il linguaggio, senza cioè un dispositivo critico di decifrazione e restituzione della realtà. Riattraversare gli anni Settanta con una lingua a disposizione era un'occasione per cercare di vedere meglio quello che da bambino avevo vissuto rendermene conto solo fino a un certo punto.
 

Infatti i tuoi personaggi sono bambini diversamente consapevoli, poco realistici: capiscono tutto, riescono a interpretare e analizzare la realtà che vivono...
Normalmente abbiamo a che fare con i bambini all'interno delle narrazioni come portatori di ingenuità e tenerezza. La mia idea non era tanto rendere questi personaggi estranei all'esperienza della tenerezza: il mio desiderio era far compiere a chi leggeva un itinerario probabilmente più tortuoso, più articolato, per riuscire ad arrivare alla tenerezza, cioè fare in modo che questa non fosse subito data ma che fosse qualcosa che ci si meritava attraverso la lettura. Da qui le loro caratteristiche che non sono, da un punto di vista cognitivo-linguistico, realistiche e che provano da subito a stabilire un certo tipo di patto con chi legge.
 
Scrivi di ragazzini disumani che compiono azioni dis-umanizzanti, come l’omicidio del loro compagno di classe: l’unico rapporto umano che Nimbo sembra riuscire ad avere è con la bambina muta e non a caso scardina tutto il resto. O no?
Noi usiamo la parola disumano o inumano per porre un distinguo principalmente etico tra comportamenti, ma dobbiamo tragicamente accettare che il disumano fa parte dell'umano. L'idea era che i personaggi avessero a disposizione un'estensione di possibilità che andava al di là di quello che si possono permettere ragazzini di 11 anni. Sono ossessionati dal linguaggio e uno di loro, il protagonista, si trova ad avere a che fare con qualcuno che invece utilizza non il linguaggio che loro preferiscono, quelle delle parole, ma un linguaggio di segni. La differenza sostanziale tra Nimbo e la bambina creola è che Nimbo è un moltiplicatore di alfabeti sistematicamente inefficaci: non gli servono mai per dire quello che gli preme, neppure un semplice ‘ti voglio bene’. La bambina creola invece ha un rapporto sano, quindi invidiabile, con il linguaggio e lo usa in maniera efficace per ottenere delle cose, per muoversi nel suo piccolo spazio sociale avendo a che fare con gli altri, non lo sottovaluta e non lo sopravvaluta.
 

Proprio il linguaggio è una delle chiavi di lettura del tuo romanzo e sembra esplicarsi nella frase di Nimbo “Mi dichiaro prigioniero mitopoietico”...
La vicinanza come forma della frase tra “mi dichiaro prigioniero politico” e “mi dichiaro prigioniero mitopoietico” aveva anni fa – quando cominciai a pensare al romanzo – giocato un ruolo determinante. Se “mi dichiaro prigioniero politico” è stata durante la lotta armata una frase dopo la quale iniziava un altro tempo, perché finiva la storia della lotta e iniziava l'auto-mitizzazione, “mi dichiaro prigioniero mitopoietico” era invece una dichiarazione contemporaneamente orgogliosa e di fallimento: cioè sono protagonista del linguaggio ma sono contemporaneamente intrappolato nel linguaggio.
Forse alla fine del romanzo Nimbo riesce a trovare un varco, un'alternativa non totale ma parziale al linguaggio, si permette il lusso di qualcosa che non è il linguaggio.
 

Mi ha colpita molto l’ambientazione in questa Sicilia così lontana dagli stereotipi: è Palermo ma potrebbe essere anche un altro luogo, no?
Non sarei mai stato in grado di ambientarlo in un altro luogo, per due ragioni. Una drammaturgica: Palermo è periferica rispetto alla storia della lotta armata. Un’ambientazione milanese, romana, torinese o genovese avrebbe portato ad uno sviluppo diverso della storia, perché queste città sono state centrali nella lotta armata degli anni Settanta. Questi ragazzini invece avevano bisogno di partire da una periferia geografica per allucinare e desiderare il centro. Inoltre, pur non vivendo più a Palermo, è la città che conosco meglio e che sento di più, è quella che – mi verrebbe da dire - mi si muove nello stomaco. Palermo nel romanzo è due città: una è il centro storico, che nella percezione di Nimbo e dei suoi compagni è il centro preistorico e  pre-linguistico, con i palermitani dialettali. Poi c’è la Palermo dove Nimbo cresce, che è il set di diverse scene del romanzo ed è la città nella quale io sono cresciuto. Si tratta della zona costruita dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Settanta, una zona della città che dal punto di vista urbanistico non ha nessun elemento peculiare ed è simile, se non identica, a zone costruite negli stessi anni in altre grandi città italiane. E ancora una volta questa era una periferia utile dalla quale partire per confliggere con il centro.
 

Quando è nata l’idea de Il tempo materiale e quanto hai impiegato a scriverlo?
È sedimentata nel corso degli anni, avevo preso degli appunti e poi avevo cominciato a scrivere qualcosa tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, avevo messo insieme più di 100 pagine, delle quali neanche una frase è finita all’interno del romanzo. Però i ragionamenti fatti in quel momento sono stati un serbatoio indispensabile per riuscire a scrivere il libro: un serbatoio di ragionamenti e suggestioni. Il romanzo è stato pensato, ripensato e direi de-pensato in alcuni momenti per parecchi anni, la stesura più focalizzata è durata due mesi e poi ho impiegato un anno nella riscrittura. 
 
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