Intervista a Giovanni Battista Menzani

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Fra le tante cose che possono succederti in una bella giornata primaverile di sole in cui devi presentare un libro interessante scritto da un autore che ha fatto centinaia di km per raggiungerti nella capitale presso una libreria di un quartiere residenziale di Roma, l’ultima che ti aspetti è quella di svegliarti completamente afono. Attenzione. Non “giù di voce”, non roco: assolutamente incapace di andare oltre un sussurro pressoché inintelligibile. Comodo, eh? Cospargendomi il capo di cenere e il cavo orale – invano – di caramelle balsamiche e spray antinfiammatori, ho portato a termine comunque la mia missione, con risultati surreali. Per farmi perdonare, ho suggerito a Giovanni Battista Menzani di buttare giù anche su carta un po' di quello che ci siamo “detti”. Per modo di dire, eh.




Che umanità è quella dei tuoi racconti, delle tue fotografie un po’ malinconiche un po’ grottesche?
Un’umanità grottesca ma sincera. E vera. È stato scritto che i miei personaggi sono dei perdenti, gente disillusa e incattivita che subisce soprusi e umiliazioni d’ogni tipo, che non ha la forza o la volontà di reagire. Non è così in tutte le storie. Ci sono anche dei piccoli gesti di ribellione, a volte piccolissimi, che tuttavia hanno un significato che va oltre il gesto in se. E poi, in ogni caso, dove sono gli eroi? Quanti possiamo dire di conoscerne? Tutti noi, spesso e volentieri, accettiamo situazioni o facciamo scelte solo per inerzia, per convenienza, o anche per mancanza di coraggio. Noi che possiamo scegliere. Poi, c’è chi non ha nemmeno questa possibilità…


Dai racconti de L’odore della plastica bruciata emerge forte il tema della dignità del lavoro: siamo davvero messi così male?
Non era mia intenzione costruire un fil rouge tra i vari racconti, ma alla fine quello che ne esce è un ritratto impietoso di una generazione di precari, ragazzi sfruttati o sottopagati. Come poteva essere altrimenti?


Qual è il personaggio del libro che ti è più simpatico, quale quello più antipatico e quale la storia che ti ha commosso di più?
Simpatie e antipatie non penso di averne. Però il dualismo tra i due agenti in Tutti i santi aiutano può essere una buona risposta, in quella storia c’è il classico scontro tra buoni e cattivi, senza sfumature o mezze misure. Le storie più commoventi sono invece quelle che hanno protagonisti femminili. Non è stato facile, per me, dare loro una voce che non suonasse falsa o stereotipata. Spero di esserci riuscito.


Dici “racconti” e tutti pensano a Carver e dintorni. Qual è stato il tuo modello, o a chi ti pare di assomigliare di più nello stile narrativo?
Sono un lettore seriale di racconti, che non considero in alcun modo letteratura di serie B. Molti grandissimi autori hanno infatti dato il meglio (o quasi) sulla distanza breve: penso a Gogol, Kafka, Hemingway. Un vero e proprio modello forse non c’è, anche se prediligo la letteratura americana contemporanea. Qualcuno ha notato diverse similitudini con Saunders, che amo. Mi piace il suo inventare scenari posticci e futuribili, che risultano però non solo inquietanti ma anche verosimili. Non nego che mi possa aver influenzato. Ma anche Foster Wallace, De Lillo, Mc Carthy, e tra i più giovani Eggers, Lethem, Sedaris. E, non lo nego, ho letto tutto Carver… Ma cerco racconti di ogni cultura e tradizione: attualmente sul comodino ho Malamud, Anita Desai, Horacio Quiroga.


Il mondo editoriale italiano però guarda a volte con diffidenza alle antologie di racconti...
Purtroppo è così. Prima di essere contattato da LiberAria, che con lungimiranza pubblica (anche) racconti e che ringrazio per questa lungimiranza, altri editori si sono interessati a quello che scrivo e hanno pure apprezzato lo stile narrativo, ma mi hanno chiesto se per caso non avessi in programma un romanzo… È strano, se ci pensi: viviamo nella società dello zapping! Dove va a finire quel deficit di concentrazione di cui dissertano i sociologi e i massmediologi quando si tratta di letture? Tuttavia, ci sono anche dei segnali incoraggianti in questo senso, come il successo di Cognetti e soprattutto il nobel alla Munro. Sto recuperando tutte le opere dell’autrice canadese nella biblioteca del mio paese, poco più di duemila anime alle pendici dell’Appennino: è così comoda, non c’è quasi mai nessuno (una volta ho chiesto a un amico se voleva accompagnarmi, lui mi ha risposto che non aveva i soldi) e puoi servirti direttamente dagli scaffali.


Con il mestiere che fai non senti la necessità, la voglia di metterti alla prova con l’architettura di un romanzo?
La voglia c’è. E la storia anche. Una storia comica e allo stesso tempo amara, quasi picaresca. Ma dovrà aspettare. Mi serviranno i tempi giusti e una meritata sospensione dal lavoro, che per ora assorbe buona parte delle mie risorse. Il primo Cechov diceva che la letteratura era la sua amante, la medicina sua moglie. Lo stesso si può dire per l’architettura, nel mio caso. Con questo non voglio dire che diventerò come Cechov, si intenda, solo che la letteratura non può dirsi un mestiere, almeno nel mio caso. In questi giorni sto lavorando alla stesura di tredici nuovi racconti, o forse più, che vorrei ultimare entro l’estate. Saranno meno cupi. Sarò meno cattivo. Forse.

I libri di Giovanni Battista Menzani

 

 

 

 
 
 
 
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