Intervista a Giovanni Ricciardi

Giovanni Ricciardi
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Una brumosa serata di novembre in una città della riviera adriatica. Giovanni Ricciardi ha appena terminato di presentare il suo ultimo libro alla presenza di un nutrito gruppo di lettori. Il tempo di fumare una sigaretta e salutare alcuni amici ed entriamo subito in un ristorante, dove tra una portata e l’altra, ha preso corpo una piacevole intervista.

Per quale ragione un insegnante di latino e greco decide di scrivere romanzi scegliendo il genere noir?
Per gioco. Sono sempre stato appassionato alla lettura e alla scrittura, ma fino ai 40 anni non avevo mai tentato l’avventura di scrivere un romanzo. Il genere del giallo, o del noir, mi sembrava fosse più “abbordabile” per un esordiente, proprio perché ti consente di muoverti in una “gabbia narrativa” che focalizza l’attenzione sulla trama.


Come e da dove nascono i tuoi libri?
Nascono da suggestioni, immagini della memoria, storie che ho sentito raccontare, persone che ho conosciuto e rivivono trasfigurate nella fantasia. E da un grande amore per Roma e la sua bellezza così carica di passato. A poco a poco, queste suggestioni si organizzano in storie, come in quegli strani mosaici del parco guell di Gaudì, che sono fatti con pezzi di ceramica di scarto che accostati, rivivono in forme e colori nuovi.


E nello specifico Il silenzio degli occhi?
Questo mio ultimo romanzo nasce da un trafiletto del Messaggero che avevo messo da parte: si raccontava di un bambino perduto dai genitori sulla spiaggia di Ostia, che nessuno era venuto a “reclamare” e che la polizia aveva dovuto tenere in custodia per vari giorni, perché nessuno riusciva a capire che lingua parlasse. Da lì mi è venuta l’idea che il commissario trovi  nel sedile della macchina un bambino abbandonato che non parla, e che è poi l’incipit della nuova avventura di Ottavio Ponzetti.


Per quale ragione i titoli dei tuoi libri riportano ognuno un verso di Cesare Pavese?
Semplicemente perché amo molto le sue poesie – ancora più dei romanzi, in particolare quelle di Verrà la morte e avrà i suoi occhi. I tre titoli dei miei libri: i gatti lo sapranno, ci saranno altre voci, il silenzio degli occhi, vengono tutti da lì.


L’impressione che si ricava è che il metodo d’indagine abbia poco a che fare con le tecniche moderne e si rifaccia piuttosto a quelli del passato.  A che cosa è dovuto?
Al desiderio di raccontare storie in cui abbia peso il fattore umano, l’analisi dell’animo delle persone, più che i metodi di indagine scientifica che peraltro mi incuriosiscono poco.


A quali autori ti sei maggiormente ispirato?
Come giallista sicuramente a Simenon e in parte anche a Scerbanenco, senza ovviamente dimenticare il più grande di tutti i giallisti di oggi: Andrea Camilleri.


La Roma che descrivi è quella in cui ti capita di vivere abitualmente? E i personaggi sono solo frutto della tua fantasia?
E’ la Roma che conosco, quella dell’Esquilino – dove ho vissuto - o dei Parioli – dove ho lavorato, e quella “eterna” del fiume Tevere e dei luoghi che lo attorniano, come avviene nell’ultimo romanzo. I personaggi sono raramente di pura fantasia, più spesso sono “rielaborazioni” di persone o di storie di persone che ho conosciuto direttamente. Ma non disdegno neppure di far entrare nei miei libri personaggi del tutto reali, come il sindaco di Roma o er “Tapparella”, il cosiddetto Robin Hood di Testaccio, famoso nelle cronache romane, o il conduttore radiofonico Mario Corsi, detto Marione. Sono “facce” della romanità di oggi.


I tuoi libri hanno ottenuto un favorevole riscontro di critica e di pubblico? Quale dei due ti lusinga maggiormente?
Sempre più i giornali e  mass-media si stanno accorgendo del commissario Ponzetti. Su di me ha scritto cose molto belle Marco Lodoli, e gliene sono grato. Ma la cosa più bella è quando la gente ti dice di averti letto e di aver trascorso delle ore piacevoli, o quando qualcuno ti esprime l’“ansia” di leggere presto un nuovo episodio.


Com’è nato l’incontro con la casa editrice Fazi?
Attraverso una professoressa dell’università di Tor Vergata a cui avevo sottoposto il mio primo manoscritto. Al suo entusiasmo per la mia scrittura devo il contatto con Fazi, con cui ogni tanto anche lei collabora.


E i tuoi studenti che cosa pensano dei tuoi libri? Li leggono? Vengono alle presentazioni?   
Non tutti. Ho tra loro lettori appassionati, ma anche critici severi. Se così non fosse, dovrei preoccuparmi.


Qual è il genere di libri che preferisci e gli autori che ti appassionano maggiormente?
Mi piacciono molto i romanzi classici, e soprattutto i russi dell’800, ma anche la letteratura contemporanea. Tra gli italiani apprezzo Sandro Veronesi, e tra i giallisti di oggi amo molto Maurizio De Giovanni e Marcello Fois.

I libri di Giovanni Ricciardi

 

 

 

 
 
 
 
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