Intervista a Gipi

Gipi – al secolo Gian Alfonso Pacinotti – non ha bisogno di presentazioni: fumettista e illustratore pluripremiato, acclamato regista. È il miglior disegnatore italiano vivente, a mio parere. Si muove tra cronaca, narrazione e affacci sul vissuto personale e contemporaneo, alla ricerca millimetrica del segno e della parola giusti, percorrendo strade sempre diverse. Intervistare Gipi è stata un’esperienza dicotomica di sdoppiamento corpo-mente, che ha messo a dura prova il mio consueto autocontrollo. Sopraffatta dalle emozioni, alla tenera età di 43 anni, con salivazione ridotta all’osso, ho balbettato le domande all’ombra della Nuvola di Fuksas, a Roma, in occasione della fiera PLPL 2019, subito dopo la presentazione del suo ultimo lavoro. Ma non era la prima volta che Gipi faceva due chiacchiere con Mangialibri: ci eravamo incontrati già qualche anno fa e ci aveva raccontato qualche “dietro le quinte” del suo metodo di lavoro. Trovate le vecchie domande/risposte in basso.




I due tuoi lavori che ho amato di più, per l’equilibrio raggiunto tra testo e immagine, sono LMVDM e S.: forse perché il testo ha una sua importanza rispetto ad altri progetti in cui il segno la fa da padrone. Su che piano si è combattuta la lotta con la tua creatività in Momenti straordinari con applausi finti?
Come scrittura credo che questo sia quello più sofisticato, quello più lavorato, quello dove ho messo attenzione ad ogni singolo vocabolo, al ritmo e a tutto quanto. Non ho mai lavorato così, ma ci sono dei motivi. In S. il ragionamento di base era “Ho tutto questo amore in corpo, basta lasciarlo fruire”. Non ho mai corretto una cosa in S., non ho mai riscritto una frase. Non ho mai studiato una frase: è tutto di getto. In Momenti straordinari con applausi finti è tutto il contrario. In questo caso partivo da una base mia di gelo interiore che mi ha trasformato in una specie di serial killer della narrazione. Io ho costruito dei momenti, penso, emozionanti, però rimanendo gelido, per questo poi ne sono uscito a pezzi. Non lo avevo mai fatto prima, il mio lavoro era tutto autenticità, come dire, istinto; invece qui è tutto testa. Questo ragionamento l’ho applicato alla scrittura, al disegno, al montaggio: dall’immagine al testo è un lavoro chirurgico. Per mia fortuna la storia ad un certo punto mi è scappata di mano, si sono mescolati i due piani ed arrivata l’altra parte, quella del sentimento. Ma tutto il libro fino almeno a pagina 80 è una ‘roba’ per me spaventosa, mi son detto “Non voglio essere sentimentale mai, se anche devo generare un’emozione va generata con altri metodi che andranno costruiti con cura”.

Sul piano del segno c’è tutto in campo in questa storia…
Sì e l’ho fatto scientemente. Mi sono detto “Ho 56 anni, cosa ho imparato? Questo, questo e quest’altro: queste armi hanno un livello ulteriore? Se sì, ci devo andare”. Il mio bianco e nero de La terra dei figli ha un livello in più che posso usare? Allora provo ad andare lì. L’acquarello, la narrazione di S. hanno un livello in più? Una storia? È tutto così, tutto di testa: è stato spaventoso per me lavorare in questo modo.

Alcune delle tue storie ruotano intorno al nucleo oscuro di un passato tossico nella provincia toscana, senza però illuminarlo mai completamente. Forse un po’ ti sei avvicinato in LMVDM, senza mai parlare esplicitamente. Pensando all’eroina e a illustri esempi che ho molto amato - Pazienza attraverso Pompeo ne ha parlato in chiave totalmente individuale, Caligari in chiave quasi psichedelica, non apologetica ma iconografica –, mi viene da chiederti se oggi per te abbia senso raccontare le sostanze in modo più lucido con il giusto distacco da quegli anni, ma la consapevolezza dell’attualità del tema. Io sogno una specie de Il mondo dei vinti di Revelli, che si affacci su quel pezzo del passato... È nelle tue corde?
Sicuramente lo è stato, soprattutto in passato quando quel periodo lì era più vicino nella memoria. Ora se andassi a pescare nei ricordi miei non potrei approcciarlo con realismo. Perché quei ricordi sono troppo lontani e non c’è più nulla di vero, sono tutti modificati dalla nostalgia della gioventù. Sarebbe un altro discorso se io entrassi in contatto con una realtà di quel tipo lì adesso e la raccontassi. Prima di venire ad abitare a Roma fino a 5 anni fa facevo volontariato in carcere a Pisa e quindi ero a contatto da adulto con quello che era stato il mio mondo da ragazzo. E mi piaceva rivederlo e averci a che fare anche se con un altro ruolo, invece che come partecipante attivo come adulto che cerca di dare una mano a questi ragazzi. Ma adesso io non ho contatti con quel mondo lì e penso sempre che le cose le dovrebbe raccontare chi è vicino all’oggetto del racconto. Il mio sguardo a cosa servirebbe? Penso che la vicinanza al sangue debba essere ancora fresca. Lo spazio abbastanza corto di modo da sentire ancora l’odore. Altrimenti sei un borgese che vive una bella casa e che si pasce del suo ricordo di quando era un delinquente; nulla di peggio e per me. Questa non è una questione etica per me, è una questione artistica.

David Byrne nel suo libro Come funziona la musica, tra le tante cose, pone una questione cognitiva interessante: “Chi fa musica compone in funzione del luogo in cui la sua musica verrà ascoltata”. Quando tu lavori – nel fumetto, nell’illustrazione, nei corti e lungometraggi – pensi al destinatario?
No, non ci ho mai pensato. Penso al rispetto per il lettore, ma il mio lettore è un fantasma, non ha un età. Da quando lavoro in completa libertà penso solo ad essere comprensibile nel modo più rischioso possibile per me. Mi piace l’idea di raccontare cose complesse al limite del non capirci una sega, per dirlo in pisano, ma che comunque invece si capiscono. Tengo a mente che nessuno mi ama abbastanza da leggersi una roba mia dove si faccia troppa fatica. Oppure, se c’è da fare fatica è perché io ho deciso che debba essere così. Le prime dieci pagine di Una storia erano un muro che io avevo messo apposta per i lettori, perché volevo vedere se i lettori erano vicini a me o se io dovevo cambiare modo di vivere. È una cosa complessa: non facevo più fumetti da cinque anni e non riuscivo più a farli perché sentivo le voci del pubblico che mi dicevano fai questo, fai quest’altro… Allora ho dovuto fare un libro che fosse respingente per il pubblico. Ma son tutte mie fisime, perché ho solo questo e lo devo proteggere il più possibile.

Il tuo successo, il tuo essere esposto, implica un ruolo politico per te, di intellettuale? E, ammesso che tu lo senta, e come ti poni rispetto al giocarlo?
Se devo essere io l’intellettuale di riferimento, pensa come stiamo messi.

Come è nata LMVDM, questa tua storia a fumetti di una vita “disegnata male”?
È stato un giorno in cui ero a Parigi in casa, e c’era la mia fidanzata francese del tempo che aveva invitato sua madre e io mi sono ritrovato in una situazione strana, in cui ero con questa fidanzata con cui mi sarei lasciato prestissimo e una protosuocera “fallita”, nel senso che non sarebbe mai diventata suocera. Tutto era storto, nulla era come avrei voluto che fosse. Mi misi al tavolino per isolarmi e scrissi la prima pagina del libro. In realtà, tanti anni prima, avevo ritrovato un blocco di carta strano, in cui avevo scritto “la mia vita disegnata male”, a penna. Avevo idea di riempirlo di disegni fatti di getto, raccontando le robe più urgenti e intime che avevo. Poi l’ho dimenticato, l’ho ritrovato dopo cinque anni. Era il momento giusto, avevo un po’ di nodi alla gola, avevo passato due anni assurdi in cui avevo lasciato l’Italia, avevo avuto tremila malanni, casini sentimentali infiniti, e mi chiedevo perché avessi combinato tutti ‘sti guai. Così ho iniziato a raccontare per vedere se riuscivo a trovare un motivo. I libri li faccio sempre per quello: per cercare di capire qualcosa della mia vita che non capisco normalmente.

E pensi di esserci riuscito?
Ho individuato alcune cause. Però quello è solo il primo passo. Se questo avrà un effetto reale sulla mia esistenza è da vedere. Non lo so ancora.

Com’è il tuo studio, il luogo dove lavori?
“Il mio studio” è una parolona. Io ora non ho neanche una casa praticamente. Vivo un po’ a Pisa, un po’ a Roma, un po’ a Parigi. Non ho mai una settimana intera davanti per stare in un posto. Quindi, il mio studio è una stanzetta buia, umida e fredda a Pisa, la condivisione di un tavolino della mia fidanzata a Roma, un tavolino con due “caprette” a Parigi.

Il fatto che tu sia andato a vivere a Parigi ha qualcosa a che fare con l’atmosfera che si respira in Italia di questi tempi?
No, aveva a che fare con le donne. Sono andato per amore. Anche perché là c’erano tanti disegnatori italiani, miei amici... ma la situazione in Italia è una tragedia. Per questo sono tornato.

Evoluzione/involuzione delle tecniche. Dall’olio di Esterno notte all’acquarello, per arrivare a LMVDM...
La questione è... che divento sempre più nevrotico e riesco a stare sempre meno sulla scena, cioè sul disegno singolo. E poi ogni storia ha delle esigenze proprie di tecnica. Anche le esigenze mie cambiano. Le esigenze mie sono sempre più verso il flusso. Ormai mi eccito sessualmente solo col ritmo. Non mi eccito più con l’immagine singola. Quindi per avere il ritmo più fluido possibile, ho fatto questa de-evoluzione dei disegni, che per me, per il mio gusto personale, è comunque un’evoluzione. Però è un’evoluzione in sottrazione, sempre a levare. Che poi mi da questa sensazione di flusso scorrevole che mi fa stare bene. Però non escludo che con altre storie e altri temi il disegno cambi e ridiventi elaborato e pesante. Si vedrà.

Hai in mente di scrivere un libro di racconti o un romanzo in futuro?
Più o meno l'idea ce l’ho da sempre. La Rizzoli mi ha fatto una proposta per fare un romanzo scritto. Io ce l’avevo già, ero a tre quarti della scrittura. Quindi dissi “Ah che bellezza, sì certo”, già mi immaginavo ricco, ricchissimo, come non sarò mai con i libri con i disegni dentro. E poi la notte stessa mi sognai che andavo in libreria, era uscito il mio romanzo, lo aprivo ed era tutto grigio, era fatto solo di parole scritte e io stavo malissimo. E ho smesso di scriverlo.

I FUMETTI DI GIPI



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