Intervista a Giulio Leoni

Fossimo stati gente seria, io e Giulio ci saremmo dati appuntamento in una stradina della Firenze medievale, alla luce incerta di una torcia. O nel salotto di una vecchia nobildonna mitteleuropea dal cognome impronunciabile con la mania delle sedute spiritiche. O magari dietro alle quinte di un teatro, mentre sul palco un prestigiatore prendeva in ostaggio gli occhi e l'anima degli spettatori per un po'. E invece gente seria non siamo, ma artigiani di parole e di illusioni, un po' guitti e un po' sognatori. Quindi teatro del nostro incontro è stata una libreria-vineria di Trastevere: fuori la pioggia, un vento fastidioso, i clacson che urlano. Dentro odore di libri, luce soffusa, una cioccolata calda, profumo di cognac e di arancia. Tutto sommato, un ripiego non del tutto esecrabile.




Uno dei tratti che più colpisce l'immaginazione dei tuoi lettori è la tua passione per l'illusionismo. Quanto ha influito sui tuoi romanzi questa fascinazione per la magia, il metafisico?
Questo della magia è un tormentone che mi 'perseguita' da parecchi anni, più precisamente dal mio primo libro, quando per caso parlando con un ufficio stampa me ne uscii dicendo qual era il mio hobby: da allora ci si sono aggrappati per promuovere il mio lavoro e nelle mie biografie si parla quasi solo di quello. Certo, sono conoscenze ed interessi che entrano nel mio lavoro, che utilizzo, in fondo il giallo e l'illusionismo sono simili per una cosa: in tutti e due i casi vediamo qualcosa che non è e non vediamo qualcosa che è. Altro discorso è il senso della meraviglia, la ricerca della meraviglia che cerco di trasporre nelle pagine, sempre comunque cercando di fare soprattutto intrattenimento, sia ben chiaro. Che effetto fa essere definito uno dei numi tutelari del giallo storico italiano? ...Un genere una volta definito 'minore', e a buon diritto, perché parte dal puro intrattenimento. Poi naturalmente c'è modo e modo di scrivere gialli storici. Il giallo storico è un sottogenere con caratteristiche e convenzioni molto precise. È una specie di patto con il lettore, bisogna costruire un enigma e scioglierlo con rigore, e tutto questo lavoro nobilita l'opera. Nel mondo anglosassone il giallo storico è una realtà da sempre: lì non c'è stata la cesura imposta dal Neorealismo, non c'è stata come da noi una temperie culturale pregiudizialmente ostile alla narrativa di genere. Successivamente il boom de Il nome della rosa ha aperto le porte, ovvio... C'è modo e modo, dicevo: uno è quello di usare citazioni, frasi veramente dette, e costruirci una storia intorno; io ho cercato piuttosto di esplorare i buchi neri, le zone d'ombra di un personaggio, tentando di 'riempire i vuoti' con una operazione di ingegneria genetica: l'essere che ne viene fuori è più o meno il vero personaggio storico, con qualche differenza certo, ma fedele all'originale. Ho cercato di rispettare un quadro di plausibilità: Dante non ha fatto quelle cose, ma potrebbe averle fatte.

Perché hai scelto proprio Dante Alighieri?
Perché Dante aveva davvero tutte le caratteristiche di un autentico eroe da romanzo giallo: la sagacia, il coraggio, la logica, il dinamismo, la passione morale e politica, la profonda conoscenza della natura umana e del male. E anche, diciamolo, una forte attrazione per le belle donne. A parte fumare e bere whiskey, cosa gli mancava?


Che rapporto hai con il protagonista della tua saga letteraria più famosa, cosa provi per colui che ti ha 'costretto' e probabilmente ti costringerà ancora alla dolce maledizione della serialità? Più amore o più odio?
Finora ho scritto quattro romanzi con Dante protagonista: la sua natura ricchissima potrebbe suggerirne anche altri, ma almeno per ora sto scrivendo e scriverò altre cose. Non certo per disaffezione nei suoi confronti, ma perché l'universo delle storie non ancora narrate è talmente sconfinato da attirarmi anche su altre sponde.

 

Sono passati alcuni anni dall'uscita del primo libro dedicato alle indagini di Dante Alighieri prima che tu scrivessi i sequel: come mai?

Non sono un simpatizzante della serializzazione, una volta scritto Dante Alighieri e i delitti della Medusa ho fatto altre cose, mi sembrava di voler sfruttare troppo il terreno. Poi il non detto del primo romanzo ha germogliato, sono partito da una serie di idee che non avevano trovato posto nel primo romanzo e sono partito da lì. Del resto gli spunti non mancano, la 'Divina Commedia' è uno straordinario compendio di criminologia applicata, se ci pensiamo. 

 

Nel finale del romanzo I delitti del mosaico Dante sceglie di non divulgare il grande segreto del quale è venuto a conoscenza, un segreto che avrebbe potuto cambiare il corso della storia. Perché questa scelta? E tu avresti fatto la stessa scelta?

Mi sono messo nei panni di Dante: cosa avrei fatto al suo posto? Ho fatto coincidere il massimo dell'orgoglio ed il massimo della ragionevolezza, era un segreto talmente grande che chissà quali conseguenze avrebbe avuto svelarlo! Da parte di Dante un atto di apparente umiltà, che nasconde uno smisurato orgoglio. E poi c'è un motivo più profondo e personale, ora che ci penso: non mi piace la formula giallistica più tradizionale, quella nella quale tutto 'si risolve'. Per quanto mi riguarda, alla fine l'ordine non viene mai ristabilito.

 

Una delle caratteristiche del ciclo di Dante che salta subito agli occhi è l'ambientazione geografica, storica e culturale. La tua Firenze terrificante ed il tuo Dante tossicodipendente hanno suscitato qualche polemica?

Sono stato molto contestato dai lettori fiorentini durante la presentazione de I delitti del mosaico nella città toscana: non riconoscevano in quella descritta da me la loro Firenze. Noi oggi pensiamo al suo chiarore, alla sua solarità: all'epoca di Dante però non c'era nulla della Firenze di oggi, non c'era nemmeno Palazzo Vecchio, c'era solo una parte del Battistero ed il basamento in pietra di Ponte Vecchio. Basta. Sulle rovine dell'antico castrum romano erano fiorite una selva di torri circondate da strade strettissime e buie, sporchissime. Non c'era nessuna forma di illuminazione, e la città di notte si trasformava in un pericolosissimo inferno. C'è stato però anche chi si è complimentato con me, dandomi una grandissima soddisfazione: uno storico fiorentino mi ha detto che i sotterranei dell'Ospedale erano esattamente come li ho descritti io: peccato che io nemmeno sapessi che erano esistiti davvero! Per quanto riguarda l'uso di droghe, era diffusissimo nell'antichità, i Romani conoscevano benissimo l'oppio, il famoso loto altro non era che hascish, Marco Aurelio oggi verrebbe definito un tossicodipendente. A Firenze l'uso di droghe era vietato dalla legge, e questo non fa che confermarci che erano molto usate, no?

 

Ne La sequenza mirabile ho notato il passaggio a un registro narrativo più 'leggero', ad atmosfere meno cupe - nonostante il plot giallo. Un'impressione giusta?
Hai ragione, deriva dalla volontà di sperimentare anche altre formule, oltre a quelle più tradizionali del romanzo storico. Se vuoi è un racconto più "realistico", nel senso che tenta di riprodurre la cifra di quella che secondo me è la realtà: un impasto di dramma e commedia, dove elementi seri e carnevaleschi, allegri e disperati si fondono in continuazione. Perché questa è la vita, alla fine.

 

Sei al secondo romanzo che in qualche modo riguarda la figura di Gabriele d'Annunzio. Cos'è, hai la tentazione di una nuova saga per caso?
No, d'Annunzio è un personaggio forse altrettanto affascinante di Dante, naturalmente per motivi molto diversi, ma nel suo caso è più il contesto storico che l'uomo a interessarmi. Dante è un gigante solitario, d'Annunzio l'espressione di un mondo europeo che si andava rapidamente trasformando e si apriva alla modernità: l'inizio dei grandi moti rivoluzionari, i nuovi rapporti sessuali, le macchine, la prima globalizzazione.


Traspare da La sequenza mirabile oltre all'interesse per illusionismo e dintorni anche la fascinazione estetica per un certo periodo storico. Ecco: più affascinante il '300 o gli anni '20? O magari la Repubblica di Weimar del tuo La donna sulla Luna?
Gli anni '20 (e in buona misura anche i '30). Sono stati un momento straordinario nella storia, in cui il passato più remoto con tutta la sua barbarie e il futuro con tutta la sua carica innovativa si sono dati per un attimo la mano. È  capitato altre volte, ma è un evento molto raro, e comunque l'unico di cui abbiamo ancora sia una testimonianza diretta, attraverso i testimoni diretti, sia una grande mole di materiale visivo. Questo li rende diversi da tutti gli altri.

 

Ultimamente hai anche fatto un'escursione nel Fantasy con una trilogia pubblicata sotto pseudonimo. Ops! Non si può dire?
Sì, possiamo, visto che c'è stata una fuga di notizie! No, niente Wikileaks, per carità! :-) Il ciclo di Anharra vedrà la sua conclusione nel giugno 2011, con la terza parte della saga. E' stato un esperimento che mi ha divertito molto, e al quale sono anche molto affezionato: penso spesso a una sua continuazione, prima o poi.

Con La sindone del diavolo hai compiuto un grande salto temporale nella biografia di Dante Alighieri. La crociata delle tenebre si chiude infatti nel 1301 e ora siamo nel 1313, quando il poeta era in esilio da più di un decennio. Perché questo salto temporale così ampio?

Nelle prime intenzioni il salto avrebbe dovuto essere meno lungo. Stavo pensando a qualcosa nei primi anni dell’esilio, al tempo del riavvicinamento del poeta ai ghibellini e al tentativo di rientrare in armi a Firenze. Ma poi, come spesso capita, una nuova idea ha sostituito la precedente. I rapporti di Dante con Arrigo VII mi hanno sempre incuriosito, anche per la loro estrema vaghezza storica. Come restano incerte anche le circostanze della morte dell’imperatore: la leggenda che fosse stato avvelenato si diffuse subito, e mi affascinava l’idea di fornire al lettore una possibile spiegazione del delitto e di come e perché esso fu compiuto. Di certo, infatti, c’è solo che il poeta ripose grandi speranze nell’arrivo di questo imperatore ancora relativamente giovane e entusiasta, morto prima di poter dar corpo al suo sogno di ridare forza all’impero. Un entusiasmo che riaccende le speranze del poeta, ormai affaticato da più di un decennio di esilio. Un Dante che sta ormai terminando la prima stesura dell’Inferno ed è giunto ad un passo cruciale: la descrizione del Nemico, quel Satana la cui ombra domina tutta la cantica, ma il cui aspetto fisico non ha ancora deciso. È incerto, oscilla tra una rappresentazione più fedele al Lucifero della Bibbia, il bellissimo angelo caduto, cui lo inclinerebbe la sua formazione teologica e il suo gusto classico, e una più aderente alla versione popolare e medievale dei tanti gargoyle e grilli delle cattedrali e degli spettacoli delle fiere. Saranno le tragiche vicende di cui sarà protagonista durante la sua avventura veneziana a fargli scegliere la seconda, quella che poi ritroveremo nella Commedia, al termine di una vicenda dolorosa che lo coinvolgerà profondamente. Segnata da una sconfitta, che il poeta cercherà di riscattare nei versi della sua opera. Il romanzo si svolge così su più piani: da un lato la lotta di Dante per salvare la vita ad Arrigo, la cui sorte egli si trova a stringere tra le mani. Dall’altro le preoccupazioni per la sua opera, giunta a un passaggio cruciale. E in mezzo la città di Venezia, una città in cui tutto è mobile e mutevole come l’acqua su cui si fonda, attraversata dalla violenza spietata di uomini che stanno per giocare il tutto per tutto per dare corpo ai loro terribili progetti. 
 
Ne La sindone del diavolo troviamo un Dante provato dalla vita e indebolito nello spirito, lontano anni luce dai tempi un cui era priore di Firenze. È solo una sensazione?
No, è una sensazione esatta. Dopo aver narrato vicende del Dante più giovane, e al culmine della sua attività politica come priore di Firenze, mi piaceva l’idea di ritrarlo in una fase più avanzata, in cui gli entusiasmi e anche in parte le energie della giovinezza si sono spenti, ma sopravvive ancora la fede nell’arte e la convinzione di dover svolgere comunque una missione a beneficio di tutta l’umanità.

Il 1313 è, tra l’altro, l’anno in cui compaiono, secondo le biografie dantesche, i primi manoscritti dell’Inferno
Sì, si tratta di una circostanza casuale, che però si è rivelata molto opportuna per le esigenze della narrazione: il fatto che il fallimento dell’impresa di Arrigo VII coincida presumibilmente con il compimento della prima cantica è un elemento fondamentale nella struttura narrativa della Sindone.

C’è una figura, nelle pagine del romanzo, oscura, enigmatica, affascinante. Quella di Alichino.
Alichino è un personaggio davvero misterioso, una sorta di simbolo e insieme un uomo in carne e ossa. In fondo per Dante e per noi tutti è l’altro con cui prima o poi ci confrontiamo nelle nostre vite. È una sorta di principio vitale allo stato puro, un “demone” nella accezione greca del termine, che accoglie e governa nella sua locanda tutti i più diversi esempi di uomini e donne. È il locandiere dell’intera umanità, come Dante ne è il poeta.

Dante muore nel 1321: hai ancora otto anni da sfruttare e raccontare. Lo farai?
Spero di sì, e poi ci sono anche tanti anni prima! A cominciare dagli anni giovanili. Anzi, tempo fa scrissi quella che si può considerare la prima avventura investigativa del poeta in senso assoluto: è un mio piccolo omaggio ai lettori, che possono trovarlo sul mio sito.

I libri di Giulio Leoni

 

 

 

 

 
 
 
 
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