Intervista a Giuseppe Aloe

Giuseppe Aloe
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Giuseppe - calabrese trapiantato a Milano - è arrivato alla pubblicazione non più giovanissimo, ma ha si può dire da sempre un rapporto specialissimo con la Letteratura. Fino al 1993 ha dato vita alla bizzarra ma feconda esperienza della Società letteraria de I barbitonsori, e negli anni ha continuato a scrivere... e a collezionare rifiuti da parte degli editori. Fino all'incontro fortunato con Giulio Perrone, che gli ha regalato il palcoscenico che il suo narrare fine e tutto giocato sulla psicologia dei personaggi meritava. Lo abbiamo incontrato sfidando tormente di neve e paralisi dei trasporti (cosa non si fa per Mangialibri!) in quest'inverno dal sapore così definitivo.

Il tuo romanzo Non è successo niente ricorda molto gialli nordeuropei e atmosfere hitchcockiane. A chi credi di dovere qualcosa come scrittore?
Francamente non ci pensavo. Non che la cosa mi dispiaccia. Tutt'altro. Sono molto interessato alla letteratura del nord Europa. Del resto se il lettore ritiene che vi siano atmosfere particolarmente nordiche, deve pur aver colto qualcosa del genere. Ma sa, lo scrittore scrive e scrivendo rilascia riflessioni, suggestioni, atmosfere, sentimenti, che negli anni lo hanno impressionato come una pellicola fotografica. La fotografia, alla fine, una volta stampata, rappresenta il panorama che avevamo davanti nel momento dello scatto. Più che Hitchcock, e passo alla seconda parte della domande, ho imparato molto da libro di Truffaut su Hitchcock, e che anzi consiglio a chiunque voglia sul serio penetrare gli incubi e le tecniche del regista di Leytonstone.
 
La psicologia rappresenta nella vicenda narrata un viatico per giungere all’epilogo o semplicemente un’ulteriore prospettiva?
La forma del giallo nel mio romanzo è solo un pretesto per parlare di altro. Uno potrebbe chiedersi: perché il giallo? Ci ho pensato molto, e sono arrivato alla comclusione che il giallo nient'altro è che l'allegoria della nostra vita. Come in una storia di suspence, anche la vita, non fa altro che aprire scenari incosueti e inimmaginabili ad ogni passo. Nessuno sa sul serio quello che farà fra un'ora o fra dici minuti, non si conosce, in effetti, la disposizione dei fatti futuri, tutto può accadere, proprio come in una trama gialla. Allora, mi serviva il giallo per parlare di altro, e cioé delle ossessioni. Sono dell'avviso che il genere umano conduca la propria esistenza seguendo continue e tiranniche ossessioni. Solo grazie a circostanze fortuite e fortunate qualcuno riesce a mitigare la presa ossessiva del mondo. A lenire quel dolore intangibile che ci fa alzare la mattina con la gola secca.
 
Come dice il commissario alla fine, forse c’è un’altra verità che non è stata svelata... è quindi un finale aperto?
No, il finale non è aperto. Devo dire che io ho usato spesso il finale sospeso, ma in questo lavoro non serviva. Il colpevole è trovato, il commissario capisce di aver sbagliato tecnica d'indagine.Il vecchio professore chiude i conti (per quanto possibile) con il suo eccezionale dolore e la partita finisce lì.
 
Qual è la tua personale visione della follia? Credi che come diceva Alda Merini, "anch’essa merita i suoi applausi"?
Qui si apre un capito molto ampio. Come scrivo nel libro il folle è la nostra avanguardia. E' la rappresentazione più precisa della condizione umana. Solo che nel folle la discordanza con gli elementi della realtà è evidente, mentre negli altri è formalmente pacificata. Solo formalmente, sia chiaro. Ogni elemento costruito dall'uomo, ogni moto di sviluppo economico, ogni avanzamento della tecnica dipende, secondo me, dall'orrore per la pazzia. L'uomo cerca, molto spesso inutilmente, di mettere barriere fra sé e la follia, proprio perché, in qualche suo modo segreto, sa di esserne tormentato.
 
Puoi raccontarci la tua esperienza con la Società letteraria de I barbitonsori? Di cosa si trattava esattamente?
E' stata l'esperienza più importante per la mia personale consapevolezza. I Barbitonsori erano quattro ragazzi (io all'epoca ero un po' più grande) che si riunivano in casa di uno dei quattro e leggevano testi, anche molto impegnativi, confrontavano i giudizi, si scambiavano lettere, portavano i propri lavori al vaglio degli altri Barbitonsori. Un'esperienza magnifica. I quattro erano Mauro Mercuri, Gabirele Rossi, Cristiano Spila ed io. A loro mi lega un affetto profondo ed autentico. Non finirò mai di ringraziarli, e anzi, devo dire, che lo faccio ogni volta che li sento o li vedo.
 
I libri di Giuseppe Aloe

 

 

 

 
 
 
 
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