Intervista a Giuseppe Genna

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Genna Giuseppe da Calvairate, periferia di Milano, è scrittore, intellettuale e uomo complesso, tormentato, mai banale. Oltre che scrivere, è in editoria da molti anni ai massimi livelli, e tra le figure di maggior spicco del primissimo Internet italiano. Lo abbiamo interpellato a 360° approfittando della sua disponibilità verso noi umili mangialibri. E non ci ha deluso, non poteva deluderci: che intervista, ragazzi!




Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d’uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati da B-movie. Perché non hai scelto la via consueta del “romanzo esistenziale italiano”?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo Zibaldone di Leopardi e a Petrolio di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in Medium) proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.

Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l’esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l’unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale...
In Hitler ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.

Qual è stato e qual è il senso dell’iniziativa editoriale Medium?
Di due tipi. Da un lato si tratta di un confronto con la figura di mio padre e cioè con l’archetipo del Padre. Dall’altro la proposta di abbraccio a ogni lettore che abbia sperimentato la morte dell’“altro”, quella che Aries ravvede come elemento connotante nella civiltà moderna prima della sua degenerazione mercantile, che fa scomparire e la morte e l’altro. Tutto ciò viene condotto a profitto zero per me, attraverso un non-editore che è Lulu.com, in chiaro assalto all’industria culturale attuale. Mi rendo conto che i tempi sono prematuri, ma, come afferma Giulio Mozzi, anche io sogno di morire avendo visto fiorire un’editoria senza mercato: nel senso non del disdegno snobistico del mercato, bensì della libera circolazione di testi letterari di qualità a prescindere dalle logiche ciecamente tecnocratiche in cui si iscrive la produzione editoriale oggi.

“Il personale è politico”, diceva qualcuno. Il personale è anche letterario?
No. Il personale non esiste letterariamente se non è al tempo stesso universale, cioè se non è filtrato, non algebricamente, da una tensione amorosa che rende indistinguibili autore e lettore. Il personale è allegorico oppure è uno sfogo da seduta analitica. Io utilizzo spesso il personaggio “Giuseppe Genna”, perché il personale è ideale per realizzare la verisimiglianza e lo sguardo obliquo sulla realtà: vero e falso sono secondari, l’importante è che dalla vicenda emergano domande universali, metastoriche, adatte a qualunque comunità di lettori, nello spazio e nel tempo.

In che senso il tuo Hitler (Adolf) è una non-persona? E in che senso Hitler (il libro) è un non-romanzo?
Mutuo la nozione di non-persona da Joachim Fest, che la esplicita nella sua celebre e monumentale biografia su Hitler. La intensifico: secondo Fest, e anche secondo me, Hitler è da sempre Hitler, congelato emotivamente, quasi autistico, ossessivamente egoriferito, privo di empatia e di pietà. Non mi basta, poiché io mi concentro sulla domanda senza risposta: “Perché Hitler?”. La domanda è in realtà metafisica e corrisponde a un quesito decisivo: “Unde malum?”. Hitler diviene per me il rappresentante apicale di un processo evolutivo meccanico che è covato dall’umanismo, cioè anche dalla letteratura: l’eliminazione dell’umano, o, meglio, la sostituzione dell’umano con un umano privo dell’errore, dell’ambiguità, del mistero. Hitler si fa così portatore di una volontà di annichilimento totale: è il nulla che appare nell’essere. Per questo, pur rispettando gli eventi storici, il mio interesse risiedeva nell’impossibilità di rappresentare questo personaggio, che non può essere un personaggio. Di qui, una struttura retorica e un’impalcatura del libro che non possono fare rientrare pienamente il libro nella letteratura per come è intesa attualmente.

Le polemiche che hanno accompagnato e stanno accompagnando Hitler te le aspettavi? E non ti sembrano - più che ingenerose - pretestuose?
Detto che a mio giudizio pesano molto di più le valutazioni positive, che rendono ancora più complessa la lettura del libro, certamente mi aspettavo stroncature, dinieghi e polemiche. Alcune sono state scritte un po’ ad personam, a prescindere dal testo, e ancora di più dalla “cosa” che nel libro è affrontata. Ma questo ci sta: scrivere un libro come Hitler significa che è possibile avere preso un abbaglio, è possibile sbagliare. Inoltre la prospettiva proposta è metafisica e non c’è libro che tenti di ricentrare questa nozione, che l’occidente ha devastato inibendosi una possibilità di empatia fondamentale – non c’è libro metafisico che non venga attaccato pesantemente (faccio due esempi: Body Art di DeLillo e tutta l’opera di Hoellebecq – detto che io non sono assolutamente all’altezza di tali genii letterari).

Recentemente su Carmilla hai pubblicato un’invettiva sulla necessità di una battaglia per la conservazione del catalogo contro i vertici dei grandi gruppi editoriali. Cosa stiamo rischiando?
Semplicemente una temporanea scomparsa della memoria culturale che ha fatto la nostra tradizione. È come se, morto papà, due giorni dopo tu ti scordassi che è morto. Oppure che, se vuoi andarlo a trovare al cimitero, nottetempo distruggono il cimitero. Ne va dell’identità e della consapevolezza di chi affronta l’opera di creazione identitaria. È una malattia gravissima, e tutta mercantilista, di questo presente. Però è una patologia temporanea, perché entro vent’anni la Rete consentirà il salvataggio totale dei testi e degli autori, in un momento in cui l’editoria cartacea ora apparentemente consolidata subirà una botta senza precedenti, tornando a certe modalità antiche, ottocentesche di produzione anche dei nuovi testi.

Uno degli archetipi della tua poetica è l’esplorazione di quelle che per comodità chiameremo “teorie del complotto”. Curiosità mia: ce n’è una che ti ha particolarmente convinto - come cittadino - tra le tante emerse negli ultimi anni?
Il complotto non esiste. È un automatismo della storia che diventa affabulante in determinati periodi. Esiste soltanto una verità storica: se è accertata, allora essa perde di affabulazione e deve essere riempita di mistero nuovamente, cioè allegorizzata, per tornare a diventare esemplare. La verità della storia umana è abissale, il complotto è soltanto un segnale di questa abissalità, il gancio narratologico che permette di fregarsene del complotto mentre si è eventualmente affascinati dalla cospirazione. Fatta questa premessa, ci sono molti complotti che mi interessano e che in realtà portrebbero essere investigati dalla controinformazione non delirante. Quello che a me interessa maggiormente è la politica delle tecnocrazie di qualunque origine (inglese, vaticana, americana, cinese). Il cuore di tutto ciò è il condizionamento di massa, alla cui erosione credo sia necessario lavorare sul medesimo piano psichico: mobilitando immaginari.



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