Intervista a Giuseppina Torregrossa

Giuseppina Torregrossa
Articolo di: 

Quando arriva Anteprime a Pietrasanta c’è sempre un gran fermento e lo si respira sin dal primo pomeriggio non solo in Piazza Duomo, il luogo deputato ad ospitare le anteprime letterarie dei personaggi più noti, ma anche nelle stradine più defilate, o addirittura dentro i negozi. Incontro Giuseppina Torregrossa, ex ginecologa, autrice di storie al femminile che bruciano del sole del Mediterraneo presso il bar dietro l’imponente palco di Piazza Duomo. Attendo che una ben più nota e quotata giornalista di calibro nazionale finisca di porle le sue domande, poi mi avvicino e mi presento. Sorriso accogliente, modi di fare gentili e pacati. Fuma il sigaro, non l’avrei mai detto. Insieme parliamo di scrittura, di cibo e di Sicilia, la sua amata terra.




Come si coniuga il mondo della medicina con quello della scrittura? Apparentemente sono così lontani, non trovi?
C’è una lunga tradizione di medici che scrivono, non sono certo la prima, anche se non so qual è la ragione per cui molti medici si mettano anche a scrivere. Noi siamo un popolo di scrittori, tranne gli ingegneri - con tutto il rispetto per la categoria - che hanno a che fare principalmente con i numeri, tutte le altre categorie scrivono abbondantemente… anche se adesso so pure di qualcuno di loro che si è cimentato nella scrittura. Non so come si coniughino con esattezza i due mondi, però probabilmente le due professioni hanno in comune l’entrare nel cuore della gente perché in fondo le storie questo sono: raccontare di personaggi, delle loro storie e portarle a guarigione, quando si può. E credo che per chi fa il medico questo venga da sé, in maniera spontanea.


Quando hai capito che ti piaceva raccontare storie?
Molto presto. Quando avevo 10 anni cominciai, spinta da mia madre, a convincermi che dovevo migliorare il mio modo di esprimermi. Leggevo già molto, ma dovevo mettere alla prova anche la scrittura. All’epoca l’italiano era considerato una materia molto importante. E quindi tutto era finalizzato alla scuola. Poi ho sempre continuato a scrivere senza pensare che sentissi la necessità di pubblicare. È arrivata tardi la possibilità di pubblicare principalmente perché spinta dagli amici, ma io non avrei mai pensato di poterlo fare veramente.


La Sicilia: tema ricorrente in tutti i tuoi romanzi e della quale tu dici: “è una terra in cui non si può né scegliere né fuggire, ma solo sperare”. Perché?
Qualcuno prima di me ha detto che il paesaggio della Sicilia è un paesaggio “irredimibile”. La nostra è stata un’isola difficile, una terra di contrasti, una terra che non lasciava sperare e dalla quale bisognava fuggire per trovare una nuova dimensione. Però adesso è una terra a cui bisogna ritornare, rispetto ad un’Italia che è davvero “irredimibile”, la nostra terra ancora offre degli spunti, e non mi riferisco alla retorica dell’antimafia o ai luoghi comuni che infarciscono i giornali (perché nei giornali si parla di Sicilia solo in questo caso), mi riferisco ad una terra che ha ancora un tessuto umano significativo, diverso da tutti gli altri, e proprio per questo, mentre da tutte le altre parti si sta andando a rotoli, lì c’è la forza per poter cambiare e ripartire. Anche se all’apparenza sembra che Palermo sia una città morta, che l’isola debba morire da un momento all’altro, in realtà l’isola non morirà mai perché è come se ci fosse una sorta di immortalità e con essa in questo momento potremmo dare del nostro meglio, la parte migliore di noi siciliani potrebbe venir fuori.


Un altro leit motiv dei tuoi libri è il cibo: che rapporto hai con l’alimentazione?
Il cibo è per me elemento essenziale nella vita di tutti i giorni: un po’ perché mi piace mangiare, un po’ perché devo mangiare, un po’ perché sono libera di mangiare, oppure perché preparo da mangiare per gli altri e questo mi fa molto piacere. Il cibo è elemento fondante nella vita di tutti noi: ci sono diete che fanno diventare arrabbiatissime, questo significa che il cibo è in grado di regolare i nostri umori e le nostre relazioni con gli altri. Io con una famiglia e tre figli ho dovuto per forza entrare in buona relazione con il cibo e non me ne sono mai pentita.


Se ti chiedessi di definire la tua scrittura?
Non saprei definirla con degli aggettivi specifici, ma potrei paragonarla ad un cibo perché la mia scrittura è un modo di cucinare insieme parole, ci sta dentro tutto quello che c’è. E forse il cibo che la rappresenta meglio è la caponata. Anche se dovrei dire “le caponate” perché ognuno la cucina a modo suo. La caponata nasce nelle famiglie aristocratiche che avevano i cuochi che la facevano con la carne, quando poi i poveri – che non avevano la carne a disposizione – vollero imitarli, inventarono un modo diverso di cucinarla che in Sicilia varia di zona in zona, la caponata di Siracusa può esser diversa da quella di Palermo o da quella di Ragusa. Dentro la scrittura ci sono le parole che ognuno cucina a modo proprio e poi le intende a modo proprio. E poi c’è la capacità di saper dosare le parole, proprio come la caponata, come l’agrodolce, in cui ci deve essere la giusta dose sia dell’agro sia del dolce.


Dei tuoi personaggi femminili ce n’è uno in particolare che senti più vicino?
Il prossimo!


E allora visto che siamo ad Anteprime 2013 parliamo del tuo prossimo personaggio…
Beh, il prossimo in realtà sono tanti prossimi. Sarà una saga familiare, come spesso accade nei miei romanzi, in cui c’è una linea femminile molto forte. Forse mai come in questo romanzo la bambina protagonista, che cresce in una torrefazione, potrei essere io.

I libri di Giuseppina Torregrossa

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER