Intervista a Glen David Gold

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Affabulatore, creativo, brillante, travolgente. Ricordo ancora il sense of wonder crescente con il quale mi son trovato a leggere il romanzo d'esordio di questo californiano che ha scritto per televisione, cinema, fumetti eppure non ha nulla dello stile canonico di questi media, cocciutamente barocco com'è pur essendo un figlio della cultura pop, ostinatamente legato a un periodo storico, a un immaginario collettivo, a un'estetica: quella degli anni '20 statunitensi. Così, quando mi è capitata l'occasione di intervistarlo via mail, non ho esitato un secondo e sono piombato su di lui come uno squalo su un prosciutto galleggiante sulle onde, approfittando anche della colpevole disattenzione dei media italiani per uno degli autori più interessanti (e meno prolifici) del panorama letterario USA.




Charlie Chaplin, protagonista del tuo Sunnyside: un’icona di cosa? Un pretesto per cosa?
Credo che Chaplin sia la cruna dell’ago attraverso la quale gran parte della cultura e dell’immaginario collettivo del XX secolo sia passato. Le nozioni vittoriane di guerra e intrattenimento, il processo attraverso il quale determinati personaggi e non altri diventano icone sono diventati nozioni moderne grazie al contributo di Charlie Chaplin alla cultura. La persona più famosa al mondo nel 1900 era la Regina Vittoria. Nel 1916 era Chaplin.


Che uomo era davvero Charlie Chaplin?
Sembra reale in Sunnyside? Il mio intento era farlo sembrare qualcuno che il lettore riuscisse a capire, a sentire vicino nonostante il suo genio sia molto oltre il nostro livello.


Che percentuale di eventi reali troviamo in Sunnyside? Per esempio, gli avvistamenti multipli di Chaplin con i quali inizia il romanzo sembrano così incredibili…
Già, vero? A quanto pare invece è tutto avvenuto realmente. La mia ricetta comunque è stata ed è: rimanere il più possible fedele ai fatti… fino a quando sono funzionali a una buona storia.


There's no business like show business. I tuoi romanzi confermano l’adagio?
OGNI business è show business. Lo show business è solo più onesto sul fatto che c’è un palcoscenico, ci sono degli attori e vengono dette delle bugie.
 

Sia in Carter e il Diavolo che in Sunnyside esplori la cultura e l’immaginario collettivo dei “Roaring Twenties”. Perché questo periodo storico è così importante ed affascinante per te?
È abbastanza lontano nel tempo affinché non ci sia nessuno vivente che possa ricordarlo davvero, ma anche  abbastanza vicino che abbiamo a disposizione film e vecchie riviste, il che lo rende per noi in un certo senso familiare.


Hai scritto sceneggiature cinematografiche, televisive e per serie a cartoni prima di diventare un romanziere a tempo pieno. Il lettore del resto lo capisce senza bisogno di saperlo, vedendo le immagini scoppiettare fuori dalle pagine come pop corn, scoprendo i personaggi, gustando il ritmo. Ehm... ma come la mettiamo con la questione della brevità, della sintesi? Credi che i tuoi romanzi siano troppo lunghi (o troppo brevi)?
Domanda divertente. Ho scelto di abbracciare una forma artistica da XVIII secolo nel momento in cui la nostra cultura si è buttata nei tweet da 140 caratteri. So bene di chiedere al lettore una pazienza che è merce rara nel 2013, ma sta al mio pubblico valutare se i miei libri valgono lo sforzo di leggerli o no. Forse mi piacciono così tanto gli anni Venti perché allora avevi un briciolo di tempo in più per goderti uno spettacolo. Ma non tanto di più, le cose stavano già accelerando alla grande allora.


Quali scrittori ami, e quali odi?
Amo: Henry James, Paul e Jane Bowles, Charles Portis, Jack Kirby, Billy Wilder, Lynda Barry, Sarah Waters, Jean Stafford, George Saunders, Robert Walser, Casanova e - non scherzo - Italo Svevo.
Odio: la vita è troppo breve per mettersi a odiare pure gli scrittori.


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