Intervista a Glenn Cooper

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Glenn Cooper è un esempio lampante di self-made man: laurea in Archeologia a Harvard, dottorato in Medicina, presidente ed amministratore delegato di un’industria biotech, sceneggiatore e produttore cinematografico. Fino al 2009, anno in cui ha deciso di dedicarsi alla narrativa, da subito con enorme successo. Per questo motivo, dato che era in Italia per una serie di presentazioni, non abbiamo perso l'occasione di intervistarlo. Lo abbiamo incontrato in una sala da tè adorna di mobili d’epoca nel cuore di Roma, e lo scrittore si è rivelato una persona deliziosa, sempre sorridente ed amichevole, un vero gentiluomo, un esempio di stile. Una figura ben lontana da molti scrittori che si sentono facenti parte di una sorta di Empireo pur avendo venduto nemmeno la metà delle copie che ha venduto lui.




Dopo la trilogia dei Dannati, che in qualche modo segna una vera e propria rottura nella tua produzione letteraria, con Il segno della croce torni a scrivere un romanzo che affonda le radici nella storia e nell’archeologia e si sviluppa nel presente, ai giorni nostri. Questa volta affronti un tema importante quale la crocifissione di Cristo e gli oggetti ad essa legata…
È giusto ciò che dici. Ho passato tre anni all’inferno, tra i dannati, e ti confesso che è stato un sollievo cambiare argomento perché, si sa, l’inferno è un posto deprimente. Ne Il segno della croce i miei lettori troveranno qualcosa che sicuramente mi appartiene di più e che è più simile ai miei primi romanzi, a La biblioteca dei morti in particolare. Questo libro esplora il legame tra fede e scienza e parla di un giovane prete italiano, Giovanni Berardino, che prima di essere ordinato sacerdote riceve le stigmate di Cristo dopo aver visitato un monastero in Croazia. Ci sono delle analogie tra la sua vicenda e quella di Padre Pio, nei confronti del quale la Chiesa era molto scettica: allo stesso modo la Chiesa è scettica riguardo alle stigmate di Giovanni. Per questo motivo il Vaticano chiama Cal Donovan, il protagonista del romanzo, un professore della Divinity School di Harvard, per stabilire se queste stigmate siano vere o solo frutto di un impostura.

Hai citato Padre Pio, un santo importantissimo per i cattolici italiani. In che modo ti sei documentato su questa grande e controversa figura che appare anche nel romanzo?
Tutto è cominciato circa due anni fa, mentre ero a pranzo con l’arcivescovo di Lecce, il quale mi ha raccontato che quando era un giovane prete a San Giovanni Rotondo ricevette un incarico particolare: vegliare sul corpo di Padre Pio, deceduto da poco. Era il 1968. Mi ha raccontato della vita di Padre Pio, dei suoi ultimi giorni e di ciò che è successo dopo la sua morte. Così ho iniziato ad interessarmi a questa figura e, una volta tornato negli Stati Uniti, ho letto diversi libri – ce ne sono molti in inglese, articoli e indagini che sono state compiute nel corso degli anni e alla fine ho condotto delle ricerche sulla storia delle stigmate in generale. Ho pensato, infine, che ci fosse materiale per scrivere una storia. Ho voluto affrontare questo argomento con sensibilità e delicatezza perché so che l’eredità lasciata da Padre Pio è fondamentale per i fedeli italiani, ancor di più per quelli del sud della penisola.

Altro tema fondamentale ne Il segno della croce è la ricerca di cimeli storici e reliquie da parte dei nazisti. Perché, secondo te, Hitler e i suoi seguaci erano così tanto interessati ad oggetti quali il Graal, i chiodi della crocifissione e la lancia di Longino?
Molti alti ufficiali nazisti ritenevano che possedere queste reliquie avrebbe dato al Reich un potere soprannaturale. Per questo motivo si misero realmente alla ricerca del Santo Graal e della Lancia di Longino. Sul piano pratico penso che possedere questi oggetti fosse un modo per mostrare potere e prestigio alle masse; la loro autorità, in questo modo, veniva legittimata proprio dalle reliquie per la cui ricerca vennero spesi molto tempo e denaro. Ad un certo punto i nazisti erano convinti di aver trovato la Lancia di Longino in Austria, all’interno del tesoro imperiale.

Ancora una volta hai ambientato un romanzo in Europa e soprattutto in Italia. Penso ad esempio a suor Elisabetta Celestino de Il marchio del diavolo. Perché questa scelta? In fondo è una scelta in un certo senso controcorrente, dato che molti scrittori, anche europei, tendono ad ambientare i propri romanzi negli Stati Uniti…
Semplicemente perché sono interessato maggiormente alla storia europea rispetto a quella americana. È più ricca, variegata, antica. Mi piace scrivere su ciò che amo e amo la storia dell’Europa. Forse questa è anche la ragione per cui sono seguito più dai lettori europei rispetto a quelli americani.

In questo romanzo ‒ ma anche in alcuni dei precedenti ‒ affronti il tema della religione. Qual è la tua visione della religione dal punto di visto di archeologo, di studioso e di scrittore?
Possiamo dire che la storia dell’Europa è la storia della religione. La religione è sempre stata un elemento dominante della cultura e della politica per duemila anni quindi è difficile separare storia e religione. Gli intrighi del Vaticano da sempre, e anche oggi, sono un qualcosa di irresistibile per uno scrittore come me.

Cal Donovan sembra il protagonista ideale di una nuova serie. È così?
Sicuramente sì. Almeno per cinque libri. Forse di più, chissà.

Tornando alla tua produzione precedente, La mappa del destino, non è legato alle vicende di Will Piper, il protagonista de La biblioteca dei morti e Il libro delle anime, ma ne ricalca il genere. Il romanzo è infatti maggiormente condito da spunti archeologici. Quanto i tuoi studi ti hanno condotto verso questa direzione?
Sicuramente i miei studi hanno avuto un grande impatto su questo libro. Volevo scrivere un romanzo che nascesse dal mio amore nei confronti dell’archeologia. Quando ero all’università ho studiato in particolare il Paleolitico e questo periodo mi interessa molto perché rappresenta la transizione dall’uomo incapace di comunicare all’uomo che comunica attraverso i dipinti rupestri: un’evoluzione del cervello umano che ha permesso all’uomo di catturare ed esprimere le proprie emozioni attraverso queste fantastiche forme d’arte.

Il libro delle anime invece chiude le vicende di Will Piper. Hai intenzione di scrivere un altro romanzo con Will protagonista?
Oltre a La mappa del destino ho scritto due libri in cui Will non appare. Sono romanzi singoli, che non fanno parte di una serie. Uno ha come protagonista una suora italiana che viene convocata per salvare il Vaticano, l’altro è un libro sull’esperienza di pre-morte e sulla vita nell’aldilà. Credo che a breve mi metterò a scrivere il terzo libro della serie di Will Piper perché recentemente ho avuto un’idea gustosa per concludere la trilogia.

È prevista una trasposizione cinematografica de La biblioteca dei morti e de Il libro delle anime?
Finora ho avuto circa dieci trattative per la realizzazione del film con diversi produttori di Hollywood, ma non sono andate a buon fine. I produttori americani mi dicono che realizzare un film sui miei romanzi  è difficile perché sono ambientati in diverse epoche storiche. Spero che un produttore europeo decida di intraprendere quest’avventura perché secondo me i miei romanzi sarebbero meglio rappresentati da un film europeo.

Spesso i tuoi libri vengono accostati a quelli di Dan Brown, soprattutto per la scelta di ambientare la narrazione in un periodo storico lontano per poi svilupparla nella contemporaneità. Secondo te quali differenze ci sono tra i tuoi e i suoi romanzi?
Prima di tutto lui vende cento volte più di me! È vero che Dan Brown parte da un evento storico, ma mentre le sue storie si sviluppano interamente nel presente, a me piace giocare con la Storia, sovrapporre i diversi piani temporali e far sì che il passato si intersechi con il presente nell’arco dell’intero romanzo.

Visto il grande successo dei tuoi primi due romanzi, cosa ti aspetti da La mappa del destino? Ci affezioneremo anche a Luc Simard?
Inizialmente ero un po’ preoccupato perché dopo aver scritto due romanzi di successo non sai mai come verrà accolto il nuovo libro e se piacerà al lettore come gli altri. A quanto pare La mappa del destino sta riscuotendo un buon successo e se i lettori si appassioneranno alla figura di Luc Simard sicuramente scriverò altri romanzi con lui protagonista. Non sono sicuro se questo libro piacerà ai francesi, perché di solito ai francesi non piace quando gli americani scrivono sulla Francia.

Il marchio del diavolo vede protagonista non un archeologo né un poliziotto ma una suora italiana. Come mai questa scelta originale?
Sto cercando di migliorare costantemente le voci dei miei personaggi femminili: una cosa che trovo molto difficile come scrittore maschio. La mia ultima sfida è stata quella di scrivere una storia con protagonista una donna. È così che nasce Il marchio del diavolo. Poi ho complicato un po’ le cose, facendo di Elisabetta Celestino una suora. Ho dovuto immergermi per un anno in un modo di pensare completamente diverso. Alla fine è stato davvero molto liberatorio per me.

Il marchio del diavolo è ambientato a Roma, e la nostra capitale sembra attirare molti scrittori che proprio a Roma ambientano le proprie storie. Perché, secondo te?
Se non puoi scrivere di Roma, allora forse non sei uno scrittore. La città presenta le infinite possibilità offerte dal passato e dal presente. Sono uno straniero, ovviamente, e ho dovuto esplorare e trascorrere un po’ di tempo qui a Roma per avere un po’ di autenticità. I miei amici sono stati preziosissimi. Roma è una città pazzesca e un po’ pazza, bellissima. È una città che definisco sconcertante. Enigmatica.

L’ultimo giorno è ambientato totalmente ai giorni nostri, senza i balzi storici che contraddistinguono i tuoi romanzi. Perché questa scelta?
Beh, sinceramente ho voluto provare a confrontarmi con una struttura più convenzionale, per vedere se i miei lettori lo avessero accettato. Anche la trama si presta ad un andamento lineare. Non voglio essere incatenato ad un modello di scrittura. Le esigenze della storia devono determinare la struttura di un romanzo.

I custodi della biblioteca chiude un cerchio, quello iniziato con La biblioteca dei morti
Esatto. Hai usato le parole giuste: è la chiusura di un cerchio. Tre è un numero molto stabile. È un numero dalle forti valenze simboliche. È perfetto. E una trilogia mi sembra davvero adatta. Credo che la saga sia completa ora. Mi mancherà il mio personaggio, Will Piper, ma è arrivato il momento, per me e per lui, di andare avanti.

I LIBRI DI GLENN COOPER

 

 

 

 
 
 
 
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