Intervista a Grégoire Delacourt

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Grégoire Delacourt è uno tra i più grandi pubblicitari francesi, autore di famosissime campagne per aziende di primo piano. Ma è anche uno scrittore, autore di bestseller dal successo clamoroso. Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione del tour promozionale per il lancio di un suo romanzo. Ci lascia il ricordo di una lunghissima chiacchierata su di un divano. Profumo di caffè, accento francese, occhialini rotondi, sorrisi malinconici.




Chi sono i tanti personaggi che popolano il tuo romanzo Le quattro stagioni dell’estate? Qual è il centro di gravità attorno al quale girano?
È una storia d’amore al plurale che come punto di partenza ha la mia nostalgia della prima volta che mi sono innamorato. Tutti abbiamo avuto una prima volta: possiamo avere una decima o una centesima volta ma la prima che ci siamo innamorati resta speciale, non la dimentichiamo mai e influenza tutta la nostra vita amorosa. Anziché però raccontare una storia d’amore lineare, cosa che sarebbe stata noiosissima in primo luogo per me, ho raccontato quattro momenti, quattro stagioni a seconda dell’età dei protagonisti, per cui abbiamo quindicenni, trentacinquenni, cinquantacinquenni e settantacinquenni, alla fine in fondo unendo le loro storie abbiamo un’unica storia d’amore ma in realtà sono quattro coppie che vivono la loro passione in una località balneare francese, d’estate, influenzandosi a vicenda senza saperlo. Nella prima parte del libro abbiamo un adolescente innamorato pazzo di una ragazzina che è già molto donna e che si domanda: “Perché dovrei accontentarmi di lui quando posso avere tutti gli uomini del mondo?”, nella seconda storia al centro c’è una donna che pensa di aver mancato la sua prima volta, di aver fallito: ha avuto un figlio e d’estate ritorna dove ha incontrato il suo primo amore e si domanda come sarebbe stata la sua vita se invece tutto fosse andato bene. Nella terza coppia abbiamo una moglie di mezza età che si chiede guardando il marito “Ma io lo risposerei uno così?” e torna al mare, dove lo ha incontrato tanti anni prima, in cerca di un’ultima possibile storia d’amore. E infine abbiamo due anziani, una coppia fusionale, nella quale non c’è “io” ma solo “noi”, che si cacciano in testa di dimostrare che si può concludere una storia d’amore perfetta nello stesso modo bellissimo in cui è cominciata.

Una cosa che mi ha molto colpito della prima storia che racconti nel tuo romanzo, quella tra Louis e Victoire, è questo concetto che torna spesso degli adolescenti che vogliono “uccidere l’infanzia”…
Qui non siamo all’autobiografia ma quasi. Io stesso a quell’età avevo una gran voglia di crescere in fretta, e la via privilegiata per lasciarsi indietro l’infanzia prima possibile è l’amore nella sua dimensione sessuale. Ci sarebbe anche la violenza, ma non mi ha mai interessato, preferisco e preferivo l’amore.

Tutta la storia è scandita dalla canzone di Francis Cabrel Hors saison. Perché è così importante per te questa canzone e perché lo sono le canzoni in generale?
Prendiamola alla lontana, perché è da lontano che arriva, questa risposta. In tutti i miei romanzi io faccio riferimento a un libro, è un mio modo personale per ringraziare i libri per avermi un tempo salvato la vita. Però qui siamo d’estate: si sta mezzi nudi in spiaggia, si ascoltano volentieri canzoni d’amore, canzoni popolari. A volte le cosiddette canzonette sono molto stupide, a volte invece hanno testi assolutamente rispettabili, c’è molta poesia anche in tante canzonette. Ho voluto rendere omaggio a queste canzoni, al ritmo delle quali abbiamo ballato, cercato un primo bacio, abbiamo toccato un primo seno e magari ci siamo presi un ceffone perché il nostro approccio è stato troppo rude… Perché Hors saison di Cabrel in particolare? Perché è una canzone molto malinconica che allude al “dopo estate”, quando tutti sono partiti e non ci sono più storie d’amore. L’ho scelta per far capire ai miei lettori che questa cosa che si dice che “l’amore è per sempre” è una balla, l’amore vive in ogni momento e tutte le storie d’amore in ogni momento rischiano di fermarsi e finire.

Però adesso hai stuzzicato la mia curiosità di giornalista! A questo punto non posso non chiederti perché i libri ti hanno salvato la vita…
I miei genitori non andavano d’accordo. È un grande eufemismo: le cose tra loro proprio proprio proprio non andavano. Non c’era violenza fisica, ma forse era una cosa ancora più violenta, tutta psicologica. In seguito ho definito questa situazione nel mio primo libro ‒ che non è stato ancora tradotto in italiano ‒ dicendo che mamma e papà spaccavano le parole, cioè distruggevano le parole belle, la tenerezza, l’amore. I miei genitori mi hanno privato di queste parole in tenera età e ho vissuto questa situazione come una terribile violenza, ci ho sofferto molto e a nove anni ho chiesto di andare via di casa per essere messo in collegio. L’ho chiesto io, attenzione. Nel farlo immaginavo a dire il vero che i miei avrebbero detto qualcosa del tipo “Ma no, vedrai, si aggiusterà tutto…” e invece mi hanno detto tranquillamente “Vai”. Così ho preso la valigia di mio padre e sono andato a convitto: qui grande tristezza e solitudine. Appena ho disfatto la valigia che mi aveva preparato papà ci ho trovato un libro, il primo volume della cosiddetta Trilogie marseillaise di Marcel Pagnol, le tre pièces teatrali Marius, Fanny e César. Leggendolo ho scoperto per la prima volta che esistevano famiglie in cui le persone si amavano e sapevano addirittura dirselo. Questa cosa mi ha preso enormemente, mi ha fatto capire che la vita come l’avevo vissuta io fino a quel momento non era la vita di tutti, la vita vera: che c’era un altro modo di vivere, che la vita vera è quella delle persone che si amano e che se lo sanno dire. Attraverso questo libro ho trovato la salvezza. Senza quel particolare libro avrei fatto delle grandissime sciocchezze.

Che donne sono quelle de Le quattro stagioni dell’estate e a che donne parla il tuo romanzo?
Le donne di questo libro, come in fondo tutti i miei personaggi femminili, se non sono proprio segnate da un dolore sono segnate da una certa malinconia. La malinconia però è un sentimento molto romantico, no? Nutre la Letteratura di tutto l’Ottocento e per me è un sentimento molto importante perché penso che ogni amore per definizione è malinconico, in quanto effimero. Le donne credo lo sappiano ma perlopiù non lo dicono: non perché vogliano negare la malinconia ma semplicemente perché vogliono rendere felici i loro partner, i figli. Da qui sono partito per disegnare i personaggi femminili di questo libro, che si rivolge a tutte le donne perché io le amo veramente tutte. È quasi un luogo comune quello dello scrittore uomo che cerca di mettersi nei panni delle donne: io cerco di mettermi nel cuore delle donne, prendendo come modello naturalmente le donne che io ho conosciuto, quelle con cui io ho avuto delle storie. Questo modo di impostare il romanzo mi ha consentito di guardarmi all’interno, di vedere anche il male che ho fatto – non parlo soltanto di ferite inferte ma anche di goffaggini, di frettolosità, che sono esattamente il contrario dell’amore. E poi oggi viviamo in un’epoca in cui nessuno sembra sapere più cos’è l’amore, anzi allargando il discorso nessuno sa veramente più cos’è avere un rapporto con l’altro: abbiamo internet, i social network, gli sms e confondiamo l’amore con il desiderio. Va a finire che in questa situazione qui la gente va a letto assieme senza nemmeno sapere come si chiama il partner: non si sa più amare, forse, ma di sicuro non si sa più cos’è davvero l’amore. In particolare la nostra è un’epoca in cui non si muore più d’amore, intendo dire che non c’è più la voglia di considerare l’amore come un qualcosa che ci permette di vivere e dunque anche di morire meglio. L’altro non è più il nostro tutto, la gente non ha più voglia di pensare: “Questa persona è tutta la mia vita, senza questa persona io respiro male, vivo male, rischio di morire”. Con Le quattro stagioni dell’estate ho voluto scrivere un libro d’amore per l’amore.

Pensi anche tu come una donna del tuo romanzo che gli uomini sono “ladri che non conservano il bottino”? Siamo veramente così?
Sì, sì. Non generalizzo ma penso che gli uomini abbiano un difetto atavico: amano la novità. E le novità non si conservano, per definizione. Quando una novità è consumata, avanti un’altra. Le donne questo lo sanno e sanno che gli uomini guardano a ciò che non hanno.

Perché ambientare il tuo romanzo proprio a Touquet?
Touquet perché scrivo soltanto di luoghi che conosco, per evitare quegli errori cretini che dispiacciono, offendono, insultano le persone che vivono nei luoghi di un libro. A Touquet andai da bambino: non avevo mai visto il mare ed ero molto impaziente di vederlo e un bel giorno finalmente saliamo in macchina con papà, mamma e mia sorella per andare a questo famoso mare. Peccato che quando siamo arrivati a Touquet… il mare non c’era. O almeno era molto ma molto lontano: avevano dimenticato di dirmi delle maree, che sulla Manica sono spettacolari, un fenomeno molto tangibile, diciamo così. Quindi delusione terribile: il bagno l’ho fatto solo l’indomani. Col ricordo dio queste maree ho deciso di scrivere Le quattro stagioni dell’estate, perché mi pare che la marea sia un’ottima metafora dell’amore. Tu viaggi da lontanissimo per raggiungere l’amore e quando arrivi scopri che non c’è, che è troppo lontano e solo quando gli pare ti viene a leccare i piedi. L’amore non è una cosa permanente, come la marea, come il mare e questa cosa va accettata. E tuttavia bisogna crederci, nell’amore.


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