Intervista a Grazia Verasani

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Grazia Verasani, bolognese, è scrittrice e musicista. Ha cominciato a pubblicare racconti su riviste e quotidiani nella fine degli anni ‘80, grazie al sostegno di Gianni Celati, Roberto Roversi, Tonino Guerra e Stefano Benni. Dal suo romanzo Quo vadis baby? ‒ parte di una saga di cinque libri dedicata all’investigatrice privata Giorgia Cantini ‒ nel 2005 il regista premio Oscar Gabriele Salvatores ha girato l’omonimo film e prodotto la serie tv Sky diretta da Guido Chiesa. Ha studiato pianoforte classico e vinto il Premio Recanati nel 2005 per la canzone d’autore, ha inciso CD e collaborato con vari altri artisti tra cui Paola Turci, Nada, Elio e le Storie Tese.




Lettera a Dina è un romanzo complesso, declinato al femminile. C’è la storia di una amicizia tormentata tra le due protagoniste: inseparabili da ragazzine e profondamente diverse nell’adolescenza. Dina è il “motore immobile” della narrazione. Non sappiamo se e come (quando) sia morta. Si tratta, in fondo, di una ricerca che l’altra protagonista sta compiendo. Sta indagando implicitamente su come e quando Dina sia morta. Quanto sei legata al tema dell’investigazione?
Sì, è la storia di un’indagine a ritroso sulle tracce di Dina, per capire cosa ne è stato di lei, dopo che la voce narrante, cioè l’amica superstite, le ha in qualche modo girato le spalle. Quindi sì, l’investigazione c’è, ed è anche quella dei versi di Mario Luzi “Rimorso, ancora non ti è chiaro da che cosa”. Perché la morte prematura di Dina ha lasciato dei segni imperituri e si tratta anche di capire se ci sono delle responsabilità.

Sei scrittrice e musicista. In tutto il romanzo la colonna sonora è importantissima. Quanto conta la musica nella tua vita e nella stesura di un romanzo?
La musica ha rappresentato il mio primo modo di esprimermi: ho messo le dita su un pianoforte a nove anni e successivamente sono passata a una macchina da scrivere e poi al computer. Il passaggio è stato naturale. Un romanzo per me è una partitura musicale, sono molto attenta al ritmo, al suono delle frasi. In tutte le cose che scrivo la musica è alla base, non solo come disciplina o passione, ma come motore emozionale.

Quanto c’è di personale (se c’è) nella storia di quest’amicizia tra due donne? Una storia completamente sbilanciata in cui una delle due diviene (suo malgrado) l’ago della bilancia della vita dell’altra persona sprofondando anch’essa in un abisso: l’unica salvezza è scappare dalla propria amica. Ci sono dei rapporti, a tuo avviso, da cui – nonostante i rimpianti – è più sano fuggire?
Tutto nasce da un’attrazione fatale tra due ragazzine diverse, opposte, affascinate l’una dall’altra, che dopo avere vissuto un’amicizia travolgente, assoluta, si separano più o meno consensualmente: una sorta di abbandono obbligato, proprio a causa dalle loro differenze. Dina a un certo punto si perde, si indebolisce, e tenta di riempire il proprio vuoto esistenziale e affettivo con l’eroina. L’altra non la segue in questa scelta autolesionistica. La domanda diventa: perché io ce l’ho fatta e lei no? Non c’è risposta. A parte quella che l’amore non salva, che ognuno fa della propria vita ciò che vuole, che il rimpianto si cura “inglobando” l’assente, portandolo con noi, dentro di noi. La fortuna di chi scrive è anche quella di poter dare carne ai propri fantasmi. Una specie di resurrezione, insomma. A maggior ragione per questo libro, che ha una forte e palese matrice autobiografica.

Il romanzo è ambientato nella Bologna degli anni ’70 – ‘80. La politica diviene imprescindibile per le due protagoniste: una si dichiara “fascista” e l’altra “comunista”. Com’è cambiata la tua Bologna? Ritieni ancora sia quella bellissima fucina di idee e di esperienze che è stata negli anni in cui hai ambientato il tuo romanzo?
No, Bologna da tanti anni è l’ombra di se stessa. Subisce la paralisi di un intero Paese, dove ogni città si omologa a un’altra. Io racconto l’epoca in cui questa amicizia è nata. Un’epoca che ha visto Bologna protagonista della scena artistica e culturale. Non la ritraggo con nostalgia, per quanto sia stata una Bologna unica, irripetibile. La mia generazione ha vissuto una gioventù bellissima e disperata, forse come tutte le giovinezze. Ma certo l’epidemia della droga, la passione della politica, con la delusione che ne è conseguita, ci hanno resi un po’ reduci di un’epoca interrotta, e che, con gli anni ‘90, ha visto la fine delle visioni corali, collettive, a favore dell’individualismo più sfrenato.

Hai lavorato anche nel mondo del cinema e della tv. Quanto è distante quel mondo da quello dell’editoria? Quanto due mondi così distanti possono poi influenzare il tuo modo di scrivere?
Roberto Roversi, mio mentore quando avevo vent’anni, sosteneva che avevo una scrittura immaginifica. Amando la musica, il cinema, il teatro, ogni forma d’arte è diventata inclusiva e ha determinato il mio stile, oso dire che lo ha arricchito. In un romanzo c’è maggiore libertà. Sei solo davanti al mondo che stai immaginando. Cinema e tv sono sistemi diversi che prevedono tecniche diverse e collaborazioni di squadra. Sono mondi che possono incontrarsi e dialogare, certo, ma restano separati. Per Quo vadis, baby?, Gabriele Salvatores ha dato un’interpretazione personale del mio romanzo. Il film è sempre del regista. Al momento stiamo soffrendo una crisi che è soprattutto una crisi della qualità. E ogni industria è fragile di fronte all’acuirsi di una cultura di massa che privilegia linguaggi semplificati.

In Lettera a Dina ci sono molteplici e interessanti rimandi letterari (penso a Cristina Campo, solo per citare quello più esplicito). Quali sono i tuoi “autori di riferimento”?
Sono una lettrice compulsiva, da sempre. Saggi, poesia, biografia, narrativa noir, fantascienza. Qualunque cosa catturi il mio interesse. Due libri che mi sono molto cari sono Diario di una scrittrice di Virginia Woolf e Il mestiere di vivere di Pavese. Ho amato la lost generation, ma anche autori come Céline, e ancor prima Maupassant, Flaubert, Bernanos. Oggi leggo soprattutto autrici. La nostra contemporaneità ne ha di straordinarie. Un nome tra tutte: Annie Ernaux.

I LIBRI DI GRAZIA VERASANI


 

 

 

 
 
 
 
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