Intervista a Guido Bagatta

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Guido Bagatta è un giornalista, conduttore televisivo e radiofonico molto noto, un volto e una voce a cui tanti italiani sono affezionati. Non mi sorprende quindi il fatto che quando lo raggiungo al telefono mi venga istintivo un senso di grande familiarità, come chiacchierare con un amico malgrado non abbia mai avuto il piacere di conoscerlo di persona. Aggiungiamo poi che Guido è stato subito molto gentile e disponibile e che abbiamo parlato di libri e… il gioco è fatto!




Quando sei venuto a sapere del cosiddetto “72”, questa nuova e pericolosa moda dilagata tra gli adolescenti alla quale hai voluto dedicare un libro, il tuo 72 ore?
Stavo ascoltando un programma in radio a giugno che raccontava di questa mania veicolata dai social che si sta diffondendo tra i ragazzi, di sparire senza lasciare traccia per 72 ore. Una mania che per fortuna pare essersi attenuata negli ultimi tempi, perché rispetto a come l’ho raccontata io nel libro è molto più terribile: ha gettato nell’angoscia completa i genitori di chi l’ha fatto ed ha avuto anche risvolti meno piacevoli di quanto ho raccontato io. Da quella notizia alla radio, da quello spunto, ho cercato un modo per raccontarlo da un altro punto di vista e così è nato il libro.

Per saperne di più sei riuscito a contattare qualcuno che ha fatto questa bravata?
No, contattare qualcuno è stato impossibile perché i 72 ‒ come vengono chiamati ‒ italiani sono stati quasi tutti o mascherati o coperti da privacy volontaria. Piuttosto ho applicato il metodo che avevo usato qualche tempo fa da quando ho cominciato a scrivere libri per ragazzine: ho chiesto alle mie amiche in target ‒ ovvero 16/17 anni ‒ di raccontarmi una serie di situazioni che poi io ho inserito nel libro per ricostruire un 72 che fosse credibile. Mi hanno detto quello che fanno, quello che farebbero, hanno condiviso i loro disagi, i loro sogni. Ho messo insieme una specie di raccoglitore di mille input che poi mi hanno portato alla realizzazione della storia del romanzo.

Quanto è stato importante questo confronto?
Il confronto è sempre necessario anche a partire dal linguaggio: Margherita ‒ che è il nome vero della protagonista, cioè la ragazzina che mi ha aiutata più di tutte ‒ mi ha dato tantissime dritte. Lei capitolo dopo capitolo leggeva il mio 72 e mi segnalava sempre cosa non andava bene, per esempio mi ha ripreso subito dicendo che loro non usano il termine “siga” per indicare la sigaretta ma “paglia”, solo per fare un esempio. Non solo sui modi di dire ma anche sulle situazioni mi è stata di grandissimo aiuto, una consulente preziosissima.

Quanto questa vicinanza con Margherita ti ha arricchito?
Negli ultimi dieci anni, dal 2005 ad oggi, ho scritto tre libri per ragazzine ed ogni volta è stato come un refresh, come se tu riaggiornassi il tuo programma sul computer, se per il tuo Mac comprassi la versione più aggiornata. In più ho capito quanto si sia evoluto attraverso i social network il mondo. Dieci anni fa avevo scritto La mia vita bassa con una protagonista femminile che si chiamava anche lei Carolina, ma era diversa anche perché i social non erano così presenti, i ragazzi avevano altre esigenze, altri modi di fare, quindi il libro nuovo è stato davvero un refresh che mi ha ributtato in questo mondo teenager. Margherita mi ha dato davvero molto, ha tenuto aperta una finestra sul mondo dei suoi coetanei, su molte cose che non conoscevo. Nel libro per esempio racconto questa cosa del boom, queste feste che organizzano che poi sono le “nipotine” delle feste underground che si facevano negli anni Settanta/Ottanta che possono essere interpretate e vissute in modo molto leggero, ma che possono anche portare ad eventi anche molto più pericolosi.

Perché c’è bisogno del 72?
Credo che i colpevoli siano proprio i social, anche osservando i ragazzi che lavorano in ufficio qui da me mi accorgo che nessuno legge quasi più, nessuno comunica quasi più concetti: è tutto in discorso legato alla condivisione di video, foto, contenuti immediati che vengono rimbalzati. Per esempio sono molto di moda gli aforismi, ma sono un’enorme sintesi di pensieri molto più grandi perché se io in tre parole riesco a riassumere un pensiero o sono un genio o sono uno che non vuole andare al di là del pensiero stesso. Credo che questa voglia di fuga sia generata da mancanza di comunicazione.

Stai pensando ad un’altra storia?
Uno scrittore che ha la coscienza pulita non deve mai decidere di scrivere un libro. Scrivere un libro è come innamorarsi e uno non decide quando innamorarsi, capita e basta. Capita quando incontri una persona che ti fa partire quel sentimento, per un libro è la stessa cosa: aspetti un’idea, un segnale, un input che poi si trasformerà. Diciamo che per adesso l’idea c’è ma ancora non sono pronto a scriverla.


I LIBRI DI GUIDO BAGATTA


 

 

 

 
 
 
 
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