Intervista a Héctor Abad

Héctor Abad
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Seduta nel giardino di una meravigliosa villa fiorentina osservo la bellezza delle colline. Rumore di applausi in lontananza: la conferenza stampa deve essere finita. Pochi minuti e dalla porta della villa esce Héctor Abad, persona davvero deliziosa e grande scrittore, in Italia per il Premio  Vallombrosa von Rezzori. Ha un viso sereno, sorridente, e quando gli chiedo di continuare la chiacchierata pubblica, la nostra diventa immediatamente e irrimediabilmente privata.

La tua storia con l’Italia inizia molto tempo fa…
Sono venuto in Italia per amore di una ragazza fiorentina che voleva studiare canto e sono tornato in Italia dopo la morte di mio padre. Ho fatto il lettore a Verona, ho cercato di dimenticare, volevo diventare italiano ma non ci sono riuscito - così sono tornato nel mio paese. Ho fatto il giornalista poi quando i capelli sono diventati bianchi ho capito che dovevo raccontare io questa storia. Mio padre è stato un uomo buono, e scrivere delle persone buone è più difficile, facilmente si diventa sentimentali e si cade in un tono piagnucoloso. Ho provato molte volte a farlo attraverso la finzione, inventando storie poi quando ho letto Lessico Familiare ho capito come avrei dovuto scriverlo, con il linguaggio di casa mia così l’ho fatto e per me è stata una grandissima soddisfazione essere stato pubblicato in Italia da Einaudi, la stessa casa editrice che ha pubblicato Natalia Ginsburg.


Qual è il tuo rapporto con l’opera di Borges?
Quando mio padre è stato ucciso io e mia madre abbiamo trovato nella sua tasca un foglio dove c’era scritta una lista delle persone minacciate di morte dai paramilitari e un foglio su cui era scritto un sonetto sulla morte siglato J.B. e ho pensato  immediatamente che fosse stato scritto la Borges perché anche lo stile era quello. Pochi mesi dopo ho pubblicato questa storia perché mi aveva affascinato pensare che nella sua tasca ci fossero una lista di minacce di morte e un meraviglioso sonetto che affrontava la morte e scrissi che era di Borges, anche se non avevo trovato il libro in cui era contenuto pur conoscendo il titolo - "L’Oblio che saremo". C’è chi ha detto che volevo farmi pubblicità, che la poesia non era di Borges, mi hanno fatto dubitare della mia memoria, pensa che avevamo messo questa poesia sulla tomba di mio padre, mai avrei potuto inventarmi una cosa così, così ho cominciato a fare delle ricerche. Ho raccontato questa ricerca e di come sono riuscito a ritrovare non solo la poesia ma anche una registrazione in cui mio padre durante un programma radiofonico l’aveva letta. In questa ricerca ho riletto completamente Borges ed l’ho imparato a memoria, ho letto alcune biografie e sono entrato in contatto con i suoi esperti.


Leggi poesia?
Sono un lettore di poesie da quando ero un bambino, ne ho scritte molte e uno dei miei primi libri Trattato di Culinaria era scritto inizialmente come un madrigale. Ma in definitiva non credo di essere portato le la poesia, la poesia è la forma più alta della letteratura.


Perché secondo te si legge poca poesia?
Perché ci sono troppi cattivi poeti che scrivono brutte poesie; i poeti veri sono pochissimi e leggendoli si trovano molti più spunti per la narrativa più che leggendo la narrativa stessa. Nella mia biblioteca ho più libri di poesia che narrativa.


Qual è la distanza migliore per scrivere, il tuo punto di vista privilegiato?
Per questo ultimo libro direi che la distanza è stato il tempo: ho cercato di scrivere questa storia molte volte ma ero troppo commosso e non si può scrivere durante la commozione o l’innamoramento, bisogna scrivere con il ricordo della commozione e dell’innamoramento, le sensazioni rimangono presenti, le ferite rimangono ma non sono aperte. Solo grazie al tempo sono riuscito a trovare il linguaggio necessario. La narrativa è arte e se non prendi distanza rischi di scrivere una lettera d’amore.

I libri di Héctor Abad

 

 

 
 
 
 
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