Intervista a Ha Jin

Ha Jin
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Piccole grandi emozioni. Parole leggere come gocce di rugiada eppure pesanti come pietre. La voce di Ha Jin è una delle più profonde, ricche di sfumature e importanti della Cina d'oggi. E forse stupisce forse no il paradosso che a cantare il paese della Grande muraglia con tanta efficacia sia uno scrittore che non vive in Cina ormai da molti anni. Quando la Neri Pozza mi ha proposto di intervistarlo, ho risposto che lo avrei fatto anche in cinese, tale è l'ammirazione che nutro per il suo lavoro, per la sua poesia. Sono questi i momenti nei quali ringrazio di fare questo lavoro.

La tua storia personale è quella di un esilio volontario e si sovrappone agli ultimi convulsi decenni della storia cinese: vuoi raccontarcela in breve?

Mio padre era un ufficiale dell'esercito cinese, e di conseguenza durante la mia infanzia e la mia adolescenza ci spostavamo continuamente di città in città. A 14 anni mi sono arruolato anch'io e sono stato nell'esercito per cinque anni, poi ho fatto altri lavori mentre studiavo all'università. Nel 1985 sono partito per gli Usa per prendere una laurea in Letteratura Inglese e mentre ero là la situazione politica in Cina è andata via via deteriorandosi e alla fine quando le cose sono precipitate con la rivolta di piazza Tienanmen non ho potuto più fare ritorno in patria e ho deciso di rimanere negli Usa. Mi sono cercato un lavoro e ora dopo tanti anni sono insegnante universitario.

 

Come vivi il ruolo di uomo sospeso tra due mondi, quello cinese e quello occidentale, di tramite tra due culture così diverse: ti spaventa o ti rende orgoglioso?

Devo dire che orgoglio non è la parola esatta: la mia vita è andata semplicemente così, non ho fatto nulla di speciale né nulla per sceglierla, ho dovuto solo affrontarla così come è venuta. Sono diventato – spero – un buon cittadino sino-americano, in grado di pronunciare le parole tutte unite e che si sforza di comportarsi bene.

 

Da cosa viene la scelta di ambientare per la prima volta un romanzo negli Usa e non in Cina, come hai fatto con il tuo libro Una vita libera?

Per me ogni libro deve rappresentare un punto di partenza per esplorare territori nuovi. Questo romanzo in particolare covava da tanto tempo nella mia testa, è chiaramente ispirato alla mia esperienza personale di immigrato. E' stato difficile separarsi dal mio essere cinese, ma stavolta mi sono sforzato di guardare la Cina da lontano, come farebbe un immigrato qualunque che l'ha lasciata dietro di sé.

 

Qual è la situazione degli immigrati cinesi negli Usa, attualmente?

In un certo senso la situazione degli immigrati cinesi è simile a quella degli immigrati italiani degli inizi del XX secolo: hanno un senso forte della comunità, un legame forse troppo profondo con il Paese d'origine, la voglia di rendere prima possibile e più possibile 'americani' i propri figli. l'unica differenza – però decisiva – sta nella scolarizzazione: in media gli immigrati cinesi di oggi sono diplomati o laureati e questo è un bene prima di tutto per ovvi motivi per loro e poi per gli Usa perché un'immigrazione di livello più alto è più utile e meno traumatica.

 

Tu scrivi da sempre anche versi: qual è la forma espressiva che preferisci, prosa o poesia, e perché?

Scrivere poesia è più che altro questione di fortuna, bisogna aspettare l'ispirazione, che è a volte capricciosa. Invece la prosa dipende dal lavoro, dall'applicazione, dalla riflessione, dallo studio. Ecco perché negli ultimi anni mi sono dedicato soprattutto alla prosa, anche se questo non vuol dire che abbia rinunciato alla poesia. Che tra l'altro è anche più difficile da pubblicare e vendere, il che mi ha 'costretto' a fare più che altro il prosatore.

 

Come è scrivere direttamente in inglese, una lingua così diversa dalla tua? E' una cosa che in qualche modo finisce per causarti una sorta di alienazione?

Sì. Oserei dire che è doloroso, quasi una tragedia. Se scrivo in cinese mi sento più a mio agio, sguazzo nella mia acqua per così dire. Ma allo stesso tempo devo essere grato di aver avuto la chance di scrivere in inglese, vuol dire che posso esprimermi liberamente, che posso raccontare le mie storie e raggiungere un pubblico più vasto. Scrivere in inglese insomma ha un sapore agrodolce. Un sapore cinese, no?

I libri di Ha Jin

 

 

 

 
 
 
 
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