Intervista a Hanna Lindberg

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Giornalista di successo in Svezia, Hanna Lindberg ha un viso da Barbie (nel senso della perfezione) ed è al secondo romanzo. Entrambi thriller, ma senza rinunciare al glamour. Nonostante l’influenza e la stanchezza, ha incontrato un gruppo di blogger in un gelido sabato mattina milanese. Fra una spremuta e una brioche, le abbiamo fatto un bel po’ di domande (anche buffe): ecco cosa ci ha risposto.




Quando abbiamo letto il tuo libro d’esordio non sapevamo che era il primo di una serie. Tu invece lo sapevi già? O a che punto hai deciso che lo sarebbe stato? E la serialità ha influenzato la tua scrittura?
No, all’inizio non sapevo che ci sarebbe stato un seguito, avevo solo una visione molto chiara di ciò che sarebbe stato Stcokholm confidential, sono stata travolta ed estremamente felice dell’accoglienza che ha avuto e dell’interesse che ha suscitato, questo mi ha fatto venire voglia di scrivere ancora. I personaggi stessi sembravano chiedermi di parlare ancora di loro. Ed è stato così, adesso ne sto scrivendo un altro ancora. La storia sta evolvendo...

Quando hai deciso di scrivere, ti sei posta la domanda relativamente alla possibilità di essere tradotta e quindi di rendere “comprensibile” un mondo lontano quello nordico, che è credo, molto diverso dal nostro ma anche suppongo da quello americano, per esempio?
Sì, assolutamente. Era un aspetto molto importante per me, noi abbiamo tantissimi autori eccellenti, da Camilla Lackberg a Lars Kepler che lo hanno fatto, ognuno a modo loro, io volevo trovare un modo mio di raccontare questo universo, un modo nuovo, mostrando anche degli aspetti di Stoccolma e della Scandinavia che non erano ancora stati raccontati. Era molto importante per me non raccontare solo il lato “buio”, le foreste i laghi ghiacciati, ma anche un lato di Stoccolma più inedito e sorprendente.

In Italia in questo momento stiamo subendo una vera e propria invasione mediatica, da parte del mondo della cucina, gli chef sono delle celebrità televisive ed editoriali fin troppo invadenti. Hai scelto questo mondo perché succede lo stesso in Svezia?
È esattamente così anche da noi, si è molto sviluppata la cultura della gastronomia e dell’alta cucina, questo ha reso possibile l’apertura di molti ristoranti e la cosa mi rende anche felice, ma credo sia una tendenza globale quella di assimilare i grandi chef a delle rockstar. Fino a non molto tempo fa quello dello chef era un lavoro molto poco gratificante: non molti soldi, lavoro durissimo e niente di glamour. Oggi invece, soprattutto a certi livelli, sono vere stelle ed è un mondo con una feroce competizione, grandissimo prestigio e molti soldi. Tutti ingredienti estremamente comodi e utili da inserire in un romanzo. A me fa proprio piacere che ci sia questa esposizione, perché l’idea io l’ho avuta qualche anno fa e sono felice che la tendenza sia ancora viva e in crescita. È un universo a se stante con regole ferree e mi piaceva l’idea di andare a scoprire delle bolle nascoste ed esplorarle.

Ci sono chef stellati in Svezia? Famosi a livello mondiale, intendo…
Sì, abbiamo degli chef molto quotati. Björn Frantzén è stato il primo ad aprire un ristorante a 3 stelle, non so se sia famoso a livello mondiale ma so che è famosissimo in Giappone. Poi c’è Stefano Catenacci, ovviamente di origini italiane, che ha cucinato la cena della cerimonia del premio Nobel, ma non ci sono cuochi come Bourdain o Cracco.

Come mai ha scelto di introdurre nel libro la questione del genocidio, del cuoco che viene dall’Africa? Perché questo accenno a fatti politici che ricorda un po’ il tuo conterraneo illustre Henning Mankell?
Ho voluto introdurre questo personaggio con un passato molto difficile, molto pesante ‒ non voglio spoilerare ma c’è poi un personaggio che interagisce con lui e in qualche modo sfrutta questa esperienza traumatica per dei suoi obbiettivi personali. Ho voluto in realtà concentrarmi sul rapporto tra i due, sulla psicologia dei due più che sulla violenza subita. Quindi un passato così difficile mi serviva per questa indagine, volevo anche che questo personaggio avesse uno spessore, tant’è che sono andata in Ruanda a fare delle ricerche, non avrei potuto scriverne altrimenti, ho raccolto di persona le testimonianze.

Qual è la situazione in Svezia per quanto riguarda l’immigrazione?
In questo momento c’è un dibattito molto acceso, c’è una parte populista che vuole ridurre l’immigrazione e c’è invece un’altra parte che vuole aprire le frontiere, è una situazione molte pesante e tutto quello che sta accadendo in Medio Ooriente e in Siria influenza molto la nostra società e credo che andrebbe affrontata diversamente da come si è fatto finora.

Ti sei inserita nel movimento del giallo scandinavo che da almeno una decina d’anni è molto forte, cosa pensi di avere portato di nuovo, il tuo contributo quale è stato?
Credo di avere in qualche modo rinnovato il thriller e il giallo svedese rivelando aspetti della città di Stoccolma diversi da quelli tradizionali. E questo è anche il riscontro che sto avendo dai lettori, che si dicono sorpresi e apprezzano il fatto che il mio non sia il tipico romanzo giallo svedese.

Nel noir e nel giallo c’è una lunga tradizione di donne detective, da miss Marple in poi. Come inseriresti la tua protagonista in questo filone e cosa pensi che la renda particolare?
Ci sono altri personaggi che sono detective giornaliste, ad esempio l’Annika Bengtzon protagonista dei romanzi di Liza Marklund, ma Solveig è diversa è più contemporanea della detective giornalista, usa i social media ed è una reporter estremamente coraggiosa, che ama il rischio. Si identifica totalmente con la sua professione, il che la rende molto potente come giornalista, perché non ha paura di esporsi, ma allo stesso tempo la rende anche molto vulnerabile ma non le importa, la sua professione in fondo è l’unica cosa che ha.

Stockholm Confidential era ambientato nel mondo della moda, Il gusto di uccidere nel mondo dell’alta cucina: è una scelta, un caso o ti piace l’idea di ambientare i tuoi romanzi in mondi non alla portata di tutti?
No, non è assolutamente una coincidenza, mi affascinano questi mondi dove tutto è glamour, ma che nascondono un lato oscuro che il fruitore non vede. Ed è questo il lato che voglio raccontare, mostrare quello che non si vede ma c’è dietro le paillettes. Se questi ambienti fossero delle persone li potrei definire bipolari, o con sdoppiamento della personalità.

Tutti i tuoi personaggi, Solveig Lennie e gli altri, sono sostanzialmente molto antipatici, molto egoisti, ognuno vive per sé, tanto che Solveig perde anche l’unico amore della sua vita. Quanto c’è di tuo, della tua vita, in questi personaggi?
per fortuna niente! Anzi ho dei colleghi molto carini e simpatici, ma sono situazioni che comunque ho visto soprattutto nel mio lavoro precedente, per esempio quando c’è stata una ristrutturazione aziendale e c’era ovviamente della tensione: ecco, lì vengono fuori i lati meno simpatici delle persone. Siccome anche se sono personaggi inventati voglio che abbiano caratteristiche reali, ho enfatizzato alcuni di questi aspetti. Addirittura Solveig è completamente mancante di autostima, di fatto fa del suo lavoro qualcosa a cui aggrapparsi con tutte le sue forze, perché è l’unica cosa che ha e questo la rende in alcune situazioni, un personaggio ego riferito.

Ho una domanda che non c’entra assolutamente col libro ma me la porto dietro da anni: è vero che in Svezia usate i licheni per avere i denti così bianchi?
No, in realtà usiamo molto i dentisti e le tecniche di sbiancamento tradizionali, è una cosa che abbiamo mutuato dagli americani ed è molto in voga.

Ci sarà una terza avventura per Solveig?
Assolutamente sì, la sto scrivendo, ho un titolo provvisorio che è L’incubo ti sta inseguendo, uscirà in autunno in Svezia, si svolgerà nel mondo degli influencer.

I LIBRI DI HANNA LINDBERG



 

 

 

 
 
 
 
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