Intervista a Helder Macedo

Helder Macedo
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Helder Macedo è un sorridente settantacinquenne portoghese nato in Mozambico, le cui rughe nascondono una vita intensa, trascorsa tra Africa, Inghilterra, Portogallo. All'edizione 2010 del Pisabookfestival Macedo parla di Portogallo e letteratura, della sua conoscenza del maestro Josè Saramago, a cui lo unisce il profondo impegno politico, del suo essere stato scrittore e dissidente, delle sue origini africane che mai ha scordato. Mentre autografa romanzi mi avvicino e faccio cenno alla premurosa traduttrice che gli sta accanto che mi serve il suo aiuto per fare allo scrittore alcune brevi domande. Entrambi mi rispondono con estrema gentilezza e così comincio il mio piccolo viaggio alla scoperta di un maestro della letteratura portoghese contemporanea.
Sei vissuto negli anni della dittatura di Salazar, sei stato un giovane di idee antifasciste, per le quali fosti perseguitato dalla Pide, l’organo repressivo di polizia del regime e fosti costretto ad auto esiliarti a Londra. Dal tuo punto di vista e secondo la tua esperienza che ruolo ha la letteratura durante un regime dittatoriale?
La mia esperienza è un po’ particolare. Durante la dittatura di Salazar rifiutai di rimanere in Portogallo e di andare in guerra, scelsi la via dell’esilio volontario e mi trasferii in Inghilterra, a Londra, dove intrapresi la carriera giornalistica, prima e universitaria, poi. Di fatto io scrivevo in un paese libero ma questo mio scrivere in libertà in lingua portoghese significò non essere letto nella mia terra. La situazione dei miei colleghi connazionali rimasti in Portogallo è stata totalmente  diversa: non potendo esprimersi liberamente, dovevano tentare di “dire l’indicibile”, di raccontare quello che non si poteva dire. Per questo durante la dittatura si ha una fioritura di produzione in poesia che attraverso la metafora poteva rendere al meglio questo indicibile. L’unico, forse, che in prosa ha tentato di farlo è Josè Cardoso Pires, con il suo romanzo Il Delfino, che apparentemente sembra una storia senza nessuna verità nascosta mentre metaforicamente descrive la situazione sociale e politica del Portogallo dell’epoca e l’atmosfera di stagnamento che vi regnava.

 

Il tuo romanzo Pedro e Paula attraversa cinquant’anni di storia del Portogallo, gli anni cruciali del passaggio dalla dittatura alla democrazia. I personaggi sembrano essere, con le sfumature del loro carattere, metafora del tempo che stanno vivendo in una netta rappresentazione di poli opposti: l’uomo, nelle figure di Pedro e di suo padre Josè, incarna l’ipocrisia di chi asseconda il regime, Paula invece il dissenso. E’ un caso o no che il personaggio più positivo sia una donna?
La rivoluzione è quella che parte dal settore più oppresso della società: dalla rivolta degli oppressi, infatti, si liberano non solo gli oppressi ma anche gli oppressori stessi Per questo ho identificato in Paula questo principio, essendo la donna tradizionalmente figura sfruttata nella società di tutti i tempi. Da lei nasce l’inquietudine, la rivolta mentre gli uomini, oppressori, non producono nulla di nuovo. Fonte di questo romanzo è stato un testo dell’800 Esaù e Giacobbe di Joaquim Maria Machado de Assis: protagonisti sono due gemelli Pedro e Paulo, entrambi maschi, l’uno incarna l’antico regime, l’altro il nuovo. La figura femminile, in quest’opera, è esterna ai due, è innamorata di entrambi ma nello scegliere l’uno o l’altro muore. Ho trasformato questa idea nel romanzo eliminando la figura femminile come terzo e facendola diventare Paula, donna che non muore nell’indecisione ma si trasforma  e trasforma chi ha intorno con le sue decisioni.


L’amore, o meglio gli amori, raffigurati in Pedro e Paula sono relazioni intricate, difficili, a volte violente: sia quella tra i genitori dei due gemelli che tra i due gemelli stessi. Nel tuo romanzo Senza nome hai già preannunciato una figura femminile protagonista di amori complicati, con una doppia relazione dai risvolti morbosi. Questo “lato oscuro dell’amore” sembra essere una costante della tua produzione insomma…
Gli amori felici non esistono, se un amore è felice che amore è? Amare è uscire da sé stessi, andare in direzione dell’altro e diventare diverso, un’altra persona, come fa Paula che assume per sé questo rischio, perché amare è sempre, sempre molto pericoloso.


Hai cominciato la tua carriera scrivendo poesia, poi sei passato alla prosa. Se dovessi scegliere il 'tuo' genere, opteresti per romanzo o poesia?
Ho iniziato a scrivere da giovane, proprio con la poesia, poi mi sono avvicinato alla prosa e normalmente la preferisco: sento la poesia più legata alla fase giovanile, al bisogno di cercare una propria identità. Tuttavia in questi ultimi due anni ho ricominciato a scrivere poesia, dopo alcuni eventi luttuosi che mi hanno colpito, in particolare la morte di sei amici. Ciò  ha fatto sì che l’esigenza di scrivere poesia tornasse a farsi sentire come possibilità terapeutica: la poesia mi fa stare bene, mi fa reagire all’avvicinarsi della morte.


E come lettore cosa preferisci? Romanzi o poesia?
Preferisco la musica. Ascolto più musica rispetto a quello che leggo perché è la musica che alimenta la mia ispirazione. Se dovessi scegliere tra leggere poesia o leggere prosa, direi semplicemente che preferisco rileggere, perché solo alla seconda o terza lettura si legge a penetrare l’essenza del testo, sia esso indifferentemente prosa o poesia.

I libri di Helder Macedo

 

 

 

 
 
 
 
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