Intervista a Henry Marsh

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Il britannico Henry Marsh è una delle superstar della Neurochirurgia mondiale, per decenni una delle colonne dell’NHS, il glorioso servizio sanitario pubblico del Regno Unito, e oggi in pensione. Ora che sta vivendo gli ultimi anni della sua carriera è per lui il momento – oltre che di dedicarsi al suo hobby preferito, l’apicoltura – di fare il punto sulla sua vita di chirurgo, sul senso profondo del suo mestiere, sui suoi successi ma soprattutto sui suoi fallimenti. Ha raccontato tutto questo in un libro e per me è stato un onore incontrarlo in una soleggiata giornata invernale romana per ascoltare dalla sua viva voce dall’inconfondibile accento inglese le sue storie di dolore, anestesia, morte ma anche di speranza, salvezza e redenzione.




Nell’immaginario collettivo la Neurochirurgia ha qualcosa di magico, di sacro. Ti senti un chirurgo speciale e i neurochirurghi in genere sono chirurghi speciali?
Credo nella verità e nella sincerità, forse anche perché sono arrivato alla professione medica tardi, ho fatto altri lavori e prima ho studiato anche Filosofia. Mi sono sempre sentito un po’ un outsider, e soprattutto ho sempre detestato i medici tromboni e pieni di sé. Se i neurochirurghi sono diversi dagli altri chirurghi? Beh, ne ho conosciuti tanti, ovviamente, e posso dire che in media si tratta di persone modeste e consapevoli dei propri limiti: almeno quando sono tra di loro si comportano così. Noi neurochirurghi sappiamo bene che spesso non abbiamo successo quando operiamo, la storia della Neurochirurgia è costellata di disastri. Non che manchino del tutto gli arroganti, ma mi risulta siano la minoranza. Ogni medico lotta per trovare l’equilibrio tra l’empatia nei confronti dei pazienti e un doveroso distacco professionale: questo in Neurochirurgia è particolarmente un problema perché i pazienti sono molto problematici e hanno quasi sempre dei guai terribilmente seri. Tutti gli esseri umani – i medici, che ci crediate o no, sono esseri umani – cercano di evitare le esperienze dolorose e vi assicuro che essere empatici con un paziente grave è una cosa che fa provare dolore, perché devi soffrire con lui. È quindi molto difficile mantenersi umani e non cadere nella tentazione di assumere un atteggiamento troppo distaccato, algido o peggio di trattare i pazienti come una sorta di creature inferiori. Non dimentichiamo che spesso ci troviamo ad avere a che fare con persone il cui cervello è stato danneggiato in un modo tale da non poterli definire nemmeno più esseri umani completi: alcuni non parlano più, non vedono o hanno subito dei cambiamenti di personalità massici, il che solleva ulteriori problemi morali per il neurochirurgo nel rapporto con loro. Infatti sovente mi trovo ad avere rapporti soprattutto con i familiari dei pazienti, a parlare più con loro che con coloro che opero.

Parlando di comunicazione con i pazienti: soprattutto quando è il momento di comunicare una diagnosi qual è il giusto equilibrio tra ottimismo e realismo?
Vedi, uno dei problemi principali del comunicare con i pazienti o con i loro familiari è che dopo nessuno viene a darci un feedback sulla nostra modalità di comunicazione, nessuno viene a dirci se siamo stati bravi oppure no. Il che ci priva di una fondamentale possibilità di apprendimento e addestramento. Come facciamo ad imparare? Come fa un giovane medico alle prime armi a capire dove sbaglia? Tu non sai quasi mai cosa pensa il paziente del tuo modo di approcciarti a lui: e non solo perché mancano le occasioni di confronto e analisi su questo punto, ma anche perché il paziente ha troppa paura della sua situazione, troppa soggezione di te e si concentra soltanto sul modo di ingraziartisi, di trovare un appoggio in te. A meno che non si commetta un errore veramente marchiano, non ci arriva mai un commento, un’osservazione, una valutazione. Si impara quindi solo con l’esperienza, con gli anni di lavoro, usando anche le proprie esperienze di malattia e quelle dei propri congiunti.

È più difficile essere un chirurgo, un paziente o un familiare di un paziente? Tu ti sei trovato in tutte e tre le situazioni, perché tuo figlio William da bambino è stato operato di tumore al cervello e tu stesso hai subito una rottura della caviglia, un distacco della retina all’occhio sinistro e una rottura retinica a quello destro…
La parte in commedia più difficile da interpretare è quella del chirurgo nel caso in cui l’intervento sia andato male e quel tuo paziente – che prima dell’operazione stava tutto sommato abbastanza bene e conduceva una vita più o meno normale – ora giace menomato in un letto del tuo reparto. Per colpa tua. E quando fai il giro del reparto vedi quel paziente ridotto così e magari devi parlare con lui o i suoi pazienti, affrontare quegli sguardi, quei silenzi. La parte più facile è quella del chirurgo in azione, in sala operatoria, ben concentrato sul suo compito: lì vivi solo il presente, vedi solo il punto su cui stai lavorando. Sì, puoi essere ansioso, puoi essere euforico, puoi subire un certo stress ma se sai cosa fare e cosa non fare il tuo compito è relativamente facile. Il momento difficile viene dopo, se sei un medico e non un meccanico. Se tu dovessi pensare solo ad operare, senza più avere rapporti con i pazienti, andrebbe tutto liscio, senza quasi tensioni. Ma la maggior parte dei chirurghi per fortuna non si comporta come meccanici, ma come medici. Fare questa professione porta con sé gratificazioni straordinarie: mi capita spesso di asportare tumori che hanno tolto la vista ai pazienti e quando si svegliano queste persone sono di nuovo in grado di vedere, ti immagini la loro gioia? Nel mio libro Primo non nuocere racconto il caso di un’operazione simile su una donna in gravidanza: abbiamo fatto nascere il suo bambino e le abbiamo ridato la vista, una esperienza meravigliosa. Ma il trionfo non ha senso se non lo si misura con il fallimento, trionfo e fallimento in Chirurgia vanno sempre di pari passo e questa è una cosa che dobbiamo accettare. Nel mio libro ovviamente mi concentro più sui fallimenti, a che servirebbe parlare della parte facile del mio lavoro elencando i miei successi, se non a gonfiare il mio ego? Odio i chirurghi che si prendono il merito dei loro successi ma non la colpa dei loro fallimenti. Ne vedo parecchi ai congressi internazionali, soprattutto negli Stati Uniti, di colleghi così: parlano alla platea adorante dei loro successi, senza nemmeno una parola sulle sconfitte e sui fallimenti che pure ovviamente ci sono. Sarà forse per questo che poi tanti altri colleghi americani si congratulano sempre con me per il coraggio con cui parlo dei momenti difficili della nostra professione.

La Neurochirurgia, assieme all’Ostetricia, è senza dubbio la specialità medica più colpita dal fenomeno della cosiddetta “medicina difensiva”: come se ne esce e com’è la situazione in Gran Bretagna?
Le denunce per i chirurghi sono ormai pane quotidiano e ci sono anche casi di condanne al carcere per errore medico, il contenzioso è in vertiginoso aumento, potremmo dire che il comparto delle azioni legali per danni da chirurgia muove milioni di sterline l’anno. Esercitare privatamente la Neurochirurgia in Gran Bretagna è sostanzialmente impossibile, perché sostenere le spese assicurative per malpractice è decisamente troppo costoso. Naturalmente questo stato di cose spinge tanti medici a praticare quella che chiamiamo la medicina difensiva, cioè la pratica di prescrivere indagini diagnostiche o misure terapeutiche non solo per assicurare la salute del paziente ma anche come garanzia per evitare responsabilità medico-legali, che fa schizzare in alto la spesa sanitaria. Il sistema giudiziario britannico inoltre fa sì che il 40% dell’indennizzo eventualmente ricevuto da un paziente per un danno medico riconosciuto debba andare in spese legali, il che genera un vero e proprio indotto che naturalmente fa gola a molti professionisti del settore. Non ho una risposta in tasca su come risolvere questo enorme problema, ma posso raccontare la mia esperienza di neurochirurgo senior in Emergenza: quando non ero di guardia io comunque mi telefonavano i colleghi giovani per sapere cosa fare. Ora, in Emergenza gli interventi neurochirurgici sono tutto sommato semplici, vediamo praticamente solo traumi cranici o vertebrali e ictus. Il problema quindi non sta nella natura tecnica degli interventi, l’unico vero dubbio è sull’opportunità o meno di intervenire chirurgicamente: sappiamo che se operiamo il paziente, costui avrà forse una chance di salvarsi ma resterà menomato più o meno gravemente, sappiamo che se non operiamo il paziente quasi sempre morirà. Il chirurgo che decide – cioè in quel caso io – deve valutare se il paziente ha probabilità significative di salvarsi, se avrà una qualità di vita decente in caso di successo dell’intervento. D’accordo, ti mandano via email le TC del cranio o della colonna, ma prendere una decisione del genere al telefono mentre magari sei al supermercato o a casa davanti alla tv è terribile. Sei come un imperatore romano: pollice su e il paziente viene operato e tu te ne vai a dormire, pollice giù e il paziente viene lasciato morire ...e tu non ci vai a dormire, perché sei terribilmente preoccupato di aver commesso un errore. Aggiungete a questo l’ansia di essere querelato, rovinato economicamente e magari anche messo in galera e avrete un quadretto tutt’altro che rassicurante: il risultato è che i chirurghi sono spinti a fare sempre di più, perché è difficile citare in giudizio un chirurgo perché ha fatto troppo, che le ha provate tutte, casomai denunci uno che secondo te ha fatto troppo poco. E così in Gran Bretagna oggi le stime parlano di decine di migliaia di pazienti in stato vegetativo per una Neurochirurgia troppo interventista: l’eccesso di trattamento, l’overtreatment, è un problema enorme oggi, in particolare nei sistemi sanitari più idioti – o più idioti secondo me – come quello statunitense, in cui si registra una spesa sanitaria gigantesca anche per questo approccio cautelativo.

È vero che odi gli ospedali dal punto di vista estetico, malgrado tu ci abbia vissuto quasi tutta la tua vita?
Sì! L’Architettura è sempre stata una passione della mia famiglia, mia sorella è un architetto di fama, tra l’altro. E da appassionato dell’argomento, posso dire di aver sempre pensato che gli ospedali assomigliano troppo alle carceri. La mia seconda moglie soffre di morbo di Crohn, ha purtroppo frequentato numerosi ospedali e mi ha fatto notare una cosa: ai pazienti ricoverati tutti consigliano di riposare, ma in ospedale sembra che tutti facciano di tutto per disturbare il riposo dei pazienti con rumori, ritmi, orari assurdi. È come se gli ospedali fossero progettati strutturalmente e gestiti per andare incontro alle esigenze di ogni tipo di personale ma mai dei pazienti. Ricordiamoci che noi diamo una forma agli edifici, ma poi sono loro che ci plasmano.

A leggere il libro, sembra che il vero, grande problema del NHS sia di natura logistica: questa costante, angosciosa ricerca di un letto libero…
L’NHS attraversa una grave crisi finanziaria, nessun governo si prende la responsabilità di alzare le tasse per sostenere un sistema sanitario universalistico di elevata qualità, anzi la tendenza è opposta. Confrontando la spesa sanitaria della Gran Bretagna con quella di tutti gli altri Paesi europei, si nota che spendiamo relativamente poco per l’NHS. Inoltre abbiamo molti meno medici per mille abitanti che altrove, con l’eccezione forse della Romania e di qualche altro Paese dell’Est Europa. Abbiamo 2,7 medici x 1000 abitanti, voi in Italia per fare un esempio ne avete 6, se non sbaglio. È un sistema economico, il nostro, costa poco: ma le risorse ormai sono davvero stiracchiate ed ecco perché si perde tutto quel dannatissimo tempo alla ricerca di un dannatissimo letto quando mi serve di ricoverare un paziente. I decisori politici britannici ogni tanto si mettono in testa che qualche nuovo software gestionale potrebbe servire a trovare miracolosamente la quadratura del cerchio, ma non è così purtroppo, e l’unica cosa che si è ottenuta è far perdere la passione a tanti medici e spingere persino gli “junior doctors” a indire uno sciopero, segno di grande scontento e malessere. Detto questo continuo ad essere uno strenuo sostenitore della Sanità pubblica e universalistica e un fiero avversario della Medicina commerciale.

Il tuo lavoro di ambulatorio e sala operatoria a Kiev è stato oggetto persino di un film della BBC, The English Surgeon del 2007. Cosa ti è rimasto dell’esperienza in Ucraina?
Sono ventitré, quasi ventiquattro anni che ci vado e continuo ad andarci, la settimana prossima per esempio sarò lì ad operare. In questi anni ce ne sono stati tanti, di cambiamenti. È un Paese importante, anche se nel 1992 quando andai la prima volta la gente in Inghilterra nemmeno sapeva dove si trovasse esattamente. Ha una storia antica, ricca, tragica: fa da cerniera tra l’Europa e la Russia e ha un ruolo nevralgico sullo scacchiere mondiale. Quello che sta succedendo ultimamente è veramente triste, mi pare che si stia tornando indietro nella storia, che il Paese stia precipitando nel dramma come è già successo tante volte in passato.

C’è un paziente che più degli altri ti è rimasto stampato nella memoria?
Ti restano impressi nella memoria soprattutto i primi grandi successi di quando eri un giovane medico, i primi casi. Anche se in realtà si trattava di banalità, rispetto a quello che hai affrontato in seguito durante la tua carriera. Mi ricordo che nel 1982 mi trovai a fare un intervento d’emergenza su un bambino di sei anni che aveva subito un trauma cranico e al quale era stata fatta una diagnosi sbagliata. Io per fortuna mi accorsi di cosa gli stava succedendo, lo operai e gli salvai la vita. Era un’operazione banale, la semplice rimozione di un coagulo di sangue, ma per il chirurgo alle prime armi che ero allora fu un grande, indimenticabile successo. Ma ricordo però molto di più i miei errori, i miei fallimenti. Non ho rimpianti come neurochirurgo, ma adesso che sono arrivato alla fine della mia carriera avverto fortemente il bisogno, il dovere morale di formare più giovani colleghi possibile affinché loro possano evitare gli errori che ho commesso io: ogni medico per essere un buon medico deve essere un buon collega. Il chirurgo non deve essere un eroe solitario, ma un professionista capace di lavorare in team e di trarre profitto dalle abilità dei suoi compagni di reparto. Non sono credente, non credo a una vita dopo la morte, ma se mi sbaglio e un giorno mi troverò davanti a Dio per il giudizio e lui mi rinfaccerà tutti i pazienti che per errore ho storpiato, accecato o ucciso io gli parlerò del balcone fiorito che ho fatto allestire e ho curato personalmente nel mio reparto in ospedale. Nessuno ci aveva mai pensato: è costato tanti soldi e tanta fatica, ma è uno spazio in cui pazienti e personale possono passare un po’ di tempo fra i fiori, le piante verdi e persino gli alberi e trovare un po’ di pace e di bellezza. Tutti lo amano e io ne vado particolarmente orgoglioso. Mi piace pensare che Dio, quando gli racconterò di quel balcone fiorito, ci penserà un po’ su e poi avrà pietà della mia anima.


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