Intervista a Hugh Barker

Hugh Barker
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Co-autore con Yuval Taylor del saggio Musica di Plastica edito da ISBN, Hugh Barker si concede con molta disponibilità a una breve intervista per Mangialibri prima di affrontare il pubblico che lo attende tra gli arredi futuristici e le sedute di carta dello Spazio Astoria (ex cinema pornografico). Mentre il dj effettua il soundcheck, come due amici ritrovatisi per caso sul marciapiede di viale Monte Nero iniziamo la nostra chiacchierata. 

Da dove nasce l’idea di scrivere Musica di Plastica, saggio che indaga la musica moderna alla ricerca dell’autenticità?
A vent’anni sono stato un musicista, ora ho cambiato carriera e mi ritrovo a fare altro, lavorando nell’editoria. Tuttavia riguardando a quegli anni vedevo regole artificiali che dicevano agli artisti e ai musicisti quello che serviva per apparire autentici e reali, così ho deciso di scrivere un testo su questa tematica.
 
Qual è stata la reazione del pubblico e quale quella dell’ambiente discografico alla pubblicazione del libro?
Beh, il pubblico ha reagito in maniera differente a seconda dei propri gusti musicali, comunque credo che io e Taylor siamo riusciti ad accontentare proprio tutti, poiché in un’opera così ampia ogni lettore ha potuto trovare riferimenti a quello a cui era interessato: spaziando dal blues, al folk, al rock, passando per la disco, il punk e arrivando ad analizzare il grunge abbiamo dato molti input e approfondimenti che hanno piacevolmente coinvolto qualsiasi tipo di lettore. Devo dire che anche la reazione dell’industria discografica è stata buona e ha mostrato interesse per l’opera.
 
Pensi che il concetto di “longevità artistica” possa coincidere con quello di autenticità?
Dipende a che tipo di artista guardiamo, certo in passato – parlo ad esempio degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso – la carriera di un artista era segnata da un percorso musicale molto più omogeneo, difficilmente un autore blues o country passava da un genere ad un altro, ma rimaneva fedele al proprio. Va detto però che in tempi più recenti e a partire in genere dagli inizi degli anni settanta, artisti come David Bowie si sono trovati di fronte ad una prospettiva di carriera molto più lunga e quindi in questo caso una sorta di cambiamento, di compromesso con i gusti del tempo, si è dovuto affrontare, ma questo non vuol dire rinunciare alla propria autenticità.
 
Mentre le band attuali secondo te vivono ancora il problema dell’autenticità oppure si è spostato tutto sul piano del profitto?
Credo sia sbagliato guardare al profitto economico come una problematica dell’industria discografica recente, la questione monetaria è sempre stata presente sin dagli inizi, in fondo qualsiasi mercato deve portare a un fatturato. Comunque non credo che la musica attuale sia priva di autenticità, basta guardare alla vita dei rapper, alle loro canzoni spesso ricche di materiale autobiografico, oppure al caso recente di Amy Winehouse che, nel bene o nel male, ha portato sulla scena tutto di sé, includendo anche parte della propria vita privata.
 
Dato che sei laureato in Filosofia volevo approfittarne per chiederti se ci sono stati influssi di pensatori come Walter Benjamin - autore de L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica - il quale esprime spesso all’interno dei sui testi riflessioni sull’avvento della produzione di massa e la perdita dell’autenticità...
Beh, essendomi formato prevalentemente sui filosofi analitici della tradizione americana, devo ammettere che purtroppo non conosco le opere di questo autore. Comunque, come hai potuto leggere nel testo, le stesse idee sono alla base del pensiero di Miles Orvell. In effetti l’avvento delle tecniche di produzione moderna, della serializzazione, hanno fatto perdere molto dell’autenticità di un tempo.
 
Il libro si apre - e nel corso dell’opera troviamo ulteriori riferimenti - alla carriera artistica, la vita e il triste epilogo che ha portato alla morte Kurt Cobain: artista che, anziché tradire se stesso e i propri fan, ha preferito suicidarsi. Come consideri invece il percorso artistico di Jeff Buckley?
In effetti anche Jeff Buckley ha dimostrato una profonda purezza in tutto ciò che ha fatto, certamente non è mai venuto meno alla sua autenticità, rimanendo sincero con se stesso e il suo pubblico. Va detto però che c’è un alone di mistero intorno alla sua morte, dovuta all’annegamento, mentre per Kurt Cobain è stato decisamente più plateale e di impatto, un gesto estremo che ha lo stesso valore di una denuncia. Se pensiamo anche alla sua lettera di addio, beh è tutto molto chiaro e esplicito, forse per questo mi è sembrato un esempio migliore e di più facile approccio al lettore. 
 
I libri di Hugh Barker

 

 

 

 
 
 
 
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