Intervista a Irene Vilar

Irene Vilar
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Irene ha subito quindici aborti in quindici anni. Sì, avete letto bene, quindici aborti in quindici anni di rapporto con un uomo molto più grande di lei che le imponeva di non avere figli: lei - seppure succube della personalità del marito - faceva di tutto per rimanere incinta, per poi rinunciare alla maternità. Ancora, e ancora e ancora in una spirale di autodistruzione. Oggi che è madre di due figlie e fa la editor alla Texas Tech University Press e l'agente letterario presso la Vilar Creative Agency e la Ray-Gude Mertin Literary Agency, ha deciso di raccontare la sua esperienza in un libro.

Un aborto è sempre una tragedia, da qualsiasi prospettiva lo si veda. Chi si approccia alla tua storia non può fare a meno di chiedersi: perché andare in cerca di questo dolore ancora e ancora e ancora?
Nella mia vita l’aborto rappresenta senza dubbio un elemento di tragedia e di autodistruzione. Ma non sono d’accordo che lo sia in sé e per sé. Nel mio caso sì, è un percorso terribile che nasce dal senso di rifugio, potere, fortuna e conforto che la gravidanza mi dava e che ogni volta mi permetteva di superare il senso di disperazione e inadeguatezza che mi veniva dal mio passato, dalla mia difficile storia familiare. Ma ben presto quella sensazione positiva veniva sostituita dal panico di perdere mio marito e di diventare madre davvero. Quel panico cancellava qualsiasi positività e mi scaraventava nella depressione, fino all’aborto. E lentamente si è creato un ciclo, un circolo vizioso che mi ha dato dipendenza fino a portare a 15 aborti in 15 anni.

 

Cosa pensano le donne del tuo libro Scritto col mio sangue? Che reazioni ti aspettavi da loro e che reazioni hai ricevuto?
Mi aspettavo reazioni molto negative, e sono arrivate. Sapevo anche chi ci sarebbero voluti anni per ottenere la pubblicazione del libro, e così è stato. Ma non ho rinunciato a dare il mio messaggio, perché volevo spezzare questa negatività. Sapevo che non sarei mai potuta passare attraverso la cultura popolare e che avevo bisogno della cultura accademica – speravo persino che il mio testo venisse adottato nelle facoltà universitarie e così è stato per fortuna. Quando si supera la fase del racconto della patologia e si legge il resto del libro analizzandolo a fondo si ha il quadro completo di ciò che ho scritto: a tutt’oggi non ho avuto nessuna reazione negativa da parte di persone che abbiano effettivamente letto il libro, ma solo da parte di persone che ne hanno sentito parlare in tv o sui giornali o su Internet o dal passaparola.

 

E reazioni politiche? Immagino che le organizzazioni antiabortiste non siano per nulla contente… A proposito, hai paura della reazione di qualche psicopatico o di qualche stalker?
Ci sono state reazioni politiche molto violente all’uscita del libro, sono stati creati numerosi blog contro di me che contengono commenti dai toni molto minacciosi, ma per fortuna non mi è capitato nulla di grave o di eclatante finora! Invece il movimento Pro-Choice è stato in disparte, non ha preso le mie difese – forse perché temeva che la mia storia potesse essere usata da chi è contrario all’aborto per dire “Lo vedete che succede a lasciare libere le donne di abortire?” e a chiedere leggi più severe. Io per conto mio volevo semplicemente raccontare la mia storia, attirando l’attenzione su importanti questioni riguardanti la salute riproduttiva, questioni che spesso non sono affrontate con la serietà che meritano.

 

Ora che sei mamma di due bellissime bambine, cosa pensi di quello che ti diceva il tuo ex marito, il professor Pedro Cuperman? Davvero i figli sono incompatibili con la libertà?
No, assolutamente! È solo un mito. Certo gestire un’attività professionale di alto livello con una doppia maternità presenta qualche problema… donne, volete un consiglio? Non siate mai divise a metà, dovete sempre essere complete, presenti al 100% in ogni aspetto e in ogni momento della giornata e della vita, organizzandovi la giornata di conseguenza. I primi due anni di vita dei bambini bisogna che siate madri a tempo pieno sacrificando il lavoro – naturalmente se la vostra situazione economica ve lo permette (ma anche qui si può cercare di intervenire tagliando certe spese per compensare il break lavorativo) – poi tornerete a conciliare professione e maternità: la vita è lunga, ci sono anni consacrati al lavoro e anni dedicati alla famiglia, l’importante è che quando scegli di essere madre lo sei con tutta te stessa. Io per esempio seguo i miei figli a casa anche nello studio (negli usa si può) e lavoro di notte: chi ci va di mezzo è mio marito, ma del resto lo avevamo deciso prima di avere figli e lo avevamo deciso insieme. Il problema è che dalla nostra società arriva il messaggio di una dicotomia tra lavoro e maternità, è diffuso il pregiudizio che la genitorialità sia una prigione, che ci blocchi. Invece è un lavoro creativo, una professione stupenda e complessa da affrontare con personalità e grinta. Non si fa il genitore di default…

I libri di Irene Vilar

 

 

 

 
 
 
 
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