Intervista a Isaac Rosa

Isaac Rosa
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Isaac è nato a Siviglia nel 1974. Editorialista, scrittore e drammaturgo, si propone come uno degli autori giovani più promettenti del panorama letterario spagnolo. La sua visione critica e tagliente della società moderna lo contraddistingue e lo rende una voce fuori dal coro, interessante e mai scontata. Con i suoi libri ci ricorda, risparmiandoci grazie al Cielo sociologie d'accatto, che la modernità alla quale ci siamo abituati è anche sinonimo di trappola psicologica, di approvazione della violenza, di ricerca ossessiva di una protezione a doppio taglio - in grado di difenderci e indebolirci allo stesso tempo. Lo abbiamo sentito via mail per voi.

Pensi che i mezzi di comunicazione che ci propongono fiction, film, libri, incentrati sulla paura rispondano ad un bisogno del pubblico (soddisfino cioè un’esigenza come fosse un prodotto commerciale) o siano uno strumento sociale per mantenere alta la guardia nei confronti del “diverso”?
La paura oggi significa molte cose, e tutte hanno a che fare con la sua presenza nella fiction e nei media. La paura è da una parte un’ideologia, la vera ideologia del sistema. D’altra parte, per quanto possa sembrare paradossale, la paura è un fattore di coesione sociale: condividiamo le nostre paure, ci riconosciamo nella paura degli altri, ci riuniamo –lasciando fuori quelli che formano le “classi pericolose”- per giunta la paura ci dissuade dal cercare di fare qualsiasi cosa che possa alterare lo stato di cose presente. Infine, la paura è una merce, un prodotto con i propri consumatori, anche se bisognerebbe verificare se è la domanda a produrre l’offerta o, come afferma la legge di Say, è l’offerta a generare la domanda.


Carlos del tuo Il paese della paura è una persona debole, che non vuole affrontare le situazioni. Si barrica in casa, l’unico luogo che sembra tranquillizzarlo, anche se non sempre. Credi che sia un atteggiamento tipico di chi vive nelle grandi metropoli?
Uno dei temi di fondo del romanzo, che mi interessa particolarmente, è la tensione fra lo spazio pubblico e lo spazio privato nelle città, soprattutto le grandi città. Poiché una parte dei cittadini si rifugia nello spazio privato –la casa, il quartiere satellite, l’ufficio, il centro commerciale, la palestra- inteso come luogo sicuro, ed evita lo spazio pubblico –la strada e tutti quei luoghi che non sono di nessuno e sono di tutti- perché lo considera pericoloso, di modo che quello spazio pubblico, abbandonato, si degrada e finisce per diventare effettivamente pericoloso. É un tipo di agorafobia urbana molto classista, dato che possono permettersela solo coloro che hanno i mezzi per rifugiarsi nello spazio privato. Carlos soffre di questa agorafobia, può permettersela, perciò si rinchiude. L’esterno viene da lui percepito come insicuro in confronto all’interno che considera sicuro, fino al momento in cui quell’esterno minaccia di introdursi nel suo interno.

 

In questo romanzo i rapporti sociali sono quasi assenti. Gli unici incontri riguardano pranzi di famiglia con la sorella e il cognato. C’è sempre e comunque una maschera che copre il reale pensiero di Carlos. Anche questa è una caratteristica tipica della nostra società moderna?
Si tratta di una società individualista, in cui le relazioni sociali si degradano, e in cui vengono meno i vincoli di fiducia e solidarietà. É per questo che Carlos non chiede aiuto a nessuno, né alla sua famiglia né alle istituzioni. É per questo individualismo, che ci fa credere che la salvezza può solo essere individuale –“si salvi chi può”-, dagli “altri” non ci possiamo attendere aiuto, al contrario, li percepiamo come una minaccia, dato che siamo tutti in competizione per le stesse risorse e lo stesso spazio, entrambi sempre più limitati e deteriorati.

 

Il profilo di Sara è descritto in modo quasi marginale, anche se il suo lato oscuro sembra prevalere sulle sue sicurezze. E’ corretto dire che in questo caso la parte più debole sembra essere quella maschile? Sembra quasi che se fosse stata lei a dover prendere le decisioni ed agire, tutto si sarebbe risolto molto prima e per il meglio...
Tra le altre paure, Carlos ha paura di sua moglie, che lei scopra nelle sue debolezze, che sappia che lui non è all’altezza, che sta la sua famiglia esponendo a dei pericoli, che non è in grado di proteggerla. Una delle paure di Carlos, nella sua debolezza, è di non riuscire a ottemperare a quello che la società si aspetta da un uomo, da un maschio: essere forte, proteggere la propria moglie e il proprio figlio, affrontare le minacce e sconfiggerle.

 

Il gusto sadico del dolore sembra attirare Carlos e fargli rimandare l’appuntamento con il gruppo di giovani delinquenti. Pensi che la morbosità sia un’altra caratteristica tipica dei nostri giorni e che i mezzi di informazioni la usino per attirarci?
C’è una componente morbosa, di dipendenza, in tutto ciò che ha a che fare con la paura, l’insicurezza, la delinquenza. È da lì che proviene il successo della cronaca, un tipo di informazione che oggigiorno ha invaso tutto il giornalismo. In ogni caso, non credo che in Carlos ci sia una componente morbosa o sadica.

 

Cosa ti ha spinto a scrivere un romanzo incentrato sulla paura? A vincere le tue paure? A mostrare al lettore i meccanismi del mondo in cui vive?
La scrittura de Il paese della paura non è stata una forma di terapia per combattere le mie paure, o qualcosa del genere. Non è nemmeno un libro di auto-aiuto, non offre soluzioni né rimedi per combatterle. Cerca piuttosto di essere uno spazio per la riflessione, un contributo a un dibattito, quello sulla cosiddetta società della paura, un invito a pensare la paura, perché la proviamo, perché ci sentiamo insicuri, chi trae dei vantaggi dalla nostra paura, etc. E parte dalla convinzione che il romanzo è un mezzo privilegiato per questo tipo di riflessioni, in quanto consente al lettore di pensare la paura nello stesso momento in cui la prova.

 

Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione sia come lettore sia come autore?
Sono molti. In generale mi interessano autori che propongono un tipo di letteratura che potremmo chiamare “esigente”, senza che questo “esigenti” significhi oscuri, né sperimentali, o di difficile lettura. Parlo di essere esigenti da un punto di vista formale, del linguaggio, ovviamente, ma anche da un punto di vista etico, ed esigenti con i lettori, non semplificare le cose. Se devo citare qualcuno che mi ha particolarmente interessato come lettore, forse la Virginia Woolf di romanzi come Gita al faro.

 

Come giudichi la scena letteraria spagnola di oggi?
C’è un po’ di tutto, e naturalmente ci sono autori che trovo molto interessanti. Però in generale credo che stiamo (io compreso, chiaramente) scrivendo una pagina mediocre nella storia della letteratura, e non credo che di questi anni resteranno grandi nomi o grandi opere. Per quanto riguarda le tematiche affrontate, e con le dovute eccezioni, credo si tratti di una narrativa che fa parte di ciò che alcuni sociologi chiamano “conflittofobia”, la fuga dal conflitto; una narrativa che evita di guardare le zone più oscure del nostro tempo.
 

I libri di Isaac Rosa

 

 

 

 
 
 
 
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