Intervista a Ito Ogawa

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Misurata: non c’è termine migliore per indicare Ito Ogawa, la 39enne autrice giapponese vincitrice del Premio Bancarella della Cucina 2011 e seguita ormai da un nutrito stuolo di lettori a ogni suo libro. Scrittrice di storie e canzoni per ragazzi oltre che di racconti brevi, la Ogawa ha sfondato nel 2010 con la storia di Ringo, una ragazza disoccupata costretta a lasciare la città e capace di inventare una riuscita attività di ristorazione nel suo villaggio d’origine: un ristorante da una coppia al giorno, in cui il cliente viene coccolato e servito in modo speciale, tenendo conto del suo carattere e dei suoi gusti. A Milano ha presentato la sua seconda opera di narrativa, e in questa circostanza ha risposto alle nostre domande e conversato con noi grazie all’indispensabile aiuto del suo traduttore, Gianluca Coci. Semplice e ordinata, capelli corti scuri e corporatura minuta, la Ogawa risponde con la flemma tipica degli orientali e, su richiesta, anticipa qualcosa sui suoi prossimi libri. Un’intervista resa più ghiotta da qualche interessante dettaglio sulla cucina giapponese.




La prima domanda è d’obbligo: ti piace cucinare?
Sì, è un amore che mi ha trasmesso mia nonna: stavo ore incantata a guardarla mentre faceva da mangiare.

Quali studi hai intrapreso?
Ho una formazione classica e all’università ho scelto letteratura giapponese antica. I quegli anni ho iniziato a occuparmi del Kojiki, il primo documento scritto sulla storia del Giappone. Semplificando, si tratta di tre libri che raccolgono tante storie sulla mitologia e il passato del mio paese. Da quelle letture ho maturato l’interesse a fare ricerca sui legami del cibo con la divinità, la sessualità e, quindi, la fertilità.

Quando hai iniziato a scrivere e quando, invece, a cucinare?
Da ragazzina tenevo un diario e scrivere mi è sempre piaciuto, poi verso i 24 anni mi sono dedicata ai racconti brevi, prima solo per adulti, poi anche quelli per bambini. L’arte culinaria mi è sempre interessata, ma ho imparato a cucinare solo quando sono andata via da casa: convivevo con il mio ragazzo di allora ed ero io a occuparmi della tavola.

Ti mantieni con un altro impiego, per fare la scrittrice?
Redigo articoli presso un’azienda che lavora per una casa editrice. In Giappone molte professioni nell’ambito della comunicazione hanno una struttura diverse dalle vostre; per farti capire meglio aggiungo che il mio lavoro è simile a quello del giornalista, volendo trovare un corrispondente tra i lavori italiani.

Altre passioni che coltivi?
Mi piacciono moltissimo le lunghe passeggiate senza meta.

Hai mai sognato di aprire un ristorante anche tu, come la protagonista del tuo primo romanzo?
No. Anche se la cucina è il mio hobby preferito, non ho mai provato a fare la cuoca a livello professionale.

Esiste davvero il ristorante del libro, da qualche parte?
Solo nella mia fantasia e in quelle di chi mi legge! Però dopo aver scritto Il ristorante dell’amore ritrovato ho scoperto tante piccole realtà simili, sparse in località remote del Giappone. Locande da pochissimi clienti al giorno, che vengono trattati con la massima cura, soddisfacendo ogni loro desiderio. Culinario e di benessere.

Sarà che noi italiani tendiamo a essere piuttosto focosi, ma non ho mai sentito di nessuna coppia che si è lasciata mangiando con gusto. In Giappone una cena può davvero rendere un distacco più digeribile come nel tuo ultimo libro?
Penso sia impossibile anche da noi, ma è un mio ideale. Forse una separazione in circostanze allegre sarebbe di buon auspicio per la vita successiva.

I ritmi moderni e l’aumento delle attività per il tempo libero stanno portando alla perdita di tanti piatti che richiedono pratica e pazienza. Il tuo libro potrebbe riaccendere la voglia di cucinare e forse potrebbe addirittura aiutare chi soffre di disturbi alimentari. Anche in Giappone ci sono questi problemi?
Vedo sempre più fast food, mentre, al supermercato, i piatti pronti spopolano. Anoressia e bulimia sono molto diffuse soprattutto tra le ragazzine. La situazione non è migliore che nel resto del mondo, insomma. Mi rende felice pensare di poter favorire la riscoperta del mangiare bene con i miei scritti. In questo senso trovo che pure il movimento slow food stia facendo un lavoro molto valido.

L’ambiente è uno dei connotati più forti dei tuoi libri, pensi di uscire dalla suggestiva atmosfera del Giappone con i tuoi prossimi lavori?
Sì. Negli ultimi tre anni ho viaggiato molto e raccolto tanti stimoli. Mi sono appassionata ha molti dei posti che ho visto e desidero utilizzare questo bagaglio per nuovi progetti.

Dove sei stata? Puoi anticiparci di quali località vorresti scrivere?
Sono stata in Canada e in Alaska, poi in Europa, in Italia, Francia e Germania e anche in Mongolia. Luoghi favolosi e grandi tradizioni culinarie. Nei miei prossimi lavori ci sarà sicuramente l’Italia; la varietà di sapori del vostro paese mi ha colpito: ho trovato tanto di più di quello che conosciamo dall’estero. In Francia ho apprezzato un altro grande patrimonio di sapori che mi ha ispirato in modo particolare e anche in Germania, dove soggiorno attualmente.

Le pietanze descritte nei tuoi racconti sembrano richiedere preparazioni molto accurate, anche se gli ingredienti sono semplici e digeribili. Quanto tempo impiegate a preparare un pranzo, in Giappone?
Dipende. Alcuni piatti richiedono anche un giorno di riposo tra una fase e l’altra. Per un menù semplice, con una portata principale a base di pesce e un accompagnamento di riso bollito, bastano una o due ore. Sono però convinta che non si dovrebbe scegliere una ricetta guardando al tempo di preparazione. Dedicare attenzione e pazienza ai fornelli è un gesto quotidiano di grande valore, una necessità assoluta per prendersi cura di noi stessi e delle nostre famiglie.

Cosa pensi, dunque, dei fast food?
Il rito del cibo si riduce a puro consumo, si perdono le qualità preziose che può darci un buon pasto. Impiegare del tempo a cucinare aiuta a bilanciare l’alimentazione e l’equilibrio alimentare è fondamentale per arrivare a quello dell'essere.

Uno dei racconti de La cena degli addii affronta temi molto seri, pur essendo l’unico che possiamo definire comico. Mi riferisco a Ultima cena con maiale, la storia di due amanti che si recano a Parigi per suicidarsi, ma prima mangiano l’impossibile in vari ristoranti rinomati. Un racconto che colpisce, se non altro perché uno dei due protagonisti, Porc, è un maiale. Che reazioni ha suscitato nel tuo Paese?
In Giappone ci sono state opinioni controverse: aspre polemiche o totale apprezzamento. Del resto, il tema principale tocca in modo particolare il Giappone. Parlo del suicidio, una vera piaga da noi. E anche l’altro argomento in gioco, l’omosessualità, non è dei più facili. Decidere di affrontare temi drammatici in chiave ironica, cercando di far sorridere il lettore, è una scelta che non tutti condividono. Mi piace il fatto che i due protagonisti rimangano comici fino all’ultimo soffio di vita, creando leggerezza in un momento molto critico: il racconto è stato scritto subito dopo il terremoto di Fukushima.

A quale dei sette racconti de La cena degli addii ti senti più legata?
A quello intitolato Il misoshiru di Koc-Chan, perché è tratto da una storia vera. Tempo addietro ho sentito parlare di una madre ammalata che prima di morire a voluto insegnare alla figlia piccola a cucinare il misoshiru, una laboriosa zuppa di miso a base di pesce e riso, affinché il marito non dovesse mai trovarsi senza al risveglio. Ho provato un’emozione molto forte immaginando l’impegno di quella bimba e spero di averla saputa trasmettere nel racconto.

Il misoshiru, lo descrivi molto bene nel racconto, è una pietanza salata e ricca. Da voi si mangia a colazione, che è un pasto completo, molto più elaborato di quella che consumiamo in Italia. Cosa mangi al risveglio?
Di solito mi preparo una colazione tradizionale: riso bianco bollito, zuppa di miso e natto. Quest’ultimo è un prodotto della fermentazione della soia, molto proteico e saporito. Lo mangiamo a colazione perché è sano e ricco di proteine, ma ha un odore molto forte e dubito che un europeo potrebbe apprezzarlo, di prima mattina. A volte lo sostituisco con del tofu, che è molto più delicato, non essendo fermentato.

Ultima domanda: quali sono i tuoi cibi preferiti? Puoi dirne anche un italiano?
Il generale, il mio ingrediente di punta è il renkon, la radice del fiore di loto; dell’Italia invece, amo la pasta e l’olio.

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