Intervista a J. D. Raudo

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Intervistare un autore di cui hai letto un solo libro (succede sempre così, quando si tratta di un’opera prima) è estremamente difficile; non puoi puntare su null’altro che sulle sensazioni che quel libro ti ha trasmesso. E questo è ciò che ho fatto, quindi chiedo scusa in anticipo se la conversazione ha i toni notturni di un FuoriOrario. J.D. Raudo (poco noto come Nico Ambrosino, immagino che lo chiamino così perlomeno le persone che l’hanno conosciuto prima dell’adolescenza), classe ’77, ha un passato musicale con la band dei Laghetto e un presente con i Marnero. Dal 2002 al 2011 ha curato Donnabavosa Records&Comics, casa editrice di dischi e fumetti, assieme a due nomi assai noti nell’underground fumettistico: Tuono Pettinato e Ratigher.




Lo pseudonimo J.D. Raudo ha qualche particolare significato?
I miei amici argentini, per traduzione, mi chiamano J.D. Petardo-Medio, in quanto il Raudo è proprio un petardo: non tanto grande quanto un Magnum (non il gelato) o uno Zeus (non la band), né piccolo quanto una miccetta (non una gattina). Ovviamente il nome J.D. Raudo viene dagli anni ‘90, e come tutte le cose adolescenziali ha origini oscure e di dubbio interesse. Forse ci si può fare una puntata di Roberto Giacobbo. Sicuramente, nel 93-94, c’entrava un estintore, un petardo, il video di Spike Jonze di Sabotage dei Beastie Boys, un gruppetto di disagiati del quartiere La Leccia di Livorno. Da allora mi tiro dietro questo nome che mi si addice più di quello vero. Di più non posso rivelare (musica di mistero).

Il tuo romanzo La malora è un crossover con l’omonimo album della tua band, Marnero. Nasce prima la musica o il silenzio della scrittura?
Prima della scrittura c’è un foglio bianco, e prima della musica c’è un rumore bianco: il rumore di fondo. Il rumore di fondo è quello che mi accompagna da quando sono nato, un fischio costante nell’orecchio che intacca il silenzio, la purezza dell’ascolto, la trasparenza della visione, e ronza nel midollo delle cose. Ho scritto i testi del disco dei Marnero, e ne è uscita questa storia, che in musica è chiamata la “Trilogia del Fallimento”. Nel libro il rumore di fondo, questa incrinatura all’origine si chiama “il Suono della Malora” ed è il rumore delle cose che crollano, o meglio, che non hanno mai smesso di crollare, in divenire, nella dannazione del panta rei. Da quel rumore nasce l’urgenza, ad esempio quella di fare rumore con la chitarra per coprirlo, di urlare delle cose per smascherarlo, di scriverle sulla pagina bianca per svelarlo, e per poi romperla quella pagina, e passare dall’altro lato.

Ogni libro nasce da una necessità o da un’urgenza. Qual è la tua?
Appunto, la necessità è di tipo terapeutico. Ho sempre scritto (diari di bordo, canzoni, e questo libro) per auto-terapia, per la necessità di mettere su carta l’indicibile e l’inclassificabile nella vita di tutti i giorni. Mostri. Ossessioni. Almeno è gratis, dirai, sì, ma solo se non consideri le cicatrici. La malora è una grande seduta di autoanalisi. Nei due anni in cui mi sono addentrato nella Taverna della Malora ho imparato moltissime cose, su di me e sugli altri, mi sono messo in discussione ed ho cercato la forza di cambiare alcune cose radicate dentro di me. Non so se sono riuscito a cambiarle, ma sicuramente ho trovato un “come”, un modo di allenarmi per combattere quotidianamente i mostri che mi accompagnano. Come tutti.

Quanto contano le allegorie nella tua scrittura? Cosa ti ha spinto a cercare il Simbolo al posto del Reale?
L’allegoria la lasciamo lì, ad alludere alla realtà. Invece, da un certo punto di vista, i simboli sono il reale. Hemingway disse: “The sea is the sea. The old man is an old man. The boy is a boy and the fish is a fish”. Il simbolo non occulta, ma significa. È la chiave di accesso a qualcosa che sapevi già, ma per cui non trovavi le parole. La sabbia c’era già, ti mancava solo la formina. L’uomo è affamato di simboli, agisce quasi solo per via simbolica, anche nella vita e nelle azioni più piccole e quotidiane. Il reale (che è il nemico), narrato attraverso il simbolo, può essere affrontato con più coraggio nella sua mostruosità, perché ci ricorda che quel mare di sangue in cui nuotiamo è da sempre attraversato da masse sterminate di esseri umani: quella ferita non è solo la tua, ma c’era prima, e ci sarà dopo di te. Sciamani, terapeuti, narratori, musicisti, usano i simboli per salvare la vita alle persone. Raccontare le favole ai bambini serve a farli addormentare ma raccontarle ai grandi, raccontargli i miti tragici per esempio, serve a farli risvegliare. E svegliare la gente fa schifo: poi ti odiano. Il mito è un simbolo, ma non per questo è meno vero della Storia. Anzi, la Storia, la storiografia, è narrata dal Potere, il mito dalla gente. Philip K. Dick, gran testa nonostante il simbolo nel nome, diceva che il reale è quella cosa che esiste ancora anche quando smetti di crederci. Quando hai smesso di credere a tutto, e non esiste più niente, allora rimane solo il simbolo a salvarti la vita. Il simbolo, quindi, è azione. La rivoluzione, ad esempio, forse non la riusciamo a fare, ma abbiamo bisogno dei suoi simboli per trovare come andare avanti. E bisogna andare avanti anche se avanti non c’è niente. La rivoluzione, L’Anarchismo, il Punk, sono simboli. Il Do It Yourself, anche quello è un simbolo. Attraverso il simbolo acquisiamo la consapevolezza che ci permette di poter modificare la realtà e di uccidere l’impossibile rendendolo possibile, o viceversa. Così, nella Taverna della Malora non c’è niente dietro il sipario: chi cerca risposte non troverà niente, niente dietro le porte, niente sotto il tappeto. Oltre le parole, fra le righe, c’è lo spazio bianco in mezzo: e in quello spazio c’è solo quello che ci vuole trovare il lettore. Le parole sono solo dei ganci a cui si possono appendere le proprie esperienze, le proprie idee, le paure, i propri mostri.

Si intuisce in ciò che scrivi un moto oscillatorio fra l’osservazione nuda e cruda di ciò che accade e l’attenzione per le conseguenze di ogni azione. Quale aspetto nasce prima nel processo creativo?
Il moto oscillatorio, in questa storia, è dato dal Pendolo, che come quello di Foucault, rimane comunque attaccato a un punto assoluto dell’universo nonostante intorno a lui tutto si stia sfasciando. Eppure, non bisogna confondere l’eterna rotazione imparziale del pendolo con l’oscillazione delle menti dei personaggi, che vacillano sotto i colpi della dolorosa acquisizione di una consapevolezza. Non bisogna confondere le macerie con la consapevolezza delle macerie. Non bisogna confondere la ferita con la coscienza di avere una ferita, e con la capacità di guardarci attraverso. Il fatto che, nella Taverna, tutto quanto si stia sgretolando, non è la conseguenza delle azioni dei personaggi, perché la Natura indifferente se ne sbatte altamente degli stati d’animo degli umani, checché ne abbiano sbrodolato i romantici e i loro inutili Daffodils. Piuttosto, potremmo dire che le perdite, i fallimenti, le azioni dei personaggi e il conseguente dolore, sono semplicemente la causa del loro risveglio, dell’acquisizione della consapevolezza che tutto si sta sfasciando. E proprio grazie a questa consapevolezza, potranno agire, abbandonando le paure, le attese, le speranze (“aspetta e spera”).

E quindi la Malora è un punto di arrivo ineluttabile o un punto di partenza per chi non ha più niente da perdere?
“Fine. E poi, di nuovo”. “Non è un approdo” dice il Cieco, quando entra nella Taverna. Ma non è neanche una partenza, perché non siamo in un tempo lineare. È un ciclo, o meglio, la rottura di un ciclo: un cerchio spezzato, una proliferazione di frattali e ripetizioni, ma con uno Scarto. La Taverna è una grande madre, la Sciamana una levatrice: nella Malora, forse, avviene una nascita. Da quello che succede nell’ultimo capitolo, nasce, sulla soglia, un Altrimenti. L’eterno ripresentarsi di ritornelli uguali ma diversi, un unico mondo possibile, sempre lo stesso, che però può essere attraversato in modo differente, con un Come differente, con un Eppure. Quel piccolo Scarto rende la stessa battaglia diversa, più libera. È un nichilismo creatore, in qualche modo è generativo.

Pensi abbia ancora senso, nel panorama editoriale odierno, interessarsi di tematiche sociali e concetti che mettono l’Uomo, e non l’individuo, al centro di una storia?
Purtroppo del panorama editoriale odierno io ne so davvero poco. In parte ne abbiamo parlato poco fa, riguardo l’importanza curatrice del mito per risvegliare la consapevolezza. Quello che posso dirti è che tutte le cose che ho scritto prima della Malora (perlopiù canzoni, dischi, diari di bordo di viaggi o noiose lettere di carta o elettroniche) erano tutte incentrate sull’Individuo. Nella Malora, invece, l’Individuo si è frammentato in “un milione di piccoli pezzi”, e si ricompone in un modo diverso. Per questo ci troviamo davanti personaggi archetipici (un Cieco, un Ubriaco, un Testimone, un Baro, una Sciamana, un Bambino, un Marinaio, un Orologiaio, un Clandestino e poi chissà chi) che, come in una favola, o in un mito, devono affrontare determinate avversità. L’angolazione da cui li vediamo agire, secondo me, è proprio l’aspetto “politico” delle cose che fanno. Ma in questo senso anche la scrittura è politica, come lo è la musica, come lo è andare al bar a parlare con la gente o andare a fare la spesa.

“Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto”, scriveva Borges. Gli ambienti prevalenti della tua scrittura sono il Porto e la Taverna (una strana, strana taverna), luoghi di narrazione fantastica per eccellenza. Luoghi di passaggio, di pirati, di assassini e di ubriachi. La porta è sempre aperta, ma cigola a ogni ingresso. È questo l’angolo d’osservazione di J.D. Raudo come narratore?
Il porto e la porta. Il porto è un punto di passaggio di persone, un luogo di possibilità, di incontro. La porta è una soglia. Una scelta. Chiudere porte una dopo l’altra, ecco cosa succede quando si fanno le scelte nella vita. Ogni scelta chiude una porta. Ogni azione chiude una porta. Ogni passo in avanti chiude una porta. Finché non rimane una sola porta: quella della Taverna. Dopo il primo passo oltre quella soglia, tutto è già dietro di miglia. La porta della Taverna è aperta ma ci vuole molta forza per spostarla. L’individuo Unico che ha doppiamente perso (ha smarrito / è stato sconfitto), una volta dentro, deve passare da un individualismo disperato e necessario ad un altrettanto necessario incontro con l’altro. Perché si accorge che è l’unico Unico: è Unico ma non è Solo. Non è il solo ad essere Unico. Quindi la Taverna è il luogo dove ho immaginato “l’Unione di Unici” che Max Stirner non ha potuto raccontarci per colpa di un insetto velenoso che lo punse e lo lasciò morire in miseria.

Quando scrivi immagini un lettore ideale?
Sono Io. All’inizio, in realtà, scrivo per me. Poi però, la storia muore nell’istante stesso in cui viene pubblicata e stampata, perché non può più cambiare. Ciò che la fa rinascere sono le parole e le interpretazioni di chi la legge o la ascolta. Grazie al No Copyright (la linea editoriale della casa editrice Bébert, n.d.r), ad esempio, Inchiostro Lisergico ha disegnato un libro di xilografie che riscrive La malora. Come dicevo prima, alla fine questa storia non è altro che una serie di ganci, a disposizione di chi ci vuole appendere la propria storia. Così, il mio vagare per l’Italia a suonare coi Marnero è un po’ il tentativo di andare di porto in porto a raccogliere le riscritture della Malora che le persone possono offrire. Allora, finalmente, sono io il lettore ideale! Ribalta e retroscena sono annullati. Nessun sipario. Solo ribaltando i ruoli La malora diventa veramente una vecchia pergamena. Chi la trova ci legge quello che vuole. E ci può anche scrivere sopra.

Qual è la “mala ora” in cui trovi più naturale scrivere?
Quell’ora tetra della notte nera senza luna (dunque è l’ora legale? si passa direttamente da mezzanotte alle due?), è l’ora oscura in cui i mostri vengono fuori per cercare le nostre paure, aggrapparsi agli appigli che gli lasciamo e, eventualmente, cibarsi del caldo pasto che gli abbiamo preparato. Ma in quella ora non puoi certo scrivere, perché sei impegnato a combatterli... Quindi, se sei fortunato e grazie all’insonnia, ti rimane un po’ di tempo per prendere qualche appunto, sempre che tu abbia ancora un briciolo di energia. Poi da quegli appunti, lasciati macerare nell’alcol, nasce qualcosa, se si trova la formina (il simbolo, appunto) per poter appendere tutto questo a delle parole. Ma c’è quasi sempre chi lo ha detto già, e meglio di noi.

Ti senti più un musicista o un narratore?
Non sono affatto un musicista, perché non conosco la musica e non so suonare altro che le canzoni dei Marnero. Sono autoreferenziale, più che autodidatta. Suonare è un mio modo per combattere i mostri, un come per poter viaggiare di porto in porto alla ricerca della taverna dove avviene l’incontro. Poi, sicuramente non sono neanche un narratore. Questo è il mio primo romanzo, e in verità l’unica storia che so narrare oralmente è “La Mirabolante Storia della Patata“, fino ad oggi attribuita ad Anonimo. Quindi, umilmente, al massimo posso accettare la definizione: “J.D. Raudo: numero uno per ricerca di parola “Gesto Suca” su Google Immagini.” Provare per credere.

Perché un lettore dovrebbe leggere il tuo libro? O meglio, chi dovrebbe leggere il tuo libro?
Chi ha voglia di dire di No. Chi ha voglia di fallire meglio. Chi ha voglia di trovare una gruccia dove poter appendere le tre camicie preferite, che io ad esempio ho chiamato: Come, Eppure, Altrimenti.


I LIBRI DI J. D. RAUDO


 

 

 
 
 
 
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